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“Non c’è battito”

di Raffaella Clementi - 23.10.2013 - Scrivici

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Il 15 ottobre si celebra in tutto il mondo la Giornata della Consapevolezza della Perdita di un Bambino in gravidanza e nel periodo infantile, commemorata con l’Onda di Luce Globale. Tantissime Associazioni si impegnano per promuovere e diffondere la consapevolezza verso tutte le forme di perdita in gravidanza e neonatale e per rompere il muro di silenzio che circonda questo tipo di perdite e per dare alle persone e agli operatori sanitari strumenti utili per affrontarle. Dalle 17.30 alle 19.00 in tutto il mondo si sono accese candele per l’Onda di Luce in memoria di tutti i bambini che hanno illuminato le nostre vite per un periodo di tempo così breve. In Giappone, invece, esiste il giardino degli angeli di pietra. Un grande cimitero, pieno di colori e dei giochi che i genitori dei bimbi mai nati lasciano accanto alle tombe dei loro angeli. Perché, qualcuno si chiede, se un compagno perde la propria compagna, diventa vedovo,

se un figlio perde un genitore, diventa orfano, ma se un genitore perde un figlio, resta genitore. Per sempre e nonostante tutto. Malgrado, la morte. E una madre resta tale anche quando la gravidanza si interrompe e si perde il bimbo prima che nasca.

A molte sarà capitato di sentire quelle parole orrende, parole che demarcano un prima e un dopo e cambiano come persona, come coppia.

“Non c’è battito”. Tre parole, che gelano, che bloccano il respiro, magari giunte all’improvviso in occasione di un controllo di routine o arrivate a confermare qualche sintomo sospetto, che suonano come una condanna. La gravidanza si è interrotta, questo bambino non nascerà, non si potrà stringerlo tra le braccia, nutrirlo, accudirlo.

Non è un argomento di cui si parla volentieri, questo.

Le statistiche, dicono che il 15-25% delle gravidanze si interrompe spontaneamente nel primo trimestre. Ma il dolore di un aborto spontaneo è un dolore che la società tende a minimizzare, ignorare, banalizzare. Forse perché, cercare di sminuire il dolore, di renderlo meno atroce, significa pensare che ci saranno altre possibilità. Allora si dicono frasi sciocche, del tipo “per fortuna eri incinta solo di tre mesi”, “vedrai che ne avrai altri” o “beh’, in fondo hai già un bimbo”, o “sono cose che capitano”.

Ma queste frasi non fanno altro che aumentare il senso di solitudine e di incomprensione della mamma che ha perso la propria creatura.

Accogliere questo dolore non è facile. Perché si ha timore di chiedere, di domandare. Eppure, forse basterebbe solo stringere ed abbracciare, senza parole e lasciare che le lacrime lavino via il senso di vuoto.

Un aborto è un lutto. E quando una donna perde un bimbo, in qualunque epoca dell’attesa, deve affrontare un percorso che, con i suoi tempi e i suoi modi, la porterà ad elaborare la perdita.

Quantificare questo tempo, naturalmente non è possibile. Ogni donna è diversa. C’è chi nell’arco di alcune settimane si sente pronta per cercare una nuova gravidanza e chi sente di aver bisogno di un periodo di lutto più lungo.

“ La perdita? Un incidente di percorso. Si riproverà. Ci saranno altri figli. Inutile rimuginare. Ma non è così che funzionano la mente e il cuore. C’è un momento per soffrire e un momento per stare meglio. Cercare di accelerare le cose, spingere la donna a saltare le tappe, non risolve il problema più rapidamente. Anzi. Le emozioni ignorate o negate restano lì, in sospeso, a pesare sul cuore che non ha avuto modo di sfogarle e rielaborarle.

William Shakespeare, scriveva che, il dolore che non parla, “sussurra al cuore affranto e gli dice di spezzarsi”. Dar voce al dolore, quando ci si sente pronte per farlo, invece, permette di rendere più leggero un cuore strappato che batterà sempre per due.

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