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La nascita del mio primo bimbo in piena emergenza Covid-19

di mammenellarete - 24.08.2020 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Mio figlio è nato nel bel mezzo della pandemia. Non c'era nessuna aria di festa in ospedale, nessuna mano famigliare da stringere, nessun abbraccio, ma nonostante tutto, è stato il giorno più bello e importante della mia vita ed è stato ancora più bello quando siamo tornati a casa tutti e tre. Ecco la mia testimonianza.

Quando ho scoperto di essere incinta, ho subito immaginato come avrei vissuto questo grande evento, da me e mio marito tanto desiderato. Pensavo al travaglio, alla mano calda di mio marito che mi avrebbe massaggiato la schiena, ai pizzicotti che probabilmente dal dolore gli avrei dato… Immaginavo già le nostre mani sudate stringersi forte durante il parto, gli occhi emozionati di mio marito, la gioia e i pianti di quando per la prima volta avremmo incontrato il frutto del nostro amore.

Immaginavo le nostre famiglie attenderci fuori dalla sala parto, un fiocco nascita colorato, le visite e i dolci che, sicuramente da buoni calabresi, avremmo offerto a tutto il reparto per celebrare questa nuova vita. Tuttavia, a metà gravidanza, scoppia la pandemia, bisogna chiudersi in casa e uscire solo per le emergenze...

Il mio pancione cresce e il momento del parto si avvicina. Durante il pomeriggio di lockdown io e mio marito alle 18 diamo appuntamento al vicinato per un momento musicale, intoniamo delle canzoni, ognuno sui propri balconi. Sembra esserci aria di festa, di condivisione e unione in un momento tanto buio delle nostre vite.

Anche Ernesto apprezza la musica del suo papà e scalcia forte. Apprendo che in alcuni ospedali della mia città il papà con le giuste precauzioni può assistere al parto; dove andrò a partorire io, invece, questo non è concesso. Non ho paura, mi sento forte e determinata, ma sono arrabbiata e triste perchè non potrò avere mio marito vicino, tuttavia spero solo che vada tutto bene e che il mio bimbo nasca sano.

Il mio parto in piena pandemia

La data presunta del mio parto è il 24 aprile, ma il 10 aprile alle 4.30 del mattino rompo le acque. Confusa ed eccitata sveglio mio marito dicendogli: "Amore mi sa che è il momento, perdo acqua...". Ci prepariamo ed emozionati più che mai ci rechiamo in ospedale. Arrivati lì devo salutarlo. Mi sento confusa, ma allo stesso tempo impaziente di conoscere il mio bimbo.

Mi fanno il monitoraggio, tutto procede bene, ma ancora non c'è dilatazione e mi assegnano il letto in camera. Iniziano dei piccoli dolori, ma ancora niente di significativo. La mia camera è al completo, siamo quattro donne, qualcuna ha già nel suo letto il suo piccolino. Io inizio ad essere impaziente: "Forza amore mio, dobbiamo tornare a casa dal tuo papà".

Sono le 14 dell'11 aprile, dopo due ore dall'induzione con fettuccina è ora di iniziare a spingere. "Forza Antonella, sei bravissima, così, brava!!", mi dice l'ostetrica. Io sento di non avere più le forze, ma ce la metto tutta, lo devo fare per il mio bambino. Sento che la mascherina mi opprime, ma qualche spinta, dei forti respiri ed il mio piccolo Ernesto viene alla luce alle 16.07, il sabato Santo.

Piango come non mai, la prima cosa che dico al mio fagottino caldo, quando me lo appoggiano sul mio petto, è "Papà ti aspetta". Nessuna aria di festa in ospedale, nessuna mano famigliare da stringere, nessun abbraccio, ma nonostante tutto, è stato il giorno più bello e importante della mia vita ed è stato ancora più bello quando siamo tornati a casa tutti e tre. In quella sala parto "il tuo è stato il primo canto alla vita Ernestino mio".

di Antonella 

(storia arrivata sulla e-mail di redazione di Nostrofiglio.it)

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