Home Storie Storie del parto

medea nel nuovo millennio

di mammenellarete - 28.02.2008 - Scrivici

di Ago (redazione di mammenellarete) “Medea, suo marito Giasone ed i loro due figli vivono tranquillamente. La donna ha aiutato il marito nell'impresa del Vello d'oro, abbandonando così il proprio padre, Eete.Dopo dieci anni, però, Creonte, re della città, vuole dare sua figlia Glauce in sposa a Giasone, dando così a quest'ultimo la possibilità di successione al trono. Giasone accetta, abbandonando così sua moglie Medea.Malgrado la disperazione della donna, vista l'indifferenza di Giasone, Medea medita una tremenda vendetta. Fingendosi rassegnata, manda in dono un mantello alla giovane Glauce, la quale, non sapendo che il dono è pieno di veleno, lo indossa per poi morirne fra dolori strazianti. Il padre Creonte, corso in aiuto, tocca anch'egli il mantello, morendo. Ma la vendetta di Medea non finisce qui. Per assicurarsi che Giasone non abbia discendenza, uccide i figli avuti con lui condannandolo all' infelicità perpetua …”

Il mito scritto da Euripide è tragicamente tornato di moda negli ultimi anni, in Italia soprattutto.
I dati parlano chiaro: il numero degli infanticidi sale costantemente nel tempo.
Gli esperti convergono quasi all’unanimità sulla tesi che “venti mamme su cento potrebbero, in particolari situazioni di stress psico-fisico, diventare potenziali assassine dei loro figli”…
L’allarmismo, da Cogne in poi, è diventato esasperante.
I mezzi di comunicazione, per mesi, hanno bersagliato i loro utenti fino a farli sentire tutti un po’ più esperti, diffidenti e preoccupati (in Italia, purtroppo, un problema prende vita “solo” nel momento in cui ne parla la televisione).
In verità, questa piaga esiste dacché esistiamo … perché esistiamo.
Come per ogni tema di interesse sociale, delicato e complesso, a poco servono le generalizzazioni e le teorie di risoluzione totalitaria di qualcuno, che servono ancora di più a confondere le idee ed a ledere sensibilità.
C’è da dire, però, che esistono delle similitudini chiare e dei punti oscuri di cui è giusto parlare, proprio in quanto siamo tutti genitori e/o figli.
LA DEPRESSIONE ED IL DEGRADO SOCIALE
Un elemento comune, riscontrato nella maggior parte degli infanticidi è la depressione del genitore.
Stadi aberranti della depressione post parto (come la Patrizio che annegò il piccolo Mirko di cinque mesi) oppure degenerazioni psichiche che esulano dalla maternità e che già esistevano o che vengono, poi, ad essere(i noti fatti della Franzoni e del piccolo Samuele).
Il degrado sociale di genitori e figli, è un altro punto comune degli omicidi in famiglia, anche se meno frequente della depressione, ma spesso intersecato.
Un caso emblematico è quello della piccola Eleonora, morta di fame a Bari e trovata all'autopsia con lo stomaco completamente vuoto.
La cosa più difficile da accettare, per una cultura radicata nella famiglia come la nostra e, più in generale, per ogni individuo, è la brutalità, l’efferatezza con cui i bambini vengono massacrati dai loro padri e dalle loro madri. (Matilda, morta il 2 luglio scorso in provincia di Vercelli, aveva gli organi interni distrutti dai colpi subiti ed è morta vomitando. I due figli di 4 e 6 anni della macedone Kulena Yadramica furono massacrati a coltellate dalla madre, producendo un risultato definito agghiacciante da chi ebbe la sfortuna di osservare la scena del crimine).

Non c’è spiegazione, cartella clinica che tenga ne che giustifichi o anche solo attenui la pubblica condanna.
Una parte di questi omicidi si concludono con il suicidio della carnefice, subito dopo l’atto, o poi in seguito, dopo aver realizzato
Stupisce e sconcerta, invece, la percentuale di madri che, una volta rinsavite dal raptus omicida, rimangono, nonostante tutto, attaccate alla loro vita, alla voglia di ricominciare e cancellare gli attimi di follia, anche se a volte si tratta di premeditazione vera e propria.
Quest’ ultima categoria cerca in tutti i modi di dissimulare l’omicidio, creando machiavelliche alternative alla propria colpevolezza, cercando di spostare l’attenzione da sé ad altre ipotetiche persone (parenti,amici, vicini)
Queste riversano su altri la colpa che altrimenti, su loro stesse, non riuscirebbero a sopportare rimuovendo poi dalla loro memoria, perennemente o per un certo lasso di tempo, la verità che in loro “veramente” cessa di esistere (Anna Maria Franzoni).
E’ importante, in casi come questo, avere chiara la dimensione del fenomeno che, ribadisco, è sempre esistito.
Delle venti madri citate sopra, nessuna poi, diventa un’assassina. Nemmeno una su cento o su mille.
La percentuale è misera in realtà, è il tono con cui se ne parla ad essere altisonante.
E’ chiaro che se passasse l’idea malsana “depresso = assassino” saremmo tutti destinati all’inferno!
Le fasi depressive nella vita di una persona e, soprattutto di una madre, sono “normalmente” frequenti e non si deve incappare nell’errore, per chi ne soffre, di tenere per se il problema che, in quel caso, potrebbe diventare più complesso. Rendere il malumore visibile a chi ci sta accanto, è il modo più efficace e rapido per farlo cessare o, quantomeno, ridurlo.
Altrettanto chiaro deve essere il fatto che, per certi tipi di depressioni è doveroso (per se stessi e per chi ci sta intorno) affidarsi nelle mani di persone esperte e qualificate, così che tutto sia sempre sotto controllo e nulla degeneri.
Ai giorni nostri, avere i “momenti no”, più che un passaggio normale è un diritto di ognuno.
I casi descritti sopra sono paradossali, ma in un mondo dove “tutti rischiano di uccidere tutti” io, una domanda me la pongo continuamente “Come si può fermare questa ondata di violenza che ci investe tutti?
Mamme, a voi la risposta.

TI POTREBBE INTERESSARE