Aborti

Al mio bimbo non si era formato il cranio: ho dovuto abortire

Di mammenellarete
donna
29 Agosto 2019
Nel 2013 rimasi incinta, ma, dopo un'ecografia esterna alla dodicesima settimana, vidi il medico titubante. Quest'ultimo mi fece un'ecografia interna e a un certo punto mi disse: "Signora, questo bambino non è completo: ha un'apertura sul cranio". Io non capivo più nulla, non capivo se stesse parlando del mio bambino o di un'altra persona. Purtroppo era vero e dovetti abortire. Ero disperata. Dopo provai a restare incinta per ben altre due volte, ma i piccoli se andarono da soli... Finché, nel 2017, rimasi nuovamente incinta e la gravidanza andò bene. A gennaio arrivò il mio bambino, sano. Oggi sono felice, ma non dimentico.
 
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Nel 2013, dopo anni di attesa, finalmente scoprii di aspettare un bimbo. Che gioia infinita! Mio marito mi baciò dalla testa ai piedi. Lo comunicai in famiglia ed erano tutti felici. Alla dodicesima settimana feci la visita di controllo dal mio ginecologo e tutto andava bene. Il bimbo cresceva, muoveva le sue manine come per dire: "Ciao, sono felice".

 

A un certo punto si parlò di fare l'amniocentesi visto che avevo 40 anni. Il giorno dopo andai in un ospedale per prendere appuntamento, ma il medico mi disse che dovevo essere di 16 settimane per fare l'amniocentesi. Non mi fece però andare via, anzi mi disse: "Aspetta, visto che sei qui ormai facciamo un'ecografia".

 

Lì il mondo mi crollò addosso: dopo un'ecografia esterna, vidi il medico titubante, così decise di procedere per un'ecografia interna. Ad un certo punto mi disse: "Signora, questo bambino non è completo: ha un'apertura sul cranio. Sì, non si è formato il cranio, è aperto". Io non capivo più nulla, non capivo se stesse parlando del mio bambino o di un'altra persona, se stesse parlando di me o se fossi dentro in un film. Era tutto finto o era vero?

 

Mia mamma restò seduta, mentre io spalancavo gli occhi per dire: "Lei è pazzo, ieri sera ho fatto il controllo dal mio ginecologo". Lui mi disse che non si sbagliava e che i suoi macchinari erano più d'avanguardia rispetto ad altri. Mi alzai, mi rivestii incredula e spaventata. Lui disse: "Devi togliere subito questo bambino. Lo so, ti sembro un mostro in questo momento, ma non posso dire che il bimbo nascerà sano... anzi sarà un vegetale e non vivrà tanto".

 

Io scoppiai in un pianto disumano davanti al medico e scappai fuori dallo studio tra la gente che fuori mi fermava per capire cosa stesse accadendo... ma non non potevano capire un dolore così. Salii in macchina, tornai a casa e abbracciando la mia pancia mio marito piangeva con me. Avevano dato una lettera a mia mamma da consegnare al mio ginecologo. Lo andai a cercare in ospedale mentre lui faceva delle visite. Aspettai che uscisse la ragazza che era lì dentro, poi me ne fregai delle altre che aspettavano il loro turno ed entrai da lui.

 

Il ginecologo lesse la lettera e un silenzio calò nella stanza. Dopo un pò mi chiese se me la sentivo di andare in sala operatoria subito. Capii che non c'era altro da fare. Il mio cuore diventò di pietra per un attimo, non avevo più lacrime così gli dissi: "Che cambia oggi o domani?". Divenni un cadavere che camminava, non mi importava più nulla e niente. Mi portarono nel reparto di ginecologia e fu un calvario sentire il pianto dei neonati. Mi tappai le orecchie perché non volevo sentire. Andai in sala operatoria e lì finì una parte della mia vita.

 

Mi dimisero l'indomani, tornai a casa e aprii il cassetto che avevo svuotato per mettere le sue cosine. Lo svuotai. Passarono il tempo, gli anni. Nel 2014 il test fu di nuovo positivo, ma il bimbo se ne andò da solo. Anche nel 2015 il test era di nuovo positivo, ma stessa cosa... andò via da solo. Feci tanti controlli: ero sana e avevo tutto in ordine.

 

Nel 2016 il test fu positivo, non feci salti di gioia e aspettavo che se ne andasse da solo. Ma non se ne andò: passavano le settimane e restava lì. Così il mio cuore iniziò a sperare: feci le beta e i valori erano alti. Non volevo gioire, ma lui era lì, non andava via, anzi cresceva ogni giorno. Feci la mia prima visita da una ginecologa. Dio, si sentiva il battito del cuore... era un cavallino, era lì ed era sano. Feci tutti gli esami e tornai per l'amniocentesi.

 

Avevo paura... ma andai con mio marito e destino... trovai lo stesso medico di allora. Immaginate il mio stato d'animo: lui mi controllò, mi fece l'ecografia e mi disse: "E' sano! Adesso ti preparo per l'amniocentesi, anzi ti faccio la villocentesi, che a 12 settimane si può fare". Attesi i risultati e mi chiamarono dopo qualche settimana. Io onestamente ero sola a casa, quindi mi misi sul letto sdraiata: almeno se fossi svenuta, non sarei caduta a terra. Ero terrorizzata. La voce di una donna disse queste parole: "Signora il suo bambino è sano ed è un maschio, AUGURI! Io piansi tantissimo, ma dalla felicità".

 

La gravidanza andò benissimo, alla grande, senza nausee e senza problemi. Ho dimenticato di dirvi una cosa: il mio bambino è venuto al mondo più o meno nello stesso periodo del bambino che sarebbe dovuto arrivare nel 2013. Tutto uguale: nel 2013 mi avevano detto che entro il 17 gennaio sarebbe più o meno dovuto nascere. Il piccolo nato nel 2017 è arrivato il 22 gennaio con un cesareo. Io avevo 44 anni. Ora stiamo bene e lui mi dà amore infinito, in tutti i momenti. Sono mamma di due figli e sono completa adesso. Ma non dimentico quell'anno, il 2013. Non si può.

 

di Antonella

 

(Storia arrivata come messaggio privato sulla nostra pagina Facebook)

 

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Aborto terapeutico, gli aspetti psicologici


Come viene vissuta, in genere, un'interruzione terapeutica di gravidanza? "Le emozioni più comuni sono dolore, rabbia, confusione, agitazione, senso di colpa" ha spiegato Claudia Ravaldi, psicoterapeuta e presidente dell'associazione CiaoLapo Onlus per la tutela della gravidanza e della salute perinatale, intervistata da nostrofiglio.it. "Sono le emozioni tipiche del lutto ed è normale che sia così perché, comportando una morte, anche l'aborto terapeutico comporta un lutto".

 

Spesso si tende a sottostimare questo aspetto, nell'idea che essendo frutto di una scelta, l'aborto non si porti dietro anche un lutto. "Ma non funziona così" spiega Ravaldi. "C'è comunque una perdita, anzi ci sono più perdite: del bambino, della relazione intima con il bambino, della progettualità di una vita insieme, di una parte della propria immagine come persona. Dunque è inevitabile che ci sia un lutto, un senso di vuoto profondo e totalizzante, e che i ritmi della vita quotidiana possano esserne sconvolti. Per esempio, è normale che, nelle settimane o nei mesi successivi all'evento, le donne siano abbattute e apatiche o, viceversa, iperattive". CONTINUA A LEGGERE: Aborto terapeutico, gli aspetti psicologici

 

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