Storia

Gravidanza con probabili malformazioni genetiche: "Non ho voluto fare l'amniocentesi"

Di mammenellarete
neonato1

18 Giugno 2018 | Aggiornato il 18 Giugno 2018
Ero incinta e felicissima, ma un giorno i dottori mi dissero che il bimbo era a rischio e che avrebbe potuto avere la sindrome di down, con un difetto cardiaco, con qualche malformazione. Trascorsi la mia gravidanza sempre triste, avevo continuamente con le mani sul pancione, parlavo ore intere con il piccolo, lo rassicuravo, dicendogli che lo amavo incondizionatamente. Scelsi anche di non fare l'amniocentesi. Per fortuna, al momento del parto il mio campione lottò insieme a me e insieme riuscimmo a vincere tutti i pronostici: lui era lì, sano, che urlava, e non aveva nessun difetto! 

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La mia è una storia semplice: ho dovuto però fare scelte difficili, che però ripeterei altre mille volte.

 

A 27 anni, appena assunta, io e il mio fidanzato decidemmo di andare a vivere insieme. Dopo qualche mese eravamo pronti per il grande passo, innamorati e felici per una vita a due.

 

Il mio contratto era a tempo determinato, quindi decidemmo che dopo il matrimonio avremmo aspettato per avere figli. Data fissata, ristorante prenotato, partecipazioni, bomboniere, testimoni... Mancava solo il vestito.

 

Il mio futuro marito viaggiava spesso per lavoro, ed io ero sola a casa, ma mi piaceva aver acquistato finalmente un po' di indipendenza. A novembre cominciai a stare male con lo stomaco, ma non diedi molto peso alla cosa, mi avevano asportato da poco la colecisti e stavo seguendo una cura farmacologica.

 

Ne parlavo via Skype con Germano, che dalla Bulgaria mi consolava. Tornò a casa il 3 dicembre ed il giorno dopo, quando gli chiesi di andare a comprare del Maalox in farmacia, lui tornò con un test di gravidanza. Non ne avevo mai fatto uno e sinceramente credevo che non fosse necessario. Avevo avuto il ciclo a fine ottobre, era sempre stato irregolare, quindi non mi preoccupavo.

 

Lui insistette e io lo feci. Era uno di quelli tecnologici che ti dicono da quante settimane sei incinta. Uscì la scritta: "incinta +3 settimane". Leggendo il foglio illustrativo, scoprii poi che oltre le 3 settimane il test non andava.

 

Fu un colpo per me. Una paura terribile, angosciante, mi assalì. Io madre? Non ne ero capace!

 

Come l'avrebbero presa i miei cattolicissimi genitori, che mi avevano tolto la parola quando avevo iniziato la convivenza? E a lavoro? Appena assunta rimanere incinta non è un bel biglietto da visita... Il mio fidanzato decise che quella sera stessa lo avremmo comunicato a casa mia. Non ci ha sfiorato nemmeno per un momento l'idea di dire di no a questo bimbo, ma lo confesso, ero atterrita. Non mi sentivo all'altezza di diventare madre, non ero pronta a questo stravolgimento, volevo viaggiare, io che ero sempre stata rinchiusa in casa, non avevo mai potuto fare da sola le mie scelte, avevo sempre e solo fatto ciò che volevano i miei.

 

Nonostante tutto, i miei genitori presero bene la notizia, ne furono felici, e ci aiutarono ad anticipare il matrimonio. Quando chiamai la mia ginecologa, anche lei fu incredula. "Fai le beta e poi vieni da me". Ritirati i risultati, andammo a fare la visita. "Ma tu non sei incinta, sei incintissima!", mi disse la dottoressa. Credeva io fossi già al terzo mese, viste le beta.

 

Mi prescrisse la translucenza nucale da lì a breve. Volle venire anche mia madre. Ricordo quel giorno come se lo stessi rivivendo proprio ora. Stesa sul lettino, il gel sulla pancia, sentii battere quel cuoricino per la prima volta... Germano mi stringeva la mano, eravamo emozionatissimi, piansi davanti a quel miracolo impresso sullo schermo che viveva dentro di me. La dottoressa fece svariati tentativi di prendere le misure, ma disse che il bimbo dormiva e non si girava. Mi consigliò quindi di andare a mangiare qualcosa e tornare.

 

Scendemmo al bar, tutti euforici, che già parlavamo del piccolo, di come somigliasse a me che sono una dormigliona, che per me ogni scusa era buona per mangiare cioccolato... Tornati nella stanza, ripetemmo l'esame. Vedevo la dottoressa premere più volte sulla mia pancia, fino a farmi male, per un tempo lunghissimo, cambiando angolazione in un silenzio tombale. Cominciai a preoccuparmi.

 

"Ci sono casi di sindrome di down in famiglia?", esordì all'improvviso, rompendo il silenzio... Mi si raggelò il sangue. "Malformazioni genetiche? Problemi congeniti?" Volevo morire. "Perché lo chiede dottoressa?" "Signora non voglio sbilanciarmi, ma dalle misure prese i valori sono tali da far pensare ad una malformazione del feto. Deve assolutamente parlare con la sua ginecologa per decidere il da farsi". Avevo smesso di respirare. Un ronzio in lontananza mi tappava le orecchie.

 

La gola si stringeva e la testa era staccata dal resto del corpo. Mio marito mi aiutò ad alzarmi dal lettino ed a vestirmi, mentre mia madre tempestava di domande la dottoressa, che rimaneva sul vago. Volevo solo andare via. Non ho memoria del tragitto, il viaggio fino a casa dei miei potrei averlo fatto in qualsiasi modo, ero in trance. Ricordo solo che ero seduta a tavola, le mani nascoste sotto le mie gambe, e fissavo il tavolo, quando mio padre comparve in cucina chiedendo come fosse andata e sentii mia madre rispondere: "Male", e portarselo in un'altra stanza.

 

Chiamai la ginecologa, leggendole il referto, il valore minimo che avevo era 4.1, quello standard al massimo doveva essere 1. "Letizia mi spiace, ma con questi dati nel migliore dei casi il feto ha malformazioni cardiache, nel peggiore ha una malattia genetica incurabile, vieni da me, dobbiamo parlare. Ma domattina fai il duotest". Feto. Feto... Se era difettato lo chiamavano feto.

 

Prima era il bambino, ora era il feto. Il mio bambino. Quel cuoricino minuscolo così forte. Il mio fagiolo... Ne avevo visto il contorno sullo schermo e già lo amavo. Era colpa mia. Non mi ero accorta di essere incinta ed avevo continuato a prendere le medicine. Non si prendono medicine in gravidanza, avevo fatto del male a mio figlio. La dottoressa mi disse che dovevo per forza fare l'amniocentesi.

 

Ci eravamo informati, Internet è un mezzo davvero potente. Effettivamente le probabilità che il bambino avesse problemi erano alte... "No, non la faccio, è pericolosa" Risposi convinta. Mio marito mi strinse la mano. "Pensaci, non vuoi sapere?" "Sapere cosa? In qualsiasi caso io non ucciderei mio figlio solo perché non è perfetto". "Ma potresti prepararti meglio, se sapessi cosa ha". 

 

Era il padre di mio figlio, e voleva sapere, ne aveva il diritto. Ma io non volevo rischiare la vita del bambino, non lo avrei mai fatto. Seguirono settimane difficili, in cui tutti quelli che sapevano, consigliavano. Non volevo sentirmi dire "Mi dispiace", non volevo la compassione di nessuno. Il Signore aveva scelto questo figlio per me, ed io lo amavo. Così, a due mesi dal matrimonio, chiesi al mio uomo l'atto di amore più grande al mondo: gli chiesi di accettare la mia scelta ed amarci, me ed il bambino, per come saremmo stati, per tutta la vita.

 

Lui accettò, e mi stette vicino. Firmai una liberatoria per la rinuncia all'amniocentesi. Il matrimonio fu bellissimo, tante persone, eravamo felici... Ma io avevo la morte nel cuore. Ero convinta fosse colpa delle mie medicine. Ero una madre orribile. Ogni volta che mi chiedevano il sesso del bambino, ed io dicevo di non saperlo, tutti rispondevano: "Non importa maschio o femmina, basta che sia sano". Ed il mio cuore si spezzava un po' di più.

 

Feci un voto a San Gerardo, pregavo ogni sera, dicevo a tutti di essere serena, ma ero terrorizzata. Quei sei mesi furono tutti pieni di pianti mai esternati, parole non dette, sorrisi finti. Feci la strutturale nel centro migliore della mia città. Il dottore fu contento di dirmi che si vedeva il naso del bambino. Non era sindrome di down. O almeno, era poco probabile. Feci allora un controllo al cuore del piccolo. Sembrava battere bene. Tutti attorno a me si comportavano come se non ci fosse quell'ombra, ma io me la portavo dentro... Morirono entrambi i miei nonni in quei sei mesi.

 

Ero sempre triste, avevo continuamente le mani sul pancione, parlavo ore intere con il piccolo, lo rassicuravo, dicendogli che lo amavo incondizionatamente, che non mi sarebbe importato nulla dei suoi difetti, gli promettevo che lo avrei difeso dal mondo intero, e poi piangevo, perché non mi credevo capace di mantenere quelle promesse. Cambiai ginecologo, andai da un primario. Mi disse che avrei fatto il cesareo, data la mia situazione. Mi dispiacque tanto, ma ero pronta a tutto.

 

Fissammo la data, ero pronta. Eravamo pronti. Ma lui forse un po' di più, perché una notte, all'improvviso, ruppi le acque. Ero calma, stranamente. Andai in bagno, mi lavai, mi cambiai e chiamai mio marito. "Si sono rotte le acque". "Sicura?" "Si, non mi sono fatta pipì sotto", gli dissi, indicando il lago che aveva bagnato il pigiama. Arrivati in ospedale ero dilatata di quattro centimetri, mi ricoverarono. Chiesi a mio marito di chiamare il professore, che era fuori città. Ci disse che ci avrebbe raggiunti il prima possibile, rassicurandomi perché il travaglio sarebbe durato a lungo, era il primo figlio... In sala parto ero sola, stesa sul lettino, e soffrivo.

 

Ma ero terrorizzata... Nessuno volle intervenire, tutti aspettavano il primario. Io chiedevo di fermare le contrazioni, dovevo fare il cesareo, il bambino forse non stava bene, ma nessuno mi ascoltava. Ero una primipara, poco attendibile per loro. Quando arrivò il dottore il bimbo si era già incanalato, non si poteva fare il cesareo, ma Michele non riusciva a scendere, aveva il cordone attorno al collo.

 

Il medico disse alla mia famiglia che se entro un'ora non avessi partorito, mi avrebbe dovuta operare, il piccolo stava soffrendo.

 

Ma il mio campione lottò insieme a me, si girò da solo, lacerandomi un bel po' di tessuti, ed insieme riuscimmo a vincere tutti i pronostici: lui era lì, sano, che urlava, e non aveva nessun difetto! Era viola, gonfio, per il trauma del parto, ma il mio piccolo miracolo era perfetto... Lo sarebbe stato comunque, per me.

 

di mamma Letizia

 

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