Fecondazione artificiale

Scarsa riserva ovarica e fecondazione artificiale. Ma ora stringo tra le braccia la mia bimba

Di mammenellarete
famiglia
12 Agosto 2019
A causa di una scarsa riserva ovarica e altri problemi, non riuscivo a restare incinta. Perciò, io e il mio compagno in otto anni facemmo ben sei tentativi, in tre centri diversi: due inizialmente sembravano essere andati bene, ma purtroppo le gravidanze instaurate finirono poi in aborti spontanei. Piangemmo tanto. Mi diedi la colpa dicendo che era per la qualità dei miei ovociti che non andava e che le gravidanze si erano interrotte. Ma, per fortuna, mi ripresi e affrontai un percorso psicologico e medico che mi portò a recuperare la fiducia in me stessa. L'ennesimo tentativo andò bene e ora stringo tra le braccia mia figlia.
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Nel percorso di fecondazione assistita è facile perdere fiducia in se stessi e nelle proprie capacità e non sempre si riesce al primo colpo. Spesso anche il personale medico che dovrebbe supportarti in questo duro percorso non ti aiuta come dovrebbe… Con mio marito, dopo il matrimonio nel 2010, iniziammo subito a cercare una gravidanza, io 32 anni e lui 37: insomma l’età era matura e non eravamo due ragazzini alle prime armI.

 

Dopo i primi tentativi "in modo naturale" iniziarono le paranoie. Finchè non si cerca una gravidanza si è convinti che appena si avrà il primo rapporto libero arriverà ciò che si desidera, ma non funziona sempre così! Dopo circa un anno di tentativi, test di ovulazione e test di gravidanza a vuoto iniziammo a fare un po’ di esami, dai quali emerse che oltre ad avere una "situazione maschile" non proprio rosea anch’io avevo quella che i medici definiscono “scarsa riserva ovarica”, per cui venimmo indirizzati subito alla fecondazione medicalmente assistita. Insomma fu un trauma approcciare così a un qualcosa di cui si era sentito parlare solo da lontano.

 

A causa della scarsa riserva ovarica, nonostante le dosi massicce di cure ormonali che mi facevano fare, la produzione risultante era veramente ridicola. Sentivo di ragazze/compagne di viaggio che producevano 10/15/30 ovociti e io era tanto se arrivavo a 4 su due ovaie, insomma una pippa… e purtroppo i medici non erano incoraggianti, anzi spesso mi demoralizzavano per questa cosa che non dipendeva da me facendomi venire davvero dei sensi di colpa pazzeschi.

 

In otto anni facemmo ben sei tentativi, in tre centri diversi, due inizialmente sembravano essere andati bene, ma purtroppo le gravidanze instaurate finirono poi in aborti spontanei. Piangemmo tanto, ci chiedevamo perché ci stesse succedendo tutto questo. Mi diedi la colpa dicendo che era per la qualità dei miei ovociti che non andava e che le gravidanze si erano interrotte. Ma, per fortuna, non mi diedi per vinta!!!

 

Mio marito mi ha sempre assecondato. Lui è infermiere e spesso mi diceva che, dal punto di vista professionale, mi avrebbe dovuto dire di smetterla di accanirmi perché quelle cure ormonali, alla lunga, non si sapeva a cosa potessero portare. Ma dal lato umano non riusciva a non starmi accanto lottando insieme a me, anche quando gli dissi, un giorno, che sentivo di aver bisogno di un aiuto di una psicologa (dopo il secondo aborto). Dunque, mi accompagnò più volte e aspettava, andando un’ora in giro, che io finissi la seduta. Anche quando decisi di andare da un ginecologo a distanza di 300 km da casa nostra per avere un parere lui mi assecondò. Periodicamente andavamo anche alla visita di controllo.

 

Insomma dopo il secondo aborto, ci furono tanta delusione e sofferenza e un paio di centri rifiutarono il nostro caso perché considerato “poco probabile”. Avevo deciso di smetterla con la fecondazione medicalmente assistita, ma la psicoterapia e il medico a 300 km da casa mi aiutarono, in circa tre anni, a rimettermi in sesto, a farmi capire che tutto ciò che era successo non dipendeva da me né da mio marito.

 

Feci davvero pace con me stessa e riacquistai fiducia nelle mie capacità, così, all’alba dei 40 anni, decisi di riprovare! Cambiai centro e Dio volle che trovassi persone e medici che mi accompagnarono nel cammino, non facendomi sentire una nullità solo perché non producevo quanto secondo chissà quali parametri avrei dovuto produrre. Arrivai al mio transfer serena e pronta a tutto, consapevole che se non fosse andata non sarebbe stata colpa di nessuno…

 

E invece ce la facemmo, ero incinta! Con la paura che qualcosa potesse non andare bene e che potesse finire male come già era successo, i mesi passarono e ad aprile di quest’anno abbiamo potuto abbracciare la nostra bambina. Piango ancora quando la guardo, quando mi sorride e anche adesso che sto scrivendo queste righe.

 

Mio marito spesso mi ringrazia di non aver mollato e io, nonostante le esperienze non proprio idilliache passate per arrivare a Lei, mi ritengo una donna fortunata e ringrazio tutti i giorni Dio e i medici che mi hanno aiutato ad arrivare dove sono ora. Credo che una buona dose di fortuna non guasti in queste cose, ma la fiducia in se stessi e la voglia di farcela aiutano davvero!

 

di Francesca

 

(storia arrivata come messaggio privato sulla nostra pagina Facebook)

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