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Procreazione assistita: "La fine è arrivata"

di mammenellarete - 14.09.2017 - Scrivici

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Fonte: Ipa.com
La fine è arrivata. Presto. Troppo presto. Anche l’ultimo tentativo di procreazione assistita era fallito. Non ne potevamo più. Era tempo di accettare quello che la vita ci stava riservando.

Dopo il fallimento del secondo tentativo, avevamo la possibilità di accedere al congelatore e utilizzare gli embrioni depositati, in attesa del loro destino. Ci siamo affrettati a sfruttare quest’ultima chance, volevamo diventare genitori tanto quanto liberarci dalla morsa emotiva di quel percorso lungo e fatica.

Con piacevole sorpresa ho scoperto che l’impianto degli embrioni crioconservati era molto più semplice di tutto il resto. Non occorreva ricorrere alle numerose iniezioni di bombe ormonali, dovevamo soltanto aspettare il giorno giusto e dare, eventualmente, un piccolo aiuto alle mie ovaie un po’ avvizzite.

Tutto proseguì come da manuale, ormai mi sembrava di conoscere perfettamente i luoghi, i medici, gli assistenti, e di saper leggere negli sguardi delle altre donne i loro pensieri e le loro aspettative. “Questa è al primo tentativo, l’altra è ormai fusa, l’altra ancora ce la può fare”, pensavo, scrutando le mie compagne dal lettino dell’attesa.

La stanza era sempre piena, donne alla rincorsa del proprio sogno entravano e uscivano in continuazione, ma io non mi meravigliavo più. Il meccanismo perfetto dell’ospedale era collaudato, anche il budget annuale era garantito da tutte quelle coppie sterili. Sterili. Non mi è mai piaciuto definirmi in questo modo. Io non riuscivo ad avere un bambino ma ero certa di essere fertile, molto fertile. Magari di pensieri, amore, sentimenti, idee. Non di un figlio, questo no. Ma era quello l’unico modo di essere fertili?

In quel momento non c’era spazio per la riflessione. Ero sul nastro trasportatore della catena di montaggio e volevo solo arrivare alla fine.

La fine è arrivata. Presto. Troppo presto. Anche l’ultima occasione era fallita. Non ne potevamo più. Era tempo di accettare quello che la vita ci stava riservando.

La prima sensazione è stata di liberazione. Sapevo che non sarei più entrata in quell’ospedale, che non avrei più affrontato controlli su controlli – spesso standardizzati – che non avrei più visto l’espressione glaciale di tante dottoresse, non avrei più sentito quell’odore, le voci che gridavano i cognomi prima delle visite, i visi delle altre coppie, spesso con gli occhi bassi.

Ero libera. Eravamo liberi da un percorso che avevamo scelto con grande entusiasmo e che ci aveva sfiniti. Mi aveva sfinita. Senza risultati. Non era bastata neanche la scienza più evoluta a rendermi mamma. Sapevo che avrei dovuto, prima o poi, fare i conti con il senso di tutto questo. Esplorare i miei pensieri e la mia anima e andare alla ricerca delle motivazioni più profonde di tutto ciò che era accaduto e non accaduto. L’età non mi bastava, non poteva dipendere solo da quello, non poteva essere l’unica ragione.

Ma era troppo presto per l’introspezione. Non ero pronta, non ce la facevo. Avevo bisogno solo di piangere. O meglio, non riuscivo a smettere di piangere. Ogni sorriso di un bambino incrociato per la strada mi stravolgeva, mi prendeva l’anima, la strapazzava e me la restituiva a brandelli.

Ogni pianto che sfiorava le mie orecchie mi sconvolgeva, sentivo il bisogno fisico di andare a proteggere quel bambino, a coccolarlo, a dirgli che era tutto ok. Ma non potevo farlo, non era figlio mio.

Per la strada, in ufficio, al ristorante, in ogni momento, in ogni luogo, in ogni circostanza mi guardavo intorno e le lacrime uscivano senza sosta. Era come se avessi finalmente aperto una diga e la forza del fiume fosse ormai incontenibile.

Guardavo i libri sulla gravidanza che avevo comprato e mi sentivo una stupida. Avevo cercato di vivere una vita che non c’era, di anticipare un futuro che non è mai arrivato. E avevo perso il presente. Mi ero persa in un presente che ruotava completamente attorno a quella ricerca.

Sapevo che lo avrei dovuto recuperare, ma ero altrettanto consapevole che prima di ogni altra cosa, mi dovevo permettere di stare in quel dolore immenso e profondo, che aveva il sapore di un richiamo ancestrale. Richiamo al quel neanche io, moderna e indipendente, ero stata in grado di sfuggire.

Della stessa autrice:

Una storia, cento storie

Proviamoci ancora: Pma


Ciao, sono Madis e curo il blog, Famiglia a Modo Mio (www.famigliamodomio.wordpress.com). Un blog nel quale affrontare apertamente gioie e dolori, successi e fallimenti, di quell’ampio, meraviglioso, viscerale mondo chiamato famiglia. La mia pagina Facebook è Famiglia a modo mio

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