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Procreazione assistita: amore o egoismo?

di Raffaella Clementi - 16.07.2013 - Scrivici

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Molte persone che ricorrono alla procreazione medicalmente assistita si sentono dire che, desiderare un figlio a tutti costi è un atto egoistico. Mi viene spontaneo, allora, interrogarmi su un tema molto, molto delicato, che può generare polemiche e incomprensioni. Che tocca il cuore e le coscienze di molti ed essendoci in ballo le emozioni e i sentimenti, cercherò di spiegare le ragioni delle mie convinzioni, con rispetto cercando di comprendere prima ancora che giudicare di non cadere nella trappola delle invettive.

Ho comunque un profondo rispetto per chi cerca la vita, per la vita dei bambini che non chiedono di venire al mondo, per coloro che ogni giorno si mettono in discussione per offrirne una piena e bella. Giorno dopo giorno, sia che il figlio ci sia, sia che non ci sia.

 

Credo che un figlio sia comunque un dono. Un miracolo, qualcosa di inatteso che può, come può non venire. L’ho scritto, lo detto, l’ho pensato.

 

Un figlio è un regalo. Ma allo stesso tempo, difendo anche il diritto di poterlo avere, quando ragioni di ordine diverso, quel figlio lo negano. E allora, è giusto, per me, che due persone smuovano mari e monti, scienza e tribunali, per cercare di averlo.

 

Sì, perché c’è anche questo aspetto da non sottovalutare. Il fatto di desiderarlo e cercarlo in ogni dove non basta. Non sempre si riesce, spesso si fallisce, spesso si perdono battaglie in nome di guerre d’amore.

 

Desiderare un figlio è un atto egoistico? Sì, forse. E’ innato nell’uomo il bisogno di perpetrare la propria specie, lasciare un pezzo di se stessi al mondo, attribuire un significato all’esistenza, attraverso una parte di se stessi, la migliore.

 

Dare un senso al tempo che passa. O forse, riempire di contenuto la vita. Bene inteso, credo che si possa essere fertili anche non avendo figli, che la vita può e deve essere riempita di valori anche senza figli. Ma come ci sono persone che non si sentono appagate dai figli, allo stesso tempo ce ne sono alcune per le quali la loro vita non ha significato senza e molte di queste, hanno un problema fisico che gli impedisce di diventare genitore.

 

E sì, penso anche che avere un utero e delle ovaie che funzionano o un esercito di spermatozoi pimpante sia un valore aggiunto, perché niente è scontato.

 

Esistono “feroci desideri di maternità” perché ci sono persone che pensano che con i figli le giornate peggiori acquistino senso, che il tempo si trasformi in futuro, perché averli significa migliorarsi come persone e cercare di dare il meglio di sé.

 

E’ egoismo?

 

Sì, sicuramente.

 

E’ più egoistico da parte di una coppia infertile volerli rispetto a una coppia fertile?

 

Sì, può essere.

 

Eppure, prendetemi per matta, o inveite pure contro di me, volerli così tenacemente significa caparbiamente, amarli.

 

E se riconoscere un senso e uno scopo oltre a noi stessi, spostare la nostra attenzione verso l’altro, che l’altro sia il nostro bambino, un compagno, un genitore, un fratello, un amico, un po’ più in là, verso qualcosa che avvertiamo come più importante di noi stessi, ci rende altruisti ed egoisti allo stesso tempo, è forse perché siamo semplicemente umani e come tali, desideriamo, anche quando non possiamo.

 

Raffaella Clementi è autrice di ‘Lettera a un bambino che è nato‘, un libro-diario in cui racconta la sua esperienza personale di fecondazione assistita fino alla nascita del figlio.

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