Incinta dopo un linfoma

Linfoma di Hodgkin, incinta dopo un tumore. Ce l'ho fatta!

Di mammenellarete
mammafiglia

16 Settembre 2015 | Aggiornato il 27 Dicembre 2017
Scoprii per caso di avere un linfoma sul collo, ovvero un tumore. Affrontai l'operazione e dopo la chemio, focalizzandomi sulla guarigione e affrontando ciò che sanno tutti: la perdita dei capelli, la stanchezza perenne, i chili in più, la scomparsa del ciclo. Tutte le sofferenze passate sono state ricompensate: dopo due anni sono rimasta incinta di una splendida bambina e poco tempo fa ho partorito. Mai perdere la speranza. 

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Tutto ebbe inizio la sera del 4 novembre 2010. Dopo una giornata davvero pessima al lavoro, decisi di prepararmi per l’esame di francese, che desideravo dare in gennaio. Così per mio vizio mi toccai il collo e sentii la parte destra leggermente gonfia. Corsi subito da mia madre, ma non ero particolarmente allarmata.

 

La mattina dopo venne il dottore a casa per la nonna. Quale migliore occasione per mostrare il mio collo a un esperto? Con la sua solita pacatezza mi disse: "Non è niente, ma comunque se vuoi (e sottolineo se vuoi) facciamo una ecografia urgente". Il venerdì mattina presi un permesso dal lavoro e andai con mia mamma a fare questa ecografia.

 

Il dottore, mentre fotografava il mio collo, mi chiese: "Hai avuto la febbre?" "No", risposi. Avevo avuto un raffreddore un po’ più pesante del normale all'inizio di ottobre, niente di più. E lui continuò a dirmi: "Perché qui c’è un linfonodo più grande di 3 centimetri e attorno altri linfonodi ingrossati". "Occorre un ago aspirato per capire cos’è".

 

Nella mia mente fu il panico. Non sapevo cosa fossero i linfonodi. C'erano dei noduli, bisognava fare la biopsia e quindi c’era la probabilità di un tumore. Il "tumore" equivaleva a una massa che non c’entrava nulla con il mio corpo sano.

 

Piansi davanti a mia madre, al bar, mentre mangiavo una pizzetta, al telefono con mio fratello, al lavoro. Non piansi con il mio fidanzato, anzi gli mandai un messaggio dicendogli di non preoccuparsi e lui rispose: "Certo, ne ero sicuro che non era niente".

 

Farmi vedere debole da lui no, mai. Ogni minuto libero era buono per la mia ricerca su internet: mi usciva subito il nome "linfoma di Hodgkin", ma gli altri sintomi non c'erano, quindi non mi preoccupai più di tanto. Inoltre si parlava di una cosa curabilissima, nei primi stadi addirittura solo con qualche seduta di radioterapia. "Nulla di grave", pensai, "al massimo farò questa benedetta radioterapia e tornerò come nuova".

 

L’otorino mi disse che nella gola e nei dintorni non c'era nulla, nessuna infiammazione, anche lui consigliò l’ago aspirato e una visita ematologica. Io l’ematologo non sapevo neanche cosa facesse: quando mi informai pensai: "Cosa c’entra uno che studia le malattie del sangue con il collo???"

 

Una sera a letto mi sentii leggermente calda, così per curiosità misurai la febbre: 37,4. Da quel momento in poi, sempre verso le 16.30, ebbi quella febbriciattola praticamente tutti i giorni. Mi ricordo della mia ricerca su internet: i sintomi erano "febbriciattola serotina", "linfonodi ingrossati", "prurito", "sudorazioni notturne". Io ne avevo già due…

 

Tempo qualche giorno e giunsero anche gli altri: il prurito non tanto, inizialmente ebbi solo un leggero fastidio alle gambe, ma le sudorazioni sì! Bagnavo il pigiama completamente, mi svegliavo durante la notte fradicia, una cosa schifosa e sicuramente anormale visto che era pieno inverno e tutti avevano un freddo micidiale durante la notte.

 

Anche se non ero un dottore avevo capito anch’io che c’era qualcosa che non andava. Mi sentivo logorata, in un corpo non mio, non ero più padrona di me stessa. Per non parlare del mio collo, che aveva raggiunto dimensioni spropositate. Facevo veramente impressione. Era inverno e riuscivo a coprirmi bene con maglioni a collo alto e sciarpe, ma sentivo un grosso peso sulla spalla e  non vedevo più l’osso della clavicola.

 

Ero sempre stanchissima, ero dimagrita di qualche chilo, durante la sera in autobus al ritorno dal lavoro era un pianto continuo. Decisi di andare da un ematologo privatamente: lui me lo disse chiaramente, con molta probabilità si trattava di linfoma. Mi mandò direttamente all’ospedale nel padiglione di ematologia e oncologia medica.

 

Già il nome "oncologia" non prometteva bene. Entrammo e nel salone c’era una caterva di gente. Spiccò ai miei occhi una ragazza completamente calva. "Deve essere una ragazza con due palle gigantesche per girare così senza coprirsi la testa", pensai immediatamente. Non avrei mai immaginato di trovarmi di lì a breve in una situazione simile.

 

Anche se già sapevo che "linfoma" significava "tumore", credevo che si sarebbe risolto tutto con una operazione oppure con la radioterapia. Fu un colpo al cuore vedere tutta quella gente presumibilmente malata e ancora di più ascoltare le parole del dottore: "Eh sì è un linfoma, bisognerà fare un intervento per la biopsia, poi delle terapie e preservare gli ovociti per poter avere dei figli in futuro".

 

Cosa?! In quel momento non capii più nulla. Piangevo, piangevo e piangevo. Mi sembrava di essere in una vita parallela che non era neanche la mia, non riuscivo a capacitarmi di quello che stava succedendo. Però non mi disperavo, non avevo pensieri di morte o di dover abbandonare tutto e tutti. Adesso mi chiedo perché chi pronuncia la parola tumore pensa subito a morte.

 

Probabilmente è stata più dura per gli altri, perché stare vicino a una persona malata è difficile: non sai cosa dire, cosa non dire, cosa fare, cosa non fare, gli stai troppo addosso, oppure non lo coccoli abbastanza. Il mio fidanzato è stato bravissimo a gestire la situazione: il segreto credo sia quello di non far caso a ciò che si fa, ma farlo e basta come se tutto fosse normale.

 

Di solito invece il malato trova la forza di reagire, soprattutto se ha ancora delle cose da fare. E io di cose da fare ne avevo: imparare un lavoro, sistemare casa. Insomma farmi una famiglia. Prima di iniziare la chemioterapia feci penare un bel po’ i dottori, proprio perché non avrei mai rinunciato alla possibilità di avere un figlio se le terapie mi avessero reso sterile. Per 20 giorni mi sottoposi a delle iniezioni per poter incrementare il numero degli ovociti che si sarebbero potuti prelevare. Ogni due giorni mi prelevavano il sangue per controllare i valori, finché fui pronta per l’operazione.

 

Alla fine riuscimmo a congelare 6 ovociti “buoni”. Fu un enorme risultato, ottenuto in pochissimo tempo. Il mio cuore, nonostante la situazione, era già più sollevato. Dopodiché iniziai la chemio, focalizzandomi sulla guarigione e affrontando ciò che sanno tutti: la perdita dei capelli, la stanchezza perenne, i chili in più, la scomparsa del ciclo.

 

Dopo 6 mesi tutti i linfonodi e le masse che avevo erano spariti. Tutto ricominciò a rifiorire: i miei capelli e il mio corpo ripresero una forma normale (e non a palloncino!) e dopo 4 mesi dalla fine delle terapie mi tornò anche il ciclo.

 

La gioia che provai non si poteva descrivere. Avevo passato quasi un anno a pensare che non sarei mai diventata mamma, a guardare con invidia, anche se senza cattiveria, le ragazze incinta e le mamme con i passeggini. L’ematologo mi disse di aspettare almeno due anni dalla fine delle terapie per dare il tempo al mio corpo di smaltire completamente i farmaci e per non rischiare di rimanere incinta proprio quando la probabilità di recidiva era più alta.

 

A febbraio 2015 nacque la mia più grande gioia, Arianna. Tutte le sofferenze passate sono state ricompensate. Mai perdere la speranza.

 

di Chiara

 

(storia arrivata come messaggio privato sulla nostra e-mail)

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