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Parto cesareo dopo ore di travaglio: la mia bambina non riusciva a venire al mondo

di mammenellarete - 07.05.2015 - Scrivici

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Ecco la storia del mio difficile e travagliato parto. A mio parere ho sofferto molto a causa dei dottori, che sono stati molto negligenti. Voglio raccontare la mia esperienza anche per incoraggiare le mamme che vivono dei disagi legati all'ospedale a verificare sempre che la struttura medica e il personale siano adeguati.

Tutto iniziò un venerdì mattina. Era una giornata fresca d'autunno, precisamente il 3 ottobre. Ero all'ultimo mese e improvvisamente giunsero le contrazioni. Andai in ospedale e mi dissero che non dovevo preoccuparmi e che se entro il lunedì non avrei partorito avrebbero dovuto provocarmi l'induzione.

 

Durante la notte persi il tappo, ma non ebbi nessuna perdita o contrazione. Decisi allora di aspettare. Domenica, all'ora di pranzo, corsi in ospedale poiché si ruppero definitivamente le acque. Mi controllarono e mi dissero di tornare a casa. Mi ripresentai lunedì sera, dopo essere stata dalla ginecologa il venerdì, la quale aveva fatto l'ecografia, dicendomi che avevo rotto "la sacca in alto" e che quindi mi mancava un bel po' di liquido.

 

In ospedale mi attaccarono al sondino e mi diedero l'antibiotico in vena ogni due ore, dato che da troppe ore ero con la sacca rotta. Trascorsero 24 ore e non accadeva ancora nulla. Decisero allora di fare la dilatazione "a mano" e mi fecero lo scollamento. Quando ero arrivata in ospedale avevo due centimetri di dilatazione e dopo 24 ore ero giunta a quattro centimetri. I dolori erano acuti. I dottori utilizzarono il gel. Ma la dilatazione non aumentava e la bambina rimaneva sempre con meno liquido.

 

Giunse il mercoledì, 8 ottobre. Io ero in ospedale e nessun dottore mi seguiva. Mi avevano letteralmente abbandonato nella stanza. Durante il giorno c'era mio marito con me, ma dopo le 21 lo mandavano via ed io restavo da sola. Ero addirittura una paziente del primario, ma lui non era presente: era andato in ferie per 20 giorni. Provate a immaginare la mia ansia...

 

Sempre quel mercoledì, iniziai verso le 13 a non sentire più il battito della bambina. Vedevo che il battito andava e veniva dal tracciato sullo schermo: nessuno però si preoccupava.

 

Iniziai ad agitarmi e alle 16 riuscii a farmi visitare da una dottoressa, che mi mandò in sala travaglio. Ero sempre dilatata di quattro centimetri, allora decisero di iniettarmi 250 ml di ossitocina. Non accadde nulla però, nonostante le contrazioni durassero 50 minuti e sul tracciato fossero al 99%.

 

Dopo mi portarono in sala parto, ma la dilatazione era sempre di 4 centimetri. Finalmente decisero di farmi il cesareo, impiegando moltissimo tempo a preparare la sala operatoria.

 

Alle 20.15 nacque Matilda, la mia bimba, che pesava 3.840 grammi. Era bellissima e stava fortunatamente benissimo. Al momento della sua nascita aveva le manine e i piedini completamente viola.

 

A mezzanotte i dottori si presentarono per verificare le perdite e constatarono che avevo i coaguli, dunque iniziarono a premere sulla ferita appena fatta per torglieli. Provai un dolore atroce. La mattina dopo per loro avrei dovuto tirarmi su e camminare, ma non ci riuscii, ovviamente.

 

Il giovedì sera all'orario di visita ebbi un collasso, ma i dottori non fecero restare nessuno durante la notte. Il personale non mi aiutò per niente. Il giorno dopo avrei dovuto tornare a casa, ma avevo una forte anemia da gravidanza e una tachicardia costante, quindi non potevo neanche tenere la bambina in braccio.

 

Dovetti fare tre sacche di trasfusione e nel frattempo mi venne pure la febbre: fui costretta allora assumere il ciclo di antibiotici per nove giorni. Assunsi allora per tre giorni il ferro in vena.

 

Decisi di insistere per far rimanere con me qualcuno 24 ore su 24 e fortunatamente ci riuscii. Finalmente, dopo 10 giorni di ospedale, arrivammo a casa. Tutt'ora dalle analisi risulta che il livello del ferro è ancora basso. Fortunatamente però, è migliorato di parecchio.

 

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