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Fecondazione artificiale. Rifarei tutto, ne è valsa la pena

di mammenellarete - 20.01.2020 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Ho sempre desiderato diventare mamma. Ma la gravidanza non arrivava naturalmente. Ho intrapreso allora il percorso della fecondazione artificiale. Per affrontare questa strada, si  deve essere forti, equilibrate e supportate. Da sole non si può. Ma oggi guardo mio figlio e mi scoppia il cuore. Mi dico: "Quanto sei cambiata? Quante rinunce, quanto dolore! Ne è valsa la pena?", e mi rispondo, sempre tra me e me "Rifarei tutto. Sì, ne è valsa la pena"!  

Ho sempre avuto un forte istinto materno. Non sono mai riuscita ad immaginare la mia vita senza un fagottino da stringere tra le braccia. La mia idea di famiglia era quella, ma forse più egoisticamente, sentivo proprio il bisogno atavico di avere una vita dentro di me, di avere la pancia, di dare letteralmente alla luce un figlio. Certo, avrei voluto realizzarmi professionalmente e poi mettere su famiglia, ma i piani non sempre vanno come ce li siamo prefissati nella nostra mente.

Vita facendo mi sono più volte ritrovata a dover correggere il tiro, rivedere obiettivi, fare un passo indietro sperando di poterne farne due in avanti. Ho fatto scelte sbagliate che hanno pregiudicato la mia carriera. Insomma, è stato tutto in salita fin quando stanca di lottare contro i mulini a vento, ho pensato che fosse giunto il momento di dedicarmi anche alla sfera personale, cosa che negli ultimi anni stavo trascurando.

Avevo un compagno che amavo e desideravo con lui una famiglia. Vivevamo un periodo di precarietà lavorativa, ma rimandare ulteriormente sarebbe stato "rischioso" a parer mio. Gli uomini in questo sono più razionali. Devono sentire di avere una certa stabilità per fare certi passi. Anche io fino ad un certo punto l'avevo pensata così, ma credo che la natura prese il sopravvento.

Da un giorno all'altro, senza accorgermene mi sono trovata seduta sul pavimento del bagno con le mani tra i capelli tra le lacrime perché il fatidico giorno del mese era arrivato, portando le odiate mestruazioni.

I nostri esami erano ok, forse qualche valore alterato, ma niente di irreparabile. Tutti fiduciosi (loro, i medici) dicevano: "Provateci, ci riuscirete", "Rilassati e sarai mamma", "Fatevi una vacanza, prendete un cane", "Ah Signora, ma se lei la prende così, non rimarrà mai incinta. È tutta una questione psicologica". Meno ottimista io che non ci vedevo chiaro.

Intanto il tempo passava. L'umore seguiva il ritmo del ciclo mestruale: pre – ovulazione = esaltazione, ovulazione = eccitazione pura; post – ovulazione fino alla data del ciclo seguente = euforia. Arrivo del ciclo = morte. Questa altalena di stati d'animo si rifletteva inesorabilmente sui rapporti umani/sociali.

Non riuscivo a restare incinta. Il mio dolore

Voglia di vedere amiche soprattutto con figli pari a 0 (zero). Le discussioni con mio marito cominciavano ad essere in numero superiore rispetto ai momenti idilliaci. Lo sconforto era totale. Ogni cellula di me era ormai proiettata verso la risoluzione di questa situazione che mi stava annientando.

Per le donne che desiderano fortemente diventare mamme, e che sperimentano difficoltà nel viaggio verso un figlio, tutto passa in secondo piano quando quel bambino tanto desiderato non arriva. È come se avvenisse un corto circuito. Si spegne tutto. In primis l'entusiasmo, la gioia di vivere, la voglia di uscire e stare in mezzo agli altri. La vita di coppia ne risente inevitabilmente.

Compiere le piccole azioni del quotidiano diventa difficile: alzarsi al mattino, addirittura la spesa al supermercato può rivelarsi una zavorra. Fa male vedere le mamme con pargoli al seguito o quelle pance che si muovono felici tra gli scaffali. Non si tratta di invidia o gelosia: è DOLORE allo stato puro. Il Dolore del vuoto, di una mancanza che niente e nessuno può colmare e che può arrivare a cannibalizzare altri aspetti della vita.

È sconforto ad ogni arrivo del ciclo, è dolore che non ti lascia dormire nelle notti infinite, è disperazione nel momento della diagnosi, è il peso sul petto che lascia senza respiro, è la rabbia che vorresti urlare, è qualcosa che non puoi controllare, è paura del futuro e dell'ignoto, è frustrazione, è stanchezza sia fisica che emotiva, è incredulità per qualcosa che da bambina non avresti immaginato, è smarrimento tra il peregrinare da un ospedale ad un altro, è panico (e al tempo stesso speranza) prima di iniziare una terapia che ci si augura possa arrivare a coronare il sogno, è ANSIA che non ti abbandona mai.

Fecondazione assistita. Il mio percorso verso la rinascita

Dopo un anno, numerosi specialisti consultati, ogni sorta di esame effettuato, finanze prosciugate, approdo dall'ennesimo ginecologo che mi parla chiaramente: "Sei giovane, se provi ora con la fecondazione assistita perlomeno hai più probabilità di successo".

Da un lato ero sollevata perché almeno mi stava dando una strada concreta da seguire e avrei smesso di fare l'amore in modo meccanico; dall'altro ero distrutta. Sentii la parte fanciullesca che era ancora dentro di me abbandonarmi tutta d'un colpo. Non era una malattia mortale, non era una condanna a morte, ma sentivo come se fosse entrambe queste cose insieme.

Da quel momento in avanti fu un susseguirsi di telefonate, appuntamenti e burocrazia. Solo questa parte tutta nuova implica uno sforzo che prosciuga gran parte delle energie. Ovviamente tutto da incastrare con impegni lavorativi di entrambi. Un vero inferno! Finita questa fase cominciai il percorso terapeutico vero e proprio. Un'altra fase. Un nuovo inizio che ogni giorno portava via un pezzettino di me.

Dal momento in cui presi la decisione di farmi aiutare dalla scienza al fine di realizzare il mio sogno di maternità, fui un treno in corsa dotato di solo acceleratore. Niente freni. Avevo in mente solo la destinazione. Il viaggio mi spaventava certo, ma avevo più paura dell'immobilità. Di rimanere ferma in una stazione vuota, silenziosa, senza caos.

Certo è stato come sulle montagne russe. Ma mai ho pensato di scendere. È stato spaventoso, crudele, forte, ma sono riuscita ad arrivare alla mia meta. Qualcosa di impagabile. Non smetterò mai di ringraziare la scienza, grazie alla quale ho potuto coronare il mio sogno più grande, ma ammetto che mi è anche costato molto. È un percorso fatto di attese, speranze, di arresti e dolore, difficile da affrontare psicologicamente.

Si deve essere forti, equilibrate e supportate. Da sole non si può. Ma oggi guardo mio figlio e mi scoppia il cuore. Mi dico: "Quanto sei cambiata? Quante rinunce, quanto dolore! Ne è valsa la pena?", e mi rispondo, sempre tra me e me "Rifarei tutto. Sì, ne è valsa la pena"!

di Natamamma 

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Natamamma è una mamma blogger che racconta nel sito le sue esperienze legate alla gravidanza e alla fecondazione assistita. Ma non solo...

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