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Quando una mamma è lavoratrice

di mammenellarete - 06.04.2009 - Scrivici

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Di questi tempi, per riuscire a nutrire e vestire i propri figli e sopravvivere fino alla fine del mese bisogna lavorare in due. Per quanto riguarda me, che di figli ne ho quattro, non c’è mai stata una vera scelta. Se ho mai accarezzato il sogno di starmene a casa a occuparmi della prole, tale (un sogno) è rimasto. Forse qualche volta ci ho pensato. Ma la verità è che a me piace lavorare e sono felice di farlo. Con l’aumentare della famiglia ho trovato con i miei datori di lavoro un punto d’incontro (in questo sono fortunata, lo so) e, alla nascita dell’ultimo figlio, ho ottenuto un part-time di quattro ore. Dall’anno scorso, quando il più piccolo dei miei figli era all’ultimo anno di scuola materna, ho chiesto e ottenuto di poter lavorare due ore in più (per un totale di sei ore) e ora credo di aver trovato il compromesso perfetto che mi permette di lavorare e, nello stesso tempo, di occuparmi di miei figli, di vederli crescere.

La sveglia suona alle 5,45. Mi alzo, mi lavo e mi vesto. Dopodiché, mentre il papà – che nel frattempo si è lavato, sbarbato e vestito anche lui - prepara la colazione, io vado a svegliare e a vestire i due “piccoli” (sette e sei anni).

 

Saprebbero farlo da soli, coi loro tempi, ma la mattina abbiamo sempre troppa fretta e così li aiuto io. Se la sera prima non sono crollata – cosa che, ahimé, con l’aumentare dell’età avviene sempre più spesso - e ho già preparato i vestiti, tanto di guadagnato, altrimenti devo sbrigarmi ancora di più. Mentre loro fanno colazione metto la merenda negli zaini, piego il tovagliolo, mi preparo un panino o qualcos’altro per il mio pranzo (spesso avanzi della sera prima) e faccio colazione io stessa. Poi, mentre loro si lavano viso, mani e denti, il papà rifà i letti io mi trucco.

 

Siamo pronti. Se siamo stati “bravi” e non ci sono stati “incidenti” (mi scappa la popò, mi fa male qui, posso portare un gioco ecc.), alle 7,45 siamo fuori di casa. Più spesso siamo fuori di casa intorno alle 8.

 

 

gemelle

 

papà

 

Alla fine della mia giornata lavorativa, alle 15, “schizzo” fuori dall’ufficio: devo praticamente fuggire (di straordinari non se ne parla) se non voglio rischiare di far tardi a riprendere i bambini a scuola. Rieccomi di nuovo sulla metropolitana e poi sull’autobus a fare il mio percorso all’incontrario, pregando che non ci sia un incidente che rallenta il traffico o che non piova (cosa che, qui a Roma, è capace di rallentare il traffico tanto quanto un incidente). Di solito faccio in tempo.

 

Mi è capitato un paio di volte di fare tardi e di trovarli col broncio ad aspettarmi con le maestre, ma non può andare sempre liscia. Se ho addirittura il tempo di aspettare prima che escano, scambio due chiacchiere con le altre mamme. Poi loro arrivano, mi carico gli zaini uno per spalla (accidenti quanto pesano!), li prendo uno per una mano e uno per l’altra e camminiamo in fila indiana, sempre per mano, su un marciapiedi stretto stretto e ce la facciamo a piedi fino a casa.

 

 

preparo la merenda

 

Le grandi sono già nella loro stanza immerse nello studio. Vado a informarmi su com’è andata la loro giornata scolastica (di solito con grande soddisfazione, fortunatamente) e infine mi siedo al mio adorato PC. Controllo la posta, mi occupo del sito dedicato ai gemelli che gestisco insieme ad altri genitori, faccio un giro su facebook.

 

Nel frattempo i piccoli si scatenano. Adesso che il clima comincia a essere più mite li lascio uscire sul terrazzo, controllando che non si sporgano, che non si arrampichino o che non buttino qualcosa di sotto: non abbiamo una buonissima “fama” tra i nostri vicini di casa.

 

Così, tra qualche ricerca su Internet per le grandi, tra qualche lite da dirimere, tra qualche giocattolo conteso e qualche sederino da lavare, tra le loro domande a cui a volte è davvero difficile dare una risposta coerente (“ma è stato Gesù a mettere il semino di papà nell’ovino di mamma?”), tra qualche mio strillo se combinano qualche danno o tormentano la gatta, il pomeriggio passa.

 

Quando finalmente arriva il papà, di solito verso le 19 – 19,30 di sera, comincio a rilassarmi. Sono veramente felice che lui sia a casa, perché letteralmente “gli passo la palla”.

 

Ma non è finita perché bisogna convincerli a mettersi il pigiama, il papà controlla e “reintegra” gli astucci – e compito suo – e nel frattempo lo metto al corrente su quello che è successo e decidiamo cosa fare per cena. Non siamo di quelle famiglie così bene organizzate che hanno già il menù pronto per tutta la settimana, così improvvisiamo giorno per giorno.

 

Succede abbastanza spesso che i “menù” siano diversi per i piccoli, per le grandi e per noi. Spesso finiamo di cenare alle 10 di sera o anche più tardi. Può anche essere un momento piacevole, nonostante la stanchezza, perché finalmente siamo solo noi due e per la prima volta nella giornata c’è un po’ di silenzio. Dopo cena, stremata, io di solito vado direttamente a letto lasciando a lui il compito di mettere a posto la cucina. Svengo, letteralmente, e dopo (troppo) poche ore la sveglia suona di nuovo e tutto ricomincia.

 

 

E la casa? E i “panni”?

 

Poi c’è la spesa da fare (e che spesa!), i compiti… Insomma, non è che nei finesettimana ci riposiamo. È molto difficile trovare dei momenti per noi come coppia, ma ci sono anche quelli (per fortuna).

 

Ecco, questa è la mia vita di mamma lavoratrice. Caotica, frenetica, a volte frustrante. Ma, quando mi metto a letto, prima di addormentarmi, penso ai sorrisi dei miei figli, penso a quanto li amo, tutti e quattro, e a quanto amo il loro papà. Così, stanca ma soddisfatta, finalmente mi addormento (o, per meglio dire, svengo…).

 

Alessandra Rossetti www.gemellinfamiglia.it

 

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