Home Storie Storie del parto

#potevoessereio: la mia storia (per fortuna) a lieto fine

di mammenellarete - 24.01.2023 - Scrivici

bambino-ospedale
Fonte: shutterstock
#potevoessereio: perché, non esistono dei percorsi di psicologi, di accompagnamento genitoriale, che seguono le mamme prima, durante e dopo il parto, che seguano le famiglie?

In questo articolo

#potevoessereio

La mia storia è una storia a lieto fine, la storia di una mamma e una famiglia felice, che sta crescendo un bimbo sano e felice. Tutto bene, ma per certi versi e per svariati motivi, in determinate situazioni, #potevoessereio
 
Sono mamma di un bimbo nato nel 2019. Il mio primo figlio.
Ho avuto una gravidanza fisiologica meravigliosa, io e il mio bimbo scoppiavamo di vita. Avevo scelto un percorso di nascita in un "reparto speciale" in un ospedale della mia città, dove avrei potuto partorire in modo totalmente naturale, in una stanza a me dedicata, dove avrebbe poi potuto dormire e assistermi anche il papà.
Il giorno del parto, sono entrata in ospedale in pieno travaglio con una dilatazione di 6,6 cm, dove in seguito a visita ed ecografia, abbiamo scoperto che il mio bimbo era podalico.
Una settimana prima però, l'ostetrica che mi ha seguito per tutto il percorso, mi aveva detto che il bimbo si trovava in posizione!
 
"si è rigirato" questa è stata la giustificazione. 
Io, non lo avevo mai sentito girarsi. Né una volta, né tantomeno due. Con il senno di poi, sono certa che non si sia mai messo in posizione.

Cesareo d'urgenza

Cesareo d'urgenza. Il mio compagno è sbiancato, io mi sono accasciata. 
Il nostro sogno di vivere il parto insieme era svanito, ma ora era importante che nostro figlio nascesse sano e forte e nel giro di poco tempo, tutto è andato per il meglio.
Ero sconvolta, ho dovuto farmi coraggio e accantonare la paura e qualunque pensiero negativo. Mi sono lasciata spogliare, preparare, infilare catetere, flebo, ho risposto a mille domande mentre le contrazioni continuavano a crescere. 
Questo perché, nonostante mia richiesta, mi era stata negata una visita dall'anestesista pre-ricovero, in caso di urgenza. È stata fatta in sala operatoria, mentre avevano già l'ago pronto. 
 
Nel frattempo un'infermiera mi rimproverava di aver aspettato troppo per andare in ospedale, un'ostetrica mi visitava poco delicatamente e l'anestesista mi bucava la schiena.

Nasce mio figlio

Hanno fatto il proprio dovere, il bimbo è nato sano, forte, meraviglioso. Io stavo bene. L'ho visto per un attimo, ho sentito il suo profumo, ma non l'ho potuto stringere a me. L'ostetrica mi ha detto che me lo avrebbe portato subito ed io ci ho creduto. Ero sollevata e felice.
Tutto questo, mi ha portato in uno stato di torpore, tanto che durante la sutura della ferita, mi sono addormentata.
 
Erano ormai le 22, sono stata portata insieme ad altre madri nella sala di ripresa post operazione. Dei neonati, nemmeno l'ombra.
 
Più tardi vengo condotta in reparto e di mio figlio ancora nulla. 
L'ultima infermiera mi dice:
"domattina prestissimo, ti porto il tuo bimbo"  e si dilegua.
Ero stordita dall'anestesia,  stordita dalla felicità, ma sola (il mio compagno è stato mandato a casa quella notte). Non ho insistito per vedere il bambino, non ero molto in me.
Mi sono addormentata in un letto della sala tracciati, nemmeno in una stanza vera e propria, un letto da cui non potevo muovermi, se non suonare il campanellino. Un letto con lo schienale rotto e quindi inchiodata in posizione semi sdraiata e senza un sollevatore che mi aiutasse a muovermi un pochino. Mi sono addormentata immobile.
 
Il giorno dopo ero sveglissima.
La domanda alla prima infermiera di turno, è stata: 
"Mio figlio?"
Erano le 5 del mattino.
"fra poco glielo porto"
Intanto pensavo: lo devo attaccare, dovrà mangiare, è al nido da solo, senza di me, senza la sua mamma, perché me lo hanno portato via e non l'ho potuto subito tenere sul petto, attaccarlo al seno?
 
Intanto, la curiosità di tutto il personale, era:
Sei tu quella che è arrivata a travaglio avanzato con il bambino podalico? 
Come se ne avessi una colpa.
 
Passa il tempo, continuo a chiedere di mio figlio, suono il campanello più volte, nel frattempo arriva il papà.
"Vai a chiedere del bambino, vai al nido!"
Mio figlio è arrivato alle 11.30 del mattino. Era nato alle 20.53 della sera prima.
Non si ricordavano che quel neonato fosse il mio. 
 

Mio figlio era affamato

Il bimbo arriva affamato, e mi viene lasciato. Quindi DA SOLA, lo attacco al seno. Sdraiata in quel letto, con la flebo in un braccio, la morfina nell' altro, il catetere, una ferita aperta e senza poter cambiare posizione, mettermi comoda, sollevare il busto. Solo due cuscini che il papà cerca di sistemarmi dietro. 
 
Non riesco a tenere bene mio figlio per avvicinarlo al seno, provo a sorreggerlo meglio, del resto è la prima volta che lo faccio, e lui preso dalla foga si attacca male, prendendo l'aureola e lasciando un gran livido. Aveva molta, molta fame.
Mando a chiamare qualcuno e dopo poco arriva quella che si classifica come: la responsabile dell'allattamento (mai più vista nei tre giorni di ricovero).
 
Vede che il bimbo ha molta foga di essere nutrito, me lo fa attaccare al seno e subito sentenzia: 
"Devi usare il paracapezzolo". Me lo porta, me lo lascia e se ne va. 
Usalo. Arrivederci.
Io mi intestardisco, cerco in ogni modo di far attaccare il bambino senza paracapezzolo, è possibile che nessuno mi aiuti??
Intanto voglio alzarmi, voglio muovermi, voglio andare in un'altra stanza, non voglio più sentire quel bip dei tracciati in sottofondo. Insomma, voglio tranquillità.
 
Nel pomeriggio, mi trasferiscono in stanza.
Il bambino è agitato, ha sempre fame e io metto tutta la mia pazienza nel cercare di accontentare il suo bisogno.
Il mio compagno è impotente, può solo dormire su una seggiola e cambiare pannolini.
Suono il campanello. Chiedo assistenza. L'infermiera prende la testa del bambino e lo attacca. 
Arrivederci.
Lui tira, non è soddisfatto. Piange, piange spesso, diventa rosso, si agita, non collabora più, non si attacca più.
Suono il campanello, altra infermiera, stessa storia. Lo attacca. 
Vedi devi fare così. Va bene? Ciao.
 

Lo tengo sempre in braccio

Quando riesce a mangiare, è comunque nervoso, nella culletta non ci vuole stare, allora lo tengo in braccio sempre. 
Arriva la notte, io sono stravolta, ho ancora la ferita aperta, ancora tubicini, ancora non mi muovo bene. Penso alle donne che hanno partorito naturalmente, a tutto quell'impegno, dolore.
Saranno ancora più sconvolte dalla fatica. Ci vuole pazienza, tanta pazienza. Però devo dormire un pochino. Mio figlio è pacifico, si è addormentato sul mio petto. Il papà per fortuna c'è, ma dormicchia seduto sulla sedia. Crollo anche io senza accorgermene.
Non avrei dovuto. Mio figlio avrebbe potuto cadermi dalle braccia. 
 
Passa un altro giorno, il bambino continua a non calmarsi. Dico alle infermiere: 
 
"Non mangia abbastanza, il latte non sta arrivando, ma in ogni caso non si attacca bene, si agita, ha molta fame, non è collaborativo ".
 
Suono mille volte il campanello. Insisto, c'è qualche cosa che non sta andando.
Le infermiere sono seccate, ma arrivano. E se ne vanno con lo stesso copione di sempre.
 
Intanto, il mio compagno può fermarsi di notte, ma entro le 7 deve togliersi di torno e tornare alle 10. 
Nel frattempo, io non posso ancora alzarmi. 
Come può una madre occuparsi del suo bambino senza potersi muovere, senza assistenza? C'è il campanello. Sí, c'è.
Ma chi arriva dovrebbe avere un altro atteggiamento. Anche loro donne. Che forse hanno partorito, che dovrebbero sapere cosa significhi essere felici e sconvolte allo allo stesso tempo, impaurite anche se  pazienti e amorevoli, insomma cosa voglia dire essere una madre da poche ore e per sempre.
 
Invece, come apri bocca per chiedere spiegazioni, aiuti, assistenza, ti senti domandare: 
 
"E' il primo figlio signora?"
"Sí"
"Aaaaah ecco"
 
Ecco, che cosa?
Che sia  per la prima volta o per la seconda o per la decima, non cambia nulla!!
 
 

La seconda notte è stata tremenda

La seconda notte, è stata tremenda. Mio figlio piangeva solamente. Il reparto buio in silenzio e lui urlava. Ero stravolta. Potevo alzarmi e muovermi piano, finalmente.
Alle tre, sono scoppiata a piangere, non avevo più soluzioni. 
Mi sono calmata, ho ritrovato il mio sangue freddo e ho detto al papà:
"Andiamo al nido".
 
Busso.
Mi apre la porta una donna sulla 60ina. 
Dietro di lei vedo nella penombra le cullette in fila e le sue colleghe sedute in cerchio che parlano sottovoce.
 
Le dico, decisa:
 
"Il bambino non mangia, ha fame, non si attacca. O mi aiutate con l'allattamento, oppure piuttosto dategli voi da mangiare, DEVE mangiare".
 
Risposta
"va bene signora, il bambino me lo prendo io così me lo sento io piangere"
E mi toglie il neonato.
 
A quel punto perdo la pazienza. Le strappo mio figlio dalle braccia:
 
"Non è per il pianto. Deve mangiare, perché se non gli dà da mangiare, me lo riporto in stanza, non se lo tiene lei!" 
 
Allorché è entrata al nido ed è tornata con un biberon con dentro un cm di quel che presumo fosse latte. Mio figlio l'ha scolato e si è immediatamente calmato e addormentato.
Sembrava drogato, ma ho capito che era solo stravolto e finalmente appagato.
 
È stato lì che ho riconosciuto l'espressione di un neonato appagato dalla pappa. In quel momento stava benone. 
 
Il giorno dopo, finalmente una nuova otetrica in visita di routine, mi ha ascoltata. Ricordo che mi ha guardato bene negli occhi e ha ascoltato attentamente la mia richiesta.
 
Mio figlio sta mangiando troppo poco, è evidente, per favore dovete darmi retta.
 
L'ha fatto vistare e ha visto che il peso era calato. Il mio seno non era ancora pronto, perciò gli hanno prescritto un pochino di latte formulato, in aggiunta.
 
Non era quello che volevo ottenere, avrei voluto che qualcuno si prendesse più cura di noi fin dai primi istanti e ci seguisse e ci guidasse in un allattamento "complicato". Avrei preferito che ci fosse stata più cura e più riguardo. Non solo per me, per tutte le madri. 
Una mamma che ha partorito con cesareo, ha bisogno di più attenzioni. Perché il suo latte arriva dopo, perché non si può muovere, perché ha una ferita aperta, ha ancora in circolo delle sostanze dell'epidurale e la morfina attaccata al braccio. Io non ero completamente in me, me ne rendo conto con il senno di poi. Ero lucidissima nel rendermi conto del bisogno di mio figlio, ho lottato per lui, ma anche io avevo bisogno di essere cullata un po' e guidata. 
 
 

A casa con un neonato che ha perso peso

Mi hanno mandata a casa con un neonato che aveva perso peso, con due indicazioni sul fatto che dovesse bere latte dal mio seno (che ancora ne aveva pochissimo) e l'integrazione della formula. Stop. Nessuno si è preoccupato di accertarsi che dopo qualche giorno il bebè stesse riprendendo peso e che io fossi in buona salute mentale.
 
Quel che penso, è che per fortuna io ero davvero in buona salute mentale, avevo un compagno al mio fianco, avevo una famiglia. 
Ma se così non fosse stato? Avrei potuto lasciar piangere mio figlio in ospedale senza reagire, avrei potuto tornare a casa senza aver capito bene cosa fare e non nutrire il bimbo in modo adeguato, avrei potuto essere sola e fargli persino del male! 
 
Perché, non esistono dei percorsi di psicologi, di accompagnamento genitoriale, che seguono le mamme prima, durante e dopo il parto, che seguano le famiglie? 
Anche i papà hanno bisogno di supporto. 
Anche un papà può crollare stanco con il figlio nel letto! 
 
Ho avuto mille problemi con l'allattamento, mio figlio piangeva tanto anche a casa, non riusciva a nutrirsi a sufficienza ed io ero impotente. 
Ho avuto la lucidità di rivolgermi ad un centro per l'allattamento, anche se ahimè non c'è stato nulla da fare. Alla fine ho scelto di smettere di far patire mio figlio e di sentirmi inadeguata io, ho scelto di passare esclusivamente alla formula e lui è cresciuto bene ugualmente.
Però nessuno mi ha aiutata, nessuno mi ha dato un consiglio, un'indicazione. Ce la siamo cavata da soli, io e il papà.
 
Anche questo, è un rischio reale, per i neonati e per le famiglie. Perché quando hai partorito non ti trasformi in super woman improvvisamente. Anzi. Non lo diventi proprio mai.
Sei stanca, hai dei bisogni che passano in secondo piano, a volte non riesci a ragionare nel modo migliore, a volte non hai nessuno, a volte cadi in depressione, a volte ti senti sola e le persone che ti amano vorrebbero esserti di aiuto ma non sanno come fare.
 
I neonati sono nelle mani delle madri. Solo delle madri. Il padre per 10 giorni fa quel che può, la famiglia fa quel che può, poi ci sia aspetta che da sole facciamo i salti mortali per i nostri figli. Dalla loro nascita in avanti. Sempre, senza fermarci MAI.
 
Di mamma Alessia

Condividi con noi la tua storia

Vuoi condividere anche tu con noi la tua testimonianza?

Scrivila a redazione@nostrofiglio.

it per vederla pubblicata sul nostro sito oppure commento il nostro post su Instagram.

TI POTREBBE INTERESSARE