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The Queen father, papà e marito gay ci racconta la sua storia

di mammenellarete - 11.10.2011 - Scrivici

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Mamme nella rete incontra  The Queen Father, papà blogger che vive a Londra. Marco racconta il suo percorso dal matrimonio alla maternità surrogata e una visione precisa del business che ruota intorno alle mamme e ai bambini. Mamme nella rete: Prima il matrimonio e poi un figlio: quanto ci è voluto per decidere di intraprendere questa avventura e quanto la tua vita all’estero ha influito sulle opportunità che hai còlto? Marco Platti: In realtà quella di diventare genitori è stata un’idea soggetto di discussioni già prima del matrimonio. Era il 2002 e non so se la differenza di età tra me e mio marito (4 anni) abbia influito sul fatto che ci trovavamo su due pagine diverse: lui pronto a diventare padre, io più reticente all’idea, più desideroso di esplorare la coppia in due, senza ‘zavorre’. Fortunatamente però, seppure di fronte alla triste realtà di voler cose diverse dalla relazione, abbiamo raggiunto un compromesso e, quattro anni dopo eravamo sposati ed in volo verso Los Angeles per iniziare il percorso con la maternità surrogata.


È logico che vivere a Londra ha influito enormemente sul mio processo decisionale ed emotivo. Immaginate forse che io avrei potuto fare lo stesso vivendo in Italia?

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In Italia rimarrebbero solo idee rivoluzionarie da talk-show. Grazie al contatto con una società variegata come quella Londinese e a un apparato legislativo che tutela i diritti di ogni individuo, ho pian piano smesso di aver paura di desiderare l’indesiderabile e sono uscito da quella scatola di moda/sesso/discoteche/palestra/promiscuità in cui la società italiana mi voleva vedere come fosse l’unico habitat calzante per un omosessuale.
Ho aperto gli occhi alla vita, al futuro e a tutto quello che volevo contenesse: una casa, un marito affettuoso e dei figli.

MNR: Vuoi raccontarci i passaggi di questa esperienza, soprattutto della paternità? Quale assistenza hai trovato in California?
M.P:
Il percorso è iniziato nel 2006, quando per la prima volta abbiamo seriamente cominciato a guardarci intorno e a vagliare tutte le nostre possibilità. Allora nel Regno Unito la maternità surrogata era più un accordo tra parti consenzienti (una donna che accetta di rimanere incinta col vostro bambino...), piuttosto che un vero e proprio procedimento regolato a norma di legge. Noi non eravamo pronti ad affrontare le inevitabili ‘zone grigie’ al limite del legale, non eravamo disposti a subire lo stress delle incognite legali che un procedimento del genere poteva rappresentare nel nostro paese.
Ci siamo rivolti altrove. In California, la maternità surrogata è una realtà vecchia di quasi 40 anni ed è regolata da un apparato legale preciso che non lascia spazio all’interpretazione di nessuno. È ovvio che dover spostare il nostro raggio d’azione oltreoceano ha comportato dei costi ingenti, ma abbiamo fatto sacrifici, messo da parte i finanziamenti di cui avremmo avuto bisogno e siamo partiti col programma.
Prima fase, dopo mesi di telefonate a diverse agenzie di maternità surrogata, nel 2007 siamo andati ad incontrare i rappresentanti dell’agenzia prescelta a Los Angeles. CSP (Center for Surrogate Parenting) si occupa di mettere in contatto i futuri genitori con le possibili mamme gestazionali (surrogati).
La coppia e il surrogato sono messi in contatto in base al livello di compatibilità determinato da una psicologa che, dopo aver valutato entrambe la coppia e la mamma gestazionale, segue tutto il procedimento fino alla nascita del bambino e si assicura che il benessere psicologico ed emotivo di entrambe le parti sia rispettato.

Alcuni surrogati non vogliono lavorare con coppie gay, altre non vogliono lavorare con coppie Europee, altre ancora non vogliono lavorare con coppie in generale, ma singles desiderosi di concepire. Tutto si basa sull’esperienza personale che le ha spinte a mettersi a disposizione dei ‘non fertili’.

Abbiamo avuto modo di venire a conoscenza di surrogati che hanno assistito alla lunga e dolorosa spirale di depressione di sorelle ed amiche e cugine impossibilitate a concepire, e questo le ha spinte ad aiutare il prossimo.
Non tutte le donne possono diventare surrogati. È una questione di sensibilità verso il desiderio altrui di diventare genitori.
C’è anche un aspetto finanziario, dal momento che la mamma gestazionale viene remunerata, ma si tratta sempre di cifre che non ti cambiano la vita. Per questo mi piace pensare che si tratti solo di altruismo: perchè certi gesti non hanno prezzo.

Importante sapere poi che non è mai la coppia che sceglie il surrogato, ma quest’ultimo che sceglie la coppia con cui lavorare e ha il potere decisionale e finale di accettare se iniziare il percorso o meno. Nel nostro caso, abbiamo optato per una maternità surrogata ‘a triangolo’, piuttosto che quella tradizionale ‘diretta’. Questo tipo di maternità surrogata comporta l’ovodonazione da parte di una donatrice esterna, assicurando che il nascituro non sarà biologicamente legato alla madre gestazionale, semplificando notevolmente le prassi legali.

Se pensate che trovare il surrogato ideale è la cosa dura ricredetevi!
Trovare una donatrice di ovuli (fatemele chiamare ‘uova’, abbiate pazienza, mi fa più simpatico e meno clinico...), è stata la vera impresa! Non si tratta solamente dell’aspetto superficiale di decidere se ci piace di più bionda o mora (siamo gay sì, ma non siamo scemi...), ma di determinare quale sarà quella che donerà uova viabili per la fecondazione in provetta.

Aggiungete a questo, il fatto che a causa del costo ingente dei laboratori (approx $2000) nessuna delle centinaia di ovodonatrici in nessuna agenzia viene analizzata geneticamente a priori per determinare se esistono condizioni di salute preoccupanti a livello di DNA e avete l’idea. Si compra a scatola chiusa.
Per poter determinare se la candidata all’ovodonazione è ‘pulita’ da qualsiasi problema a livello genetico bisogna pagare per il test. Quando questo dà esiti negativi, ecco che bisogna ricominciare da capo.

In più, la qualità delle uova si scopre solo una volta che sono state estratte e che il ciclo è stato concluso (e pagato!!). Insomma, non è facile come alcuni vorrebbero farvi credere, non è come andare al supermercato e comprare un bambino. Magari lo fosse.
Saremmo tutti lì.
No... È un esercizio di fede e coraggio dove lo stress finanziario è nulla paragonato a quello emotivo. Fidatevi.
Noi abbiamo tentato con ben 6 diverse donatrici prima di trovare quella giusta. Dopo la fecondazione avvenuta usando il seme di entrambi e una gravidanza fallita alla terza settimana a maggio del 2008, nell’ottobre dello stesso anno eravamo finalmente in dolce attesa e a giugno del 2009 il nostro piccolo G è nato con parto cesareo.
Ben tre anni dopo l’inizio del percorso.

MNR: Hai mai pensato che questa fosse una scelta folle? Se si, come hai superato questi dubbi?
M.P:
Una scelta folle. In retrospettiva, parlando sinceramente, no, non ho mai pensato fosse una scelta folle, ma ero comunque molto consapevole delle possibili ripercussioni sociali che la nostra scelta avrebbe potuto comportare.
Ma volere una famiglia in sé e per sé mi sembra la cosa più naturale del mondo. Per chiunque.
Mi spiego, il problema non è una coppia gay che vuole avere figli, il problema è con quanti sono pronti ad attaccare questa famiglia, la sua validità e l’amore che la tiene unita, con l’odiosa retorica della loro moralità.
Appena 40 anni fa, qui in Inghilterra, il matrimonio ‘misto’ tra persone di razze diverse era considerato tabù alla pari delle unioni omosessuali. I figli di queste coppie, né bianchi né neri, hanno vissuto ai limiti del sociale, per anni respinti da chi non sopportava l’idea della ‘contaminazione interrazziale’ della società. Adesso un concetto del genere fa ridere, eppure è storia vissuta per molti. Per noi famiglie omogenitoriali sarà lo stesso.

MNR: Che cosa pensi della moda e del business della maternità, ampiamente arrivati anche in Italia?
M.P:
Al di là dei connotati superficiali della moda, secondo me il baby-business, e parlo non solo di abbigliamento, ma anche di libri, gadgets e tutto quello che potrebbe contribuire a migliorare e semplificare il duro lavoro di genitore, è una cosa molto positiva.

È ovvio che per un neo genitore, il venire a conoscenza delle ‘cuffie da pancione’ per far ascoltare Mozart al piccolo nascituro durante la gestazione può essere sconcertante: ‘Ma davvero il bambino ha bisogno di tutto ciò?’. Certo che no.
Ma tu, genitore stordito dall’imminente stravolgimento della tua vita, sì: hai bisogno di sentire che stai facendo la cosa giusta e che ti stai prendendo cura di tuo figlio. La migliore soluzione è una bella dose di buon senso.

Ho lavorato nella moda per 15 anni come creativo e posso dire, senza vergogna, che la moda si nutre delle insicurezze del pubblico offrendo metodi per ‘esorcizzare’ un senso di inadeguatezza che a volte è sconcertante, soprattutto tra i giovanissimi.
La stessa cosa si può dire del business relativo alla maternità: si nutre del ‘gioioso panico’ dei futuri genitori e della loro voglia di fare tutto, farlo bene e rassicurarsi che il piccolo sia felice.

Un aspetto che trovo più sconcertante però è la iper-medicalizzazione della gravidanza ai danni delle giovani mamme, che spesso significa anche prescrizione di esami, ecografie e integratori alimentari che eccedono l'utilità dimostrata.
E oltre alle spese, aumentano anche le ansie.

Suppongo che il by-product di questo meccanismo all’apparenza freddo e calcolatore, è la grande varietà di prodotti a nostra disposizione. Negli ultimi 20 anni, grazie al baby-business, abbiamo familiarizzato anche con i concetti di ‘funzionalità’, ‘eco-sostenibilità delle fonti di materiale’, e ‘salute alimentare’.
Questo può solo che essere positivo a mio avviso. Il mercato ti abusa e ti bombarda, è vero, ma ti educa anche.

Poi ovvio, sta a noi decidere se abbiamo davvero bisogno del lettino satellitare che si culla da solo suonando 134.000 ninnananne in tutte le lingue del mondo per stimolare il neonato ad imparare idiomi diversi. Voglio dire, possiamo anche essere stupidi e pagare il prezzo delle nostre insicurezze, ma fa parte della scoperta della genitorialità.

MNR: Come sono le mamme inglesi, online e offline, con le quali devi destreggiarti tutti i giorni?
M.P:
Non conosco mummy-bloggers inglesi, suppongo che la gestione di un diario aperto online, che tutti possono leggere va un po’ contro i principi inglesi di discrezione e privacy. Soprattutto su una tematica che ti lascia esposto al giudizio e alla disapprovazione degli altri.
E diciamocelo poi, le mamme inglesi non hanno la vostra ‘verve’!! Mi ritrovo a non avere molte mamme inglesi nel mio circolo, ovvero, sì, conosco molte mamme, tutte ex colleghe, ma sono per lo più di nazionalità diverse. Londra è un porto di mare, qui siamo tutti ‘inglesi forestieri’....
Trovo che il mio più grande scontro culturale non avviene con le mamme inglesi, ma con il generale atteggiamento sociale verso i bambini. L’Inghilterra non è un paese incentrato sulla famiglia come l’Italia.
Sarà che qui a 16 anni già vanno a vivere da soli, sarà che molti ancora vanno in boarding school e vedono i genitori tre volte al mese, ma i bambini quassù vengono visti prima di tutto come dei rompiballe da dover gestire.
Entri in un ristorante (uno di quelli che ti permette di entrare con il passeggino, e non sono molti...) e hai addosso gli occhi di tutta la sala. Voli in aereo con British Airways e se il pupo fa storie ti senti dire che ‘devi dargli una lezione...’. Voglio dire, tendono ad essere meno che accomodanti verso le famiglie in generale e i bambini in particolare, ma la mia soluzione è la seguente: mi metto il sedere in faccia all’italiana e continuo per la mia strada.

MNR: Credi si possa passare dalla mera informazione alla condivisione sociale?
M.P: Si cambia per osmosi. La società evolve grazie all’informazione. Grazie all’informazione alcuni dei concetti che facevano scalpore mezzo secolo fa, adesso fanno parte del quotidiano. L’informazione dà modo al pubblico di fare esperienza con certe situazioni, di farsi delle domande, di confrontarsi con delle realtà erroneamente considerate come lontane anni luce dalla propria.
L’informazione è fondamentale e la condivisione sociale è la sua diretta conseguenza, specialmente se supportata dalla legislatura. I tempi però sono lunghi, perchè smuovere un’idea sbagliata è sempre un’impresa ardua, ma grazie all’informazione combattiamo l’ignoranza non con la retorica, ma con i fatti.

MNR: Ti piacerebbe diventare papà blogger di professione e quindi trasformare la passione in un lavoro?
M.P:
Certo che sì! Ho iniziato il mio blog due anni fa come un modo per convogliare le mie energie creative e sopravvivere all’isolamento che a volte prendersi cura a tempo pieno di un figlio in una grande città comporta.
Ho perseverato a dispetto della difficoltà nel trovare il tempo per scrivere, dal momento che mio figlio è estremamente esigente, ed ho conosciuto tantissime belle persone che si trovano nella mia stessa situazione, pur essendo magari mamme, o papà eterosessuali o genitori singles.

Divisi da sessualità, lingua, status economico, ma uniti dall’essere genitori e animati dalle stesse speranze, apprensioni e paranoie. Vorrei poter mostrare la mia storia e la mia famiglia per educare il pubblico e per dare speranza e ottimismo a quanti vorrebbero avere quello che ho, ma si trovano bloccati da una società che è ancora indietro di almeno 30 anni in fatto di diritti umani degli omosessuali e che comunque soffre, come nessun altro paese europeo, dei retaggi della morale cattolica.

Ringraziamo di cuore Marco per la sua disponibilità al racconto e, sperando di poter nuovamente ospitare i suoi pensieri, presentiamo il blog The Queen Father con le sue parole:

Sono un papà e marito gay che vive a Londra da 14 anni. Il blog è iniziato come un modo per incanalare una certa energia creativa, dal momento che professionalmente vengo da un fashion background molto impegnativo e mi sono buttato a piedi pari nella vita di genitore a tempo pieno, a volte permeata da una gran solitudine e isolamento dal mondo degli adulti. Nei miei post non concentro le mie attenzioni solamente sulla realtà di essere un genitore, perché credo che questa non sia una qualità finale di definizione per nessuno. È solo parte di ciò che sono. Nel blog parlo e sparlo di tutto: della mia vita privata (nella rubrica 'Open Diary'), pubblico fumetti disegnati da me e ispirati ai miei lettori (nella rubrica 'Galline'), e racconto la mia vita da genitore 'atipico' con onestà e ironia perchè a me piace davvero ridere. Di cuore!

Un anno fa ho vinto il premio di miglior blog LGBT, indetto da Circle of Moms di San Francisco (cioè , vabbè, una valanga di voti che fermatevi…) e sono stato anche intervistato da un paio di giornalisti italiani. Ho da poco iniziato a scrivere settimanalmente per una rivista web statunitense, "The Next Family", quindi qualcosa di buono lo sto facendo…. Il mio desiderio più grande è di contribuire alla sensibilizzazione del pubblico verso le famiglie omogenitoriali e i diritti umani della comunità LGBT italiana attraverso queste pagine di vita reale.

Basta continuare a leggermi e seguirmi e chissà, una volta che la De Filippi si decide a far fagotto, magari mi vedrete a condurre il mio talk show in prima serata dove mi diverto a sculacciare Giovanardi in diretta ogni volta che apre bocca…. Figo eh? Mi finanziate?

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