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Proviamoci ancora

di mammenellarete - 18.07.2017 - Scrivici

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Fonte: Alamy.com
Figlia di genitori separati, decisi che io una famiglia tutta mia non l’avrei mai avuta. Finché trovai lui. Lo facemmo, ci sposammo. E io mi sentii pronta per un figlio. Scegliere di avere un bambino però era una cosa molto diversa e lontana dal restare incinta. Iniziammo un percorso di procreazione assistita. In silenzio. Soltanto lui ed io. Scegliemmo di tenerci tutto dentro, di affrontare questa salita nell’intimità della coppia. E questo è il racconto della seconda volta che "ci abbiamo provato".

Il primo tentativo era fallito, è vero. Ma noi avevamo bisogno e voglia di guardare la parte positiva dell’insuccesso: eravamo arrivati ad un passo dalla vetta, ero rimasta incinta, quindi poteva ancora funzionare.

Non eravamo poi così sbagliati. Sapevamo fin dall’inizio che non avremmo provato all’infinito, che non ci saremmo accaniti né contro noi stessi, né verso la vita e ciò che ci stava togliendo, o proponendo, in quel momento. Non so se si trattasse più di lucidità, o accettazione, o fatalismo o spirito di sopravvivenza. Credo che entrambi avessimo dentro di noi una buona dose di tutti questi fattori.

Confesso che l’idea di ricominciare tutto daccapo mi lasciava una frustrazione latente e, a volte, perfino un po’ di disgusto. L’andirivieni con l’ospedale, gli accertamenti preventivi, i monitoraggi, le bombe di ormoni, quella sala d’attesa gremita di gente, la sensazione di essere trasportata dal nastro di una catena di montaggio, dove gli operai – i medici – ripetono sempre le stesse azioni, le stesse parole, gli stessi gesti, con lo stesso entusiasmo e l’empatia che occorrono per stringere la vite di un pezzo di auto. Ma non potevo e non volevo tirarmi indietro. Qualunque fosse stato il risultato, per noi era importante averci provato fino in fondo, averci dato una possibilità concreta di avere quel figlio tanto desiderato.

Avevamo bisogno di non coltivare alcun rimpianto.

Così, affrontai il mio secondo tentativo di procreazione medicalmente assistita.

Questa volta il successo fu addirittura maggiore: il numero di embrioni prodotti era superiore a quello della prima volta, avendo così la possibilità di ricorrere alla crioconservazione. Che brutta parola! Mi ha sempre spaventata e lasciata attonita: potevamo mettere in congelatore gli embrioni per poi utilizzarli in un eventuale tentativo successivo. Un po’ come quando la mamma preparava le verdure per tutta la settimana! Era perfettamente legale, estremamente sicuro e controllato, e nel caso non fossero stati utilizzati li avremmo potuti donare alla scienza. Ma questo non bastava a rasserenarmi. Una parte di me restava ancorata al sogno romantico di una gravidanza dopo un rapporto di amore, e invece mi trovavo davanti al frigorifero e nelle mani di una biologa. Dovevo fare un continuo sforzo per modificare questa immagine e trasformarla in un’opportunità. L’ennesima opportunità che il progresso scientifico ci stava offrendo. L’ennesima messa alla prova dei sogni, dei principi e della volontà. Ma noi di volontà ne avevamo da vendere e siamo andati avanti, accollandoci tutto il resto.

Dopo alcuni giorni dal trasferimento in utero degli embrioni, la mia attesa non era trepidante come la prima volta. Sentivo che non stava succedendo nulla dentro di me. Sapevo che questo non aveva alcun significato, tante gravidanze iniziano senza sintomi specifici o forti. Ma io ero in contatto con me stessa come forse non lo ero mai stata prima. E sapevo già. Il risultato del test mi diede ragione. Neanche la sofferenza fu la stessa. Iniziavo ad assuefarmi a quel pugno in faccia che arrivava ogni mese da anni. E poi, avevamo pur sempre il congelatore pieno.


Ciao, sono Madis e curo il blog, Famiglia a Modo Mio (www.famigliamodomio.wordpress.com). Un blog nel quale affrontare apertamente gioie e dolori, successi e fallimenti, di quell’ampio, meraviglioso, viscerale mondo chiamato famiglia.

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