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Intervista al padre di una bambina che ha sofferto di anoressia nervosa

di mammenellarete - 15.02.2021 - Scrivici

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La storia di oggi è dedicata a un tema molto delicato, l'anoressia. Ne parliamo con l'autore del libro "Scendo all'Inferno ma mi fermo in paradiso", il papà di una ragazza di soli 16 anni che adesso sta finalmente uscendo da un DCA (Anoressia nervosa) durato tre lunghissimi anni. Una storia scritta davvero col cuore e sulla pelle, una storia che vale la pena leggere e far leggere.

L'ospite di oggi è un papà anonimo che racconta in un libro la storia di sua figlia, la quale sta finalmente uscendo da una anoressia nervosa. Il titolo del libro è Scendo all'inferno ma mi fermo in paradiso (Europa Edizioni). Nella descrizione del libro è scritto: «L'anoressia è come un groviglio che ti attanaglia, ti lega con fili di ferro, che lacerano corpo e anima. Le ferite non sanguinano, ma le senti bruciare fin negli occhi, che sono lo specchio dell'anima». 

Per un genitore è difficile capire quando c'è qualcosa che non va. Come si manifesta questa malattia?

Riconoscere i segni dell'anoressia come quelli di altri disturbi del comportamento alimentare può essere difficile, soprattutto per un genitore che è sempre troppo coinvolto. Così si finisce per non vedere quello che è fin troppo evidente. Nella bulimia i cambiamenti fisici non sono neppure poi così evidenti. In fondo, se un figlio cade in una simile trappola vuol dire che si era già chiuso al mondo, non riuscendo a manifestare i segni di un disagio. Disagio che però può spingere a trovare un riparo con il rapporto morboso con il cibo... o meglio con l'assenza di cibo.

I campanelli d'allarme per noi sono stati i seguenti: un iniziale bisogno eccessivo di "mangiar sano", una dieta povera di grassi che man mano è diventata povera di tutto. Ma non sotto i nostri occhi, altrimenti ce ne saremmo accorti. E' stata complice l'estate: all'inizio non sembrava ci fosse nulla di strano. La sua passione per lo sport si è trasformata in un'ossessione, il controllo del peso è diventato un chiodo fisso. Allora sono scattati i veri campanelli d'allarme dentro di noi. Sembra impossibile pensare al fatto che non ce ne siamo accorti in tempo. Eppure noi eravamo anche genitori molto presenti. Mia figlia faceva danza. Una volta, spogliandosi per cambiare gli abiti prima di andare alla lezione di danza, mia moglie si è accorta delle "ali d'angelo". 

Un genitore, davanti a una malattia del figlio, è sopraffatto da sensi di colpa. Quale è stato il tuo percorso?

È stato un percorso folle e doloroso per noi e soprattutto per lei. Tanti dubbi, perplessità, litigi, ma anche complicità. Tanti sensi di colpa, che arrivano a distruggerti il cervello. Ricordo tanta solitudine: questa è una malattia dell'anima, e come tutte le malattie dell'anima porta tanta solitudine. È chiaro che purtroppo i genitori hanno delle colpe. Per fortuna i medici non stanno a puntare il dito contro: si cerca di riportare il malato e la sua famiglia verso un equilibrio psicologico e fisico. 

Occorre rivolgersi al prorpio medico curante: la pediatra di nostra figlia ci ha indirizzato subito verso l'ospedale, al reparto di neuropsichiatria infantile. Bisogna poi seguire con scrupolo i consigli dei medici, non si guarisce da soli. Poi occorre restare uniti, essere complici con il proprio figlio ma non troppo, altrimenti si rischia di essere trascinati nel suo vortice. 

Ti è rimasto impresso un aneddoto di quel periodo?

Sì, quando decidemmo di farla ricoverare in ospedale. Per convincerla dovetti chiamare un'ambulanza. In casa c'era un delirio, lei urlava, io e mia moglie non sapevamo come comportarci, mio figlio maggiore diceva la sua. Però voglio cercare di rimuovere quest'immagine dal mio cervello e dai miei ricordi perché mi fa male. 

Ci sono stati altri momenti brutti. La cosa bella che quest'esperienza mi ha lasciato è la solidarietà. Ricordo le ragazze che erano in reparto: vivevamo tutti insieme le ricadute e i successi. Ricordo quando mia figlia cominciò a stare meglio, anche le altre mamme erano solidali con noi.

Cosa consiglieresti a chi sta vivendo la stessa situazione?

Non sono un medico, né un terapeuta, ma posso dire che bisogna far sentire l'amore che avete ai vostri figli. Ai ragazzi serve sentirvi vicini, non li criticate. Dite loro: "Ti vorrei aiutare, ti sono vicino". Loro hanno bisogno poi di calma.

Il tuo libro offre una chiave di lettura più leggera: in che senso?

Non rievoca i momenti tragici, le ossessioni, gli sdoppiamenti di persona, il controllo del peso. Non è un romanzo che si sofferma sui dettagli della malattia e del percorso curativo che abbiamo dovuto affrontare. È invece una lunga, sofferta lettera d'amore di un padre, un cenno di gratitudine e un applauso per la rinascita di sua figlia. 

Quando avete capito che c'era una via d'uscita?

L'ho sempre saputo. Vedevo che mia figlia inconsciamente cercava una via d'uscita dal groviglio in cui era incartata. Mia figlia si fidava di noi, dei medici, della psicologa. A volta ci ha odiato, ed è stato terribile sentirselo dire. Ma non era lei a parlare, ma era la malattia. Mia figlia si fidava e lei voleva uscirne. È stato devastante, ma lei è stata ad ascoltarci. 

Cosa ti ha aiutato a trovare la forza per combattere questa malattia?

La solitudine. Questa è una malattia di cui ci si vergogna: la gente ti giudica, ti critica. Finisci per allontanarti da tutti. Però forse alla fine diventi più forte. Ciò che ha aiutato me è l'aver avuto forse sempre autoironia: questo ha permesso a volte di sdrammatizzare un po', anche nel rapporto con mia figlia. Poi, la mancanza di razionalità: io ragiono a pelle, questo mio lato umano mi ha permesso di entrare nel cuore di mia figlia. Se usi la razionalità, non potrai capire questa malattia. Infine, ho rafforzato molto la mia fede: forse qualcuno lassù sapeva che potevamo farcela. Il mio pensiero va alle ragazze che hanno perso la loro battaglia contro l'anoressia. 

Vorrei sensibilizzare tutti su questo tema non troppo conosciuto, l'anoressia. Una mamma mi raccontò una storia: al loro figlio minore fu diagnosticata la leucemia. Quando il bimbo iniziava a star meglio, la figlia maggiore si ammalò di anoressia. La mamma mi raccontò che il percorso affrontato per la seconda figlia era stato addirittura più difficile di quello portato avanti per il bimbo. Sì perché nell'anoressia si combatte contro tutto, anche contro i pregiudizi della gente. Le malattie del comportamento alimentare dovrebbero essere più conosciute, dovrebbe essere abbattuto il muro di diffidenza che esiste verso i malati e le loro famiglie. 

Infine vorrei ringraziare mia moglie, perché è a lei che devo tutto. Se mia figlia sta meglio, è perché mia moglie si è annullata per lei, l'ha protetta, l'ha assecondata, l'ha rimproverata quando necessario.

E vorrei ringraziare mia figlia che è stata la vera protagonista della sua rinascita.

Sull'autore e sul libro

Cinquant'anni, imprenditore, uomo impegnato ma anche padre presente. L'Autore sente di essersi perso qualcosa per strada, colpevole per non aver saputo vedere o prevenire il malessere di sua figlia. Da qui la scelta di restare anonimo, per proteggere appunto la sua bambina e non farle rivivere quel dramma esponendola ancora una volta al giudizio degli altri.
Al tempo stesso l'Autore ha voluto però raccontare la sua storia, convinto e fiducioso che queste sue poche pagine possano essere di aiuto a quei genitori e figli che si trovano sfortunatamente in bilico sul baratro della Anoressia.

Il titolo del libro è Scendo all'inferno ma mi fermo in paradiso (Europa Edizioni)

Padre Anonimo, "Scendo all'inferno ma mi fermo in Paradiso" (Europa Edizioni)

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