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Il mio parto con ossitocina e ventosa: "il giorno in cui ho capito cosa sia l'amore incondizionato"

di mammenellarete - 24.11.2014 - Scrivici

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Mio figlio è nato in un giorno di febbraio. La neve scendeva fitta. Era l'11 febbraio 2013, il giorno delle dimissioni del Papa, il giorno in cui si festeggia la Beata Vergine Maria di Lourdes. Il giorno in cui ho capito cosa sia l’amore incondizionato, il giorno in cui un pezzo del mio cuore ha cominciato a battere per conto suo, il giorno in cui mio figlio è venuto al mondo, il giorno in cui la mia vita ha finalmente avuto un senso, il giorno più bello della mia esistenza.

Venerdì 8 febbraio 2013, tarda mattina, visita di controllo a 38 più 1. La dottoressa che mi visitava disse: “Signora, tutto chiuso, le fisso un'altra visita alla 40esima settimana. “

 

Io annuii e presi la mia cartelletta, poi raggiunsi mio marito Simone (allora era il mio compagno, non eravamo ancora sposati) in sala d’attesa e gli spiegai che nostro figlio, per il momento, non aveva alcuna intenzione di farsi conoscere. Notando la delusione nei suoi occhi, gli spiegai che era del tutto normale, che di solito le primipare partorivano sempre dopo la presunta data del parto. Questo non lo consolò.

 

Uscimmo dall’ospedale e andammo a pranzo, mangiai come se fossi ad un banchetto nuziale. Mi sembrò tutto un po' insipido, tranne il conto. Quello era bello salato! Lo diceva e lo dice sempre il mio compagno: meglio comprarmi un vestito di marca che portarmi fuori a pranzo/cena.

 

Sabato, 9 febbraio, convinsi Simone ad andare dai miei genitori e poi in giro per centri commerciali, con la scusa che camminare tanto avrebbe aiutato ad anticipare il parto.

 

Trascorremmo ore e ore tra vestitini, giocattoli e accessori per bambini di tutti i tipi e di tutte le marche. Solo alle 20 tornammo a casa.

 

Premuroso, la mia dolce metà, mi fece sdraiare sul divano con tanto di copertina e scettro del potere in mano, il sacro "telecomando", mentre lui, il mio cuochetto, intanto preparava un piatto succulento ai fornelli. Le uniche due volte che mi alzai dal divano furono per cenare e per prepararmi ad andare a letto.

 

Dopo cena mi addormentai sul divano e raggiunsi il letto solo intorno alle 2 del mattino.

 

2.10 del mattino, 10 febbraio. Ero finalmente sdraiata nel mio letto, quando sentii qualcosa di umido bagnare il mio pigiama. Andai in bagno per cambiarmi, ormai il pancione premeva sulla vescica ed episodi di quel tipo ogni tanto mi erano capitati, ma questa volta il liquido non era poco. Tornai a letto e appena sdraiata… mi successe di nuovo!

 

Guardai Simone e gli dissi: "Simo… ci siamo, credo mi si siano rotte le acque". Lui, in risposta, pensando che stessi scherzando, mi disse: "Tranquilla ci penso io". Forse perché fa l'idraulico!

 

Io dico: "Simo…". Lui mi guardò come se fosse il gatto di Shrek, senza proferire parola. "Simo, hai capito? Dobbiamo andare, mi si sono rotte le acque". Lui sempre immobile a fissarmi nel letto, con gli occhi di un cane bastonato. Dopo cinque lunghissimi e interminabili minuti trovò un filo di voce per dirmi: "Stai scherzando vero? Ti prego, dimmi che stai scherzando! E' tutto il giorno che siamo in giro, non so tu dove hai le forze, ma io sono esausto, dimmi che non è vero!"

 

Io: "No tesoro, non sto scherzando, dobbiamo andare, preparati, prendi la valigia e vieni sotto al portone a prendermi."

 

Corsi in bagno perché, oltre a preparare me e le ultime cose da portare in ospedale, dovevo anche trovare un rimedio per "tamponare" momentaneamente il mio problema. Ok, gli assorbenti post parto… 20 cm d'altezza e di morbidezza!

 

Saliti in auto, direzione ospedale Mangiagalli. Ad ogni sussulto le "acque" aumentavano sempre più. Arrivammo in ospedale, mi diressi al pronto soccorso per l’accettazione e per fortuna mi accolsero, avevano aperto da pochi minuti le liste. Se fossi arrivata un po' prima, mi avrebbero spedita in un altro ospedale per esubero posti.

 

Mi ricoverarono, mi fecero il monitoraggio e una visita di controllo. Mi dissero che il bimbo stava bene e che il mio sacco amniotico invece si era rotto in un punto in alto e che per questo motivo non erano iniziate le contrazioni. Così capii finalmente perché non sentivo dolore.

 

Io e Simone, con i bagagli, seguimmo l'infermiera, che ci fece accomodare nella mia stanza "transitoria", quella preparto. Mi misi la mia camicia da notte, mi sdraiai nel letto e mi rivisitarono di nuovo.

 

Il dottore dettò all'ostetrica cosa scrivere sulla mia cartella: "Dilatata due centimetri, collo dell’utero chiuso, iniziare la cura antibiotica in endovena, prima dose di gel".

 

Nel frattempo Simone cercava un posto nella sala d’attesa dei papà, anche semplicemente una sedia. Ma tutti i posti a sedere erano occupati da futuri padri devastati dall'attesa, dallo stress e dal sonno.

 

Allora tornò nella mia stanza dove io, bella comoda, lo guardai con un super sorrisone. Lui mi guardò disperato come se volesse chiedermi aiuto. Chiesi quindi ad un'infermiera la possibilità di una sistemazione per lui e gli portarono una sedia. Si addormentò sulla sedia in una strana posizione, tipo esorcista. Povero uomo.

 

Nel frattempo la dose di gel che mi avevano somministrato cominciava a fare effetto. Avevo solo qualche piccola contrazione e pensai: "le donne ormai non hanno più la capacità di sopportare il dolore, chissà perché gridano tanto nei film!"

 

Dopo sei ore tornarono il dottore e l'ostetrica per controllare la situazione. Simone era sempre sulla sua sedia, modello "gioco Shangai". Mi visitarono e il dottore disse: "Dilatazione ancora due, collo dell’utero ancora chiuso, altra dose di gel".

 

Guardai il monitoraggio e sentii il cuore del mio piccolo, poi vidi al monitor la contrazione che saliva, ma non sentii nulla, se non un dolore minimo al basso ventre. "Speriamo sia così per tutto il parto" - pensai.

 

Trascorse 12 ore, arrivò il dottore e mi fece la stessa identica diagnosi, dicendomi però che il collo dell’utero finalmente si era appiattito. Nel frattempo Simone andò a casa a riposarsi e al suo posto arrivarono mia sorella, mia madre e mia suocera. Mio padre aveva l’influenza e rimase a casa.

 

Ore 9.15 del mattino, 11 febbraio, l’ostetrica entrò nella mia stanza e mi chiese di seguirla in sala parto. Era giunto il momento? Non avevo contrazioni. Come cavolo avrei fatto a partorire?

 

Simone mi seguì con il trolley, entrammo in sala parto. C'erano un lettone grande, come nei film, e un lavandino enorme, dove probabilmente avrebbero lavato il piccolo.

 

Mi fecero accomodare sul mega letto e l'ostetrica mi disse che, data la piccola dilatazione e le contrazioni, che non erano partite naturalmente, doveva per forza darmi dell’ossitocina.

 

OSSITOCHE? Vabbè, quel che s'ha da fare, s'ha da fare. "Drogatemi" - risposi. Nel frattempo mi sistemarono il monitoraggio e nuovamente sentii il velocissimo cuoricino del mio piccolo. Mi chiesero come lo avremmo chiamato mentre compilavano le carte, noi all’unisono rispondemmo: "LORIS".

 

L'ostetrica preparò un bell'ago (non ne avevo visti così tanti in 33 anni), flebo con ossitocina in arrivo. Non feci in tempo a fare il mio ultimo sorriso che mi partì una contrazione, così, all’improvviso, da togliermi il fiato.

 

Quando pensai che il peggio fosse passato, ebbi un’altra contrazione, poi un’altra, poi un’altra… e ancora un’altra. Insomma avevo una contrazione di un minuto ogni minuto. Non ebbi neanche il tempo d’abituarmi al dolore.

 

Tra un dolore e l’altro l’ostetrica mi spiegò che con l’ossitocina era così, non era come per le contrazioni naturali, che davano il tempo d'abituarsi perché prima più distanti e poi più ravvicinate. L'ossitocina "simulava" subito le contrazioni da parto.

 

Ero in un limbo. Guardai il monitor che registrava i battiti del cuoricino del bambino, notai il picco della contrazione e l'inizio della successiva. Vidi salire i numeri ed ero terrorizzata, perché sapevo che da lì a pochi secondi sarei stata malissimo.

 

Contrazione, dolore, altra contrazione, dolore e poi… il mio sguardo riuscì a vedere che, ad ogni contrazione, il cuore del bambino rallentava. Chiesi all’ostetrica cosa stesse succedendo. Da 144 battiti passò a 60, ero preoccupata.

 

L’ostetrica mi visitò, ero dilatata di 4 centimetri ed erano le ore 11.30. Non avevo più le forze. Chiesi l'epidurale. Non avrei voluto farla, solo che ero davvero esausta.

 

L'ostetrica chiamò l’anestesista che, vista la situazione del battito del cuore di mio figlio, in tutta franchezza, mi disse: "Signora, lei non è dilatata a sufficienza e noi l'ossitocina dobbiamo per forza farla. Il cuore del suo bambino però non la sopporta bene, quindi se noi le facessimo l’epidurale le contrazioni rallenterebbero e così rischierebbe un cesareo d’urgenza. Cosa vuole fare? L’epidurale con possibile cesareo o riesce a sopportare l’ossitocina, così vediamo se si dilata in breve per permettere un parto naturale?".

 

Ero nel mio limbo ma cercai di comprendere le parole del dottore. Non avrei mai permesso, MAI, che mio figlio soffrisse solo per togliere a me il dolore. Decisi di non fare l'epidurale. Per fortuna, ad un certo punto l’ostetrica quasi gridò: “Sei dilatata 10, sei dilatata 10!”

 

Felicissima dissi: “Allora spingo!”

 

Mi spiegò di spingere ogni volta che sentivo la contrazione, come se stessi andando in bagno. Tra una spinta e l’altra mi fecero delle punture locali, perché i miei muscoli erano talmente tonici che tendevo a far uscire e far risalire il bambino.

 

Stavo quasi "anestetizzando" la parte, quando, dopo pochi minuti sentii due "Stock!", uno dietro l’altro. E vidi comparire una cesoia che assomigliava a quella dei giardinieri.

 

In tutto quel momento tanto idilliaco quanto doloroso, non potevo IO non trovare la parte comica. Avevo le gambe divaricate, ma lo schienale del letto non era alzato. Il letto era totalmente piatto. Continuavano a dirmi di afferrare i maniglioni e di reggermi lì durante la spinta, ma io non ci arrivavo ai maniglioni.

 

Sono alta un metro e un citofono. Come cavolo potevo arrivare ad afferrare i maniglioni da quella posizione? PANICO…

 

Non chiedetemi come, ma riuscii ad acchiapparne uno, quello di sinistra. Ero tutta storta, l’altra mano me la teneva Simone. Ricordo che ciò che mi dava conforto era proprio lui, con le sue mani.

 

Simone, con una mano teneva la mia e con l’altra mi reggeva la fronte e me l’asciugava, dicendomi: "Brava amore, sei una iena, brava". Ero madida di sudore. Mi sentivo quasi come un caprone di montagna, come un'anguilla, come un kleenex usato al ciglio dell’autostrada, non aggiungo altro. Mi fecero un’episiotomia, ma il bambino non usciva e allora l’ostetrica chiese il KIWI.

 

IL KIWI? Praticamente avrebbero fatto nascere Loris con la ventosa. Ore 12.44: terza e ultima spinta, afferrarono la testa di Loris con la ventosa e finalmente il mio piccolo nacque. Il mio dolore cessò.

 

Non piangeva, io lo intravidi, entrai in panico e chiesi quasi urlando: "Perché non piange?". L'ostetrica lo pose in braccio ad un infermiere e lo portarono via, io dissi a Simone di seguirlo e di non preoccuparsi per me. Lui gli corse dietro.

 

Simone uscì dalla stanza, io mi sentivo stordita e mi faceva male “là sotto”. Certo, un dolore sopportabilissimo in confronto alle contrazioni. Un'ostetrica mi ricucì e chiesi come stava il mio bambino. Tutti mi dissero di stare tranquilla. Dopo qualche minuto entrò Simone, aveva un telo verde in braccio, mi guardò e mi sorrise. Capii che il bimbo stava bene, potevo finalmente chiudere gli occhi e rilassarmi.

 

Mi trasferirono su un lettino da corsia. Ci dirigemmo verso "l’acquario", ovvero nel luogo dove le neo mamme aspettavano d’essere portate nella loro stanza, dopo che il loro piccolo era stato misurato, pesato, vestito e "braccialettizzato".

 

Prima di uscire dall'area "sale parto", tolsero il bambino dalle braccia di Simo e lo adagiarono accanto a me nel lettino, dicendomi: "La madre è certa!". Non vi dico la faccia di Simone!

 

Quello fu il primo momento in cui vidi il volto di mio figlio. Restai imbambolata a guardarlo. Aveva gli occhiettini aperti, mi guardò e non produsse alcun vagito. Non pianse.

 

Eravamo solo occhi negli occhi. Non mi resi conto che stavo stringendo il mio piccolo Loris tra le braccia, mentre fino a qualche ora prima lui si muoveva nel mio ventre. Ero confusa, dannatamente confusa, e tanto, tanto esausta.

 

Quel momento venne interrotto da mia madre e mia sorella, che, come caterpillar, si gettarono sul bambino, manco fossero ad una semifinale di rugby e il mio bambino fosse la meta.

 

Poco dopo entrai nell’acquario. Loris venne vestito e misurato. Il mio bambino era nato a 38 più quattro, era alto 48 cm, pesava 3.060 kg.

 

Dopo mezz'ora, mi condussero finalmente nella mia stanza. Simone era già lì, aveva portato valigie e tutto il resto. Mi sistemai a letto. Sentivo un dolore "lì sotto" che non vi posso spiegare.

 

Il bimbo era nel suo lettino. Era grande quanto un carrellino della spesa dei bimbi. Tranquillo lui, con la sua tutina che non permetteva di mostrare le manine, con il suo berrettino di cotone quasi sopra gli occhietti.

 

Tra il chiasso dei pianti e delle risate dei miei familiari, rivolsi uno sguardo veloce fuori dalla finestra. Nevicava in maniera fitta. Era l'11 febbraio 2013, il giorno delle dimissioni del Papa, il giorno in cui si festeggia la Beata Vergine Maria di Lourdes, il giorno in cui la neve scendeva incessantemente per tutto il giorno, il giorno in cui ho capito cosa sia l’amore incondizionato, il giorno in cui un pezzo del mio cuore ha cominciato a battere per conto suo, il giorno in cui ho augurato a tutte le donne di poterlo provare almeno una volta nella via, il giorno in cui mio figlio è venuto al mondo, il giorno in cui la mia vita ha finalmente avuto un senso, il giorno più bello della mia vita.

 

Solo la prima notte in ospedale, in cui io e lui siamo finalmente soli, cominciai a realizzare quanto era accaduto.

 

Lo guardai dormire tra le mie braccia, gli accarezzai la fronte con il dito e mi sentii le guance bagnate. Stavo piangendo, non avevo ancora pianto fino a quel momento tutto nostro.

 

Un pianto liberatorio pieno di tante emozioni. Tra stanchezza e gioia mi addormentai pensando che da quel momento in poi la mia vita sarebbe stata finalmente completa.

 

Con tutto l'amore che posso offrirti. A te Loris.

 

La tua Mamma.

 

di Samantha Bucci

 

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