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Mamma non farmi male, intervista alla psicanalista Marina Valcarenghi

di mammenellarete - 13.12.2011 - Scrivici

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  Edito da Bruno Mondadori, è uscito il nuovo volume di Marina Valcarenghi. Mamme nella rete pone alcune domande all'autrice su questo interessante viaggio tra le mamme 'cattive' del nostro tempo e del passato. Marina Valcarenghi ci racconta, attraverso un testo profondo e di facile fruizione, come anche nella maternità si aprano conflitti e ambivalenze emotive; quando i figli vengono sistematicamente feriti o colpiti dall'atteggiamento della madre, ci si trova di fronte a un complesso di madre negativa che vale la pena indagare. I comportamenti lesivi, infatti, possono avere conseguenze sulla personalità dei figli.

Mamme nella rete: La violenza è un tema che ricorre nei suoi testi e nel suo impegno sociale. Qual è l'obiettivo di questo nuovo volume? Marina Valcarenghi: La violenza ricorre nei miei testi, è vero, e credo che sia perché è un istinto molto poco riconosciuto come tale e quindi ancora più pericoloso. Possiamo imparare a tenere a freno un istinto se lo riconosciamo come tale, e di conseguenza come comune a tutti, ma è molto più difficile se pensiamo che riguardi solo gli altri.

MNR: Una mamma cattiva si riconosce come tale? M.V.: Io non parlo di "mamme cattive", ma di mamme sofferenti e che attraverso la loro sofferenza possono danneggiare i loro figli, oltre che se stesse. Una mamma psicologicamente sofferente molto spesso riconosce il suo disagio, ma più di rado riconosce le conseguenze che da quel disagio ricadono sui figli. Una donna, per esempio, può sapere di essere depressa, ma non automaticamente si rende conto dell'insicurezza, del senso di colpa, della fragilità emotiva e della tentazione depressiva che possono derivarne ai suoi bambini. Quindi l'obbiettivo del mio libro non è solo quello di descrivere i più frequenti disturbi psichici delle donne, ma anche quello di evidenziare le conseguenze che possono derivare ai figli dalle patologie psichiche delle madri per incoraggiarle a prendersi cura di sè non solo per loro stesse ma anche per le loro creature.

MNR: Viviamo in un momento in cui il ruolo della madre, quasi uno status sociale da raggiungere a ogni costo, ha molto spazio presso i principali mezzi di comunicazione. Che cosa pensa di questa tendenza? M.V.: Ben venga l'interesse del media per la maternità, soprattutto in un tempo, come il nostro, dove anche questa esperienza è sottoposta a profonde trasformazioni e dove spesso le giovani donne non hanno più punti di riferimento e modelli nelle esperienze delle loro madri e delle loro nonne. Osservo però come - nella maggioranza dei casi - l'interesse per la maternità si focalizzi su casi estremi, su fatti di sangue, piuttosto che sulle nuove opportunità e sulle nuove difficoltà del ruolo materno all'interno della condizione femminile nel nostro tempo.

MNR: La madre violenta non appartiene, secondo il suo testo, al passato. Sarebbe quindi fatto puramente moderno. Come mai? M.V.: Le madri violente sono naturalmente sempre esistite in forme anche molto diverse. La violenza alla quale faccio riferimento nel mio libro è relativamente recente ed è collegabile alla rabbia per un complesso di frustrazioni che fino a un paio di generazioni fa erano considerate normali, ma che oggi sono ritenute intollerabili dalla coscienza collettiva prevalente e che si scaricano anche sui figli: frustrazione per l'impossibilità di esprimere i propri talenti, per l'insoddisfazione sessuale, per la mancanza di autonomia sociale o economica, per la dipendenza affettiva dall'uomo di casa e altro ancora.

Marina Valcarenghi è presidente della scuola di specialità in psicoterapia Li.S.T.A. di Milano, dove insegna psicologia clinica e psicoanalisi sociale, e dell'associazione VIOLA per lo studio e la psicoterapia della violenza.

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