parto indotto

Lettera a mio figlio: "ti racconto il momento della tua nascita"

Di mammenellarete
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07 Novembre 2014 | Aggiornato il 01 Settembre 2017
Narro la storia del mio terzo e recentissimo parto. Ma indirizzo questa storia a mio figlio, perché possa magari leggere, in futuro, che la sua nascita è stato uno dei momenti più belli e intensi della mia vita. Benvenuto amore mio!

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La sveglia suonò. Era il 25 Agosto. Finalmente era giunto il momento di incontrarti. Ero alla 41esima più 5 giorni, e tu non volevi saperne di uscire dal mio pancione.

Ci aspettavano in ospedale per l'induzione. Le sale parto erano tutte occupate, e ci toccò aspettare. Erano quasi le 13 del pomeriggio, ero a digiuno, e nonostante le tue sorelle fossero nate con parti naturali, ero lo stesso tesa. Speravo che, da un momento all'altro, si rompessero le acque e che tutto avvenisse in modo naturale.

"Andiamo in sala parto!" - disse l'ostetrica. Percorsi i corridoi che, le due volte prima, avevo attraversato con poca lucidità, perché le doglie mi davano il tormento. Lei iniziò il monitoraggio, ma tu dormivi, e dopo 40 minuti e, un intero rotolo di carta stampata a vuoto, l'ostetrica ci diede uno scossone. Tu iniziasti a muoverti.

Alle 13.50 l'induzione con il gel. La dottoressa disse che, di sicuro, la prima dose non avrebbe avuto effetto e la prossima sarebbe stata somministrata dopo sei ore, non prima. Fuori dall'ospedale nessuno sapeva niente, nessuno telefonava o mandava messaggi: preferii così.

Il tuo papà era in preda ai blocchi di stomaco. Era teso, ma non me lo diceva. Non vedeva l'ora che finisse quest'attesa, ma non me lo diceva. Calma piatta. Le ore passavano, ma nemmeno un minimo, impercettibile dolorino. Mi portarono in stanza, la numero nove, questa volta. Tre letti, e io ero in mezzo. Arrivò l'orario delle visite, e chiacchierai allegramente con le mie vicine di letto.

Spavaldamente tranquilla e ancora perfettamente presente a me stessa. Erano le 20.00. "Forse si sono dimenticati di noi" - pensai. Papà più volte sollecitò per la seconda induzione, ma le ostetriche erano tutte occupate. 20:30. "Amore, comincio a sentire qualche lieve dolore" - dissi a mio marito, "ma non mi sembrano le solite fitte da togliere il fi..." Eccoleeeee! Ecco le fortissime contrazioni.

Erano le 20.45: era arrivato il momento! Papà corse a chiamare l'infermiera, mentre la stanza, piena di parenti della ragazza accanto a me, iniziò pian piano a sparire, i rumori diventarono inascoltabili, il resto iniziò a non contare nulla.

Mi alzai dal letto e mi infilai in bagno: io e il mio dolore avevamo bisogno di intimità. Arrivò la sedia a rotelle. Ma i dolori erano questi anche le altre volte? "Come fa il cervello a rimuovere tanta sofferenza, e perché ho deciso di ripassarci per la terza volta?" - pensai. Da qualche parte avevo letto che il dolore del parto è pari alla frattura di venti ossa. Eppure lo scelsi per la terza volta!

Entrammo in sala parto. L'ostetrico mi accolse sorridente, aveva le movenze di Cristiano Malgioglio e la voce rassicurante di un cd di yoga. Per farmi visitare dovevo riuscire a trovare il respiro tra una doglia e l'altra. "Sei centimetri" - disse. "Allora non manca molto" - pensai. Lui uscì, doveva sbrigare le ultime burocrazie prima che il piccolo Ethan venisse alla luce.

Chiuse la porta. Io e il tuo papà restammo da soli. E io che pensavo di poter fare da sola! "E' la terza volta, ormai so come si fa, se vuoi puoi restare fuori..." - dissi a mio marito. Stronzate! Se mio marito non fosse stato con me, a tenermi la mano e ad accarezzarmi la testa, non ce l'avrei fatta.

Non ricordo quanto tempo passò. Credo il tempo di qualche doglia. Ed improvvisamente sentii che dovevo spingere. Riconobbi la sensazione. "Chiamalo, chiamalo, sta nascendo!" - gridai a mio marito. L'ostetrico rientrò di corsa e mi visitò di nuovo.

"Dilatazione completa, spingi quando vuoi" - disse a me. "Chiama la dottoressa, si tratta di parto precipitoso!" - disse all'infermiere. "Ci siamo, ci siamo!" - pensavo io. Dopo la prima spinta già sentivo che eri pronto, sentivo tutto il tuo peso nella parte bassa della schiena. Non era dolore, non c'era lacerazione. Era solo un forte bisogno di lasciarti uscire per farti iniziare a vivere.

Altre due spinte, e sentii il tuo corpicino sgusciare fuori. Ti guardai: eri bellissimo. 54 cm per 3 Kg e 585 grammi. Feci una carezza alla dottoressa, ringraziai tutti, diedi un bacio a tuo padre e poi ti guardai negli occhi: ben arrivato piccolo Ethan. Erano le 21.24 e tu eri sul mio petto. Benvenuto amore mio.

di mamma Sabrina

(storia arrivata come messaggio privato sulla pagina Facebook editata da Sara De Giorgi)

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