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Ho rischiato la vita per darla a mio figlio

di sara degiorgi - 29.01.2020 - Scrivici

ospedale
Fonte: Shutterstock
Subito dopo il parto, i medici mi hanno portato in sala operatoria d'urgenza. Dopo quattro ore mi sono risvegliata: avevo avuto una lacerazione di terzo grado vaginale e rettale . Ho rischiato la vita per darla a mio figlio. La ripresa fisica è stata faticosa, dolorosa e lunga, ma quella psicologica lo è stata ancora di più. Il mio bimbo mi ha dato la forza di alzarmi da quel letto di ospedale e di andare avanti.
Ho pensato mille volte prima di cominciare a digitare questo messaggio, ma poi mi sono detta: "Perché non farlo?". La mia storia comincia il 31 luglio 2019. Alle 4 del mattino rompo le acque: sta per arrivare Francesco. Ciò che ne consegue non è felice e spensierato come si vede nei film: ho rischiato la vita per dare la vita, ma ne vado fiera.
 
Alle 11:33 Francesco nasce con un parto naturale, precipitoso e aggressivo. Ciò che accade dopo è un mix di angoscia e paura: una immensa paura. Passa mezz'ora. Un'ora. Nulla, non esco dalla sala parto. I punti non tengono. Chissà perché? Cosa succede? Dalla sala accanto sento la voce della mia mamma: "Sara sono qui". Mamma. Mamma è affianco a vedere Francesco.
 
E io sono qui dentro da un'ora ormai. In un attimo mi ritrovo in camera operatoria, e, mentre l'anestetista mi addormenta, sento il chirurgo che mi dice: "Non avere paura Sara". Mi risveglio quattro ore dopo, con mio marito che spinge la barella con l'infermiera e la mia mamma accanto.

Ho rischiato la vita per dare la vita

Mi spiegano cosa mi è accaduto: lacerazione di terzo grado vaginale e rettale. Ho rischiato la vita per darla a mio figlio. Immobile in una stanza di ospedale, desiderosa di rivedere gli occhi del mio bambino. Alle 23, con una trasfusione dopo l'altra, arriva la puericultrice che mi dice: "Eccolo qui mamma. Ne hai bisogno tu e ha bisogno lui".
 
Mi cibo di Francesco. Ho sete del suo amore. Mi dà forza nel momento più bello, ma, al contempo, più difficile e complicato... E dopo due giorni mi rimetto in piedi: lo devo allattare. Sono gli otto giorni più lunghi della mia vita. Mille buchi alle braccia per gli antibiotici, e quella pompetta chiamata "terapia del dolore" resta appiccicata alla mia camicia da notte per 4 giorni.
 
La ripresa fisica è stata faticosa, dolorosa e lunga, ma quella psicologica lo è stata ancora di più. Il mio bimbo mi ha dato la forza quando le mie gambe non riuscivano a sostenersi da sole; mi ha dato la forza di alzarmi da quel letto di ospedale.
 
Mi ha dato la forza di correre al nido ad allattarlo; mi ha dato la forza quando le braccia del mio medico mi sostenevano, e quando la mia vicina di letto mi spronava a rimettermi perché ero salva, e il mio bambino aveva bisogno di me. Oggi, sono passati quasi 6 mesi da quel 31 luglio 2019, ed ho imparato tanto più in questi 6 mesi che in 27 anni della mia vita.
 
La forza del suo amore è stata la mia linfa vitale, il mio ossigeno, la mia forza. E quando mi guarda e cerca il mio seno non ho bisogno di altro. Solo e soltanto di lui. La forza delle mamme è immane, inumana. La forze delle mamme è vita!
 
di Sara 
 

(Storia arrivata come messaggio privato sulla nostra pagina Instagram)

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