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Infertilità sine causa

di Raffaella Clementi - 17.05.2013 - Scrivici

Chiara mi racconta con gli occhi velati, di quanto la fine di quel sogno l’abbia segnata, destabilizzandola al punto tale da essere pronta ad abbandonare l’idea di diventare madre. Poi, mi dice che il tempo rende meno forte il dolore. E guardando suo marito che le tiene la mano, mi fa capire che vuole dare a lui un figlio, a tutti i costi. Alberto e Chiara sono sposati da otto anni, sette dei quali li hanno impiegati per cercare un figlio che non vuole arrivare. Loro rappresentano un caso di sterilità inspiegata. Infertilità sine causa dicono i loro medici.

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Sine causa

 

di Raffaella Clementi

 

Chiara ha gli occhi verdi, così verdi che ricordano un prato in primavera, o uno smeraldo. Ti ci potresti perdere dentro quegli occhi per quanta limpidezza contengono. Eppure sono tristi. Tristi i suoi, come quelli di Alberto, suo marito.

 

Alberto e Chiara sono sposati da otto anni, sette dei quali li hanno impiegati per cercare un figlio che non vuole arrivare. Loro rappresentano un caso di sterilità inspiegata. Infertilità sine causa dicono i loro medici.

 

Non hanno patologie sessuali, non hanno evidenti problemi, eppure, i figli non arrivano.

 

Così gli hanno consigliato di provare con la procreazione medicalmente assistita.

 

Chiara e Alberto sono alla loro terza fivet, ovvero Fertilizzazione In Vitro con Embryo Transfer, ci raccontano quando li incontriamo nella sala d’aspetto del Centro di fertilità.

 

Noi siamo lì per il nostro primo colloquio, loro per fare l’ecografia che gli permetterà di vedere come Chiara ha reagito alla stimolazione e quando e come potrà prelevare i suoi ovociti.

 

Perché la fecondazione in vitro è questo: si somministrano alla donna farmaci che inducono a un’abbondante ovulazione, su ciclo spontaneo o con induzione della crescita follicolare, farmaci che facilitano la maturazione di più ovociti. Poi, si controlla la risposta ovarica a tale terapia attraverso monitoraggio ecografico e/o dosaggio degli ormoni prodotti. Tecnicamente, dopo aver stimolato l’ovaio a produrre più follicoli e quindi aver ottenuto più ovociti, si esegue il prelievo degli ovociti (PICK-UP) con un intervento per via transvaginale, sotto controllo ecografico, in anestesia locale e/o sedazione profonda. A ridosso del prelievo viene eseguito anche quello del liquido seminale e vengono scelti gli ovociti da fecondare. Si procede quindi all’unione e coltura in laboratorio dei gameti (oociti e spermatozoi) e dopo la verifica dell’avvenuta fecondazione di ciascun ovocita si prosegue con il trasferimento nell’utero degli embrioni.

 

La prima volta Chiara ha prodotto pochi ovociti e di bassa qualità, così non hanno proceduto al transfer. La seconda, sei mesi dopo, ha prodotto due embrioni che le hanno impiantato e hanno dato vita a una gravidanza che si è interrotta poi, prima della fine del primo trimestre.

 

Chiara mi racconta con gli occhi velati, di quanto la fine di quel sogno l’abbia segnata, destabilizzandola al punto tale da essere pronta ad abbandonare l’idea di diventare madre.

 

Poi, mi dice che il tempo rende meno forte il dolore. E guardando suo marito che le tiene la mano, mi fa capire che vuole dare a lui un figlio, a tutti i costi.

 

Quando esce dalla stanza dell’ecografo, è radiosa. E’ andata bene, il giorno dopo procederanno al pick up, e poi, aspetteranno. Me lo dice con il cuore gonfio di attesa e ma con un tremito e percepisco una vibrazione d’amore, quel sussulto tipico di chi prova del pudore e del riguardo nei confronti di quella vita embrionale che si sarebbe voluta concepire in modo diverso rispetto alla freddezza di una provetta.

 

Poi si tocca il ventre, mentre il marito le cinge le spalle e l’attira a se.

 

Ci siamo scambiati i numeri di telefono, promettendoci di sentirci al più presto per avere notizie gli uni degli altri. Quando ci si trova a condividere destini tanto importanti si accorciano le distanze e nascono amicizie che altrimenti non sarebbero mai sbocciate.

 

L’ho chiamata a ridosso dei giorni in cui avrebbe dovuto fare il test di gravidanza. Non mi ha risposto. Ho immaginato, intuito che non fosse andata bene. E non ho avuto il coraggio di chiamarla quando invece, la mia gravidanza è andata a buon fine.

 

Un giorno mi ha scritto una mail, chiedendomi se mi ricordavo di lei e di suo marito Alberto. Mi ha raccontato che ha scoperto che gestisco un blog, che ho avuto un bambino e che cerco di parlare d’infertilità affinché questo problema non sia più ritenuto un tabù, una vergogna, qualcosa da nascondere.

 

Mi dice che sono stati mesi di nebbia, di rabbia, di frustrazione. Che la vita gli ha giocato un brutto scherzo e che hanno dovuto ripensare a tante cose, a tanti progetti. Ad abbandonare l’idea di quel figlio che non riesce ad arrivare per certe vie. Che hanno avuto momenti di riflessione dolorosi ma che adesso sono pronti a ripartire. Hanno fatto domanda per l’affido, per ora. Vogliono capire come e se, farsi capaci di amare un figlio che arriva in modo diverso rispetto alla strada che pensavano avrebbe percorso.

 

Oggi hanno meno coraggio rispetto a ieri, o forse ne hanno di più.

 

Chiara non lo sa. Non sa perché alcune coppie riescono ad avere figli e altre no. Non sa perché alcune pma hanno esiti positivi e altre no. Non sa perché la vita sia a volte, ingiusta, sine causa.

 

Raffaella Clementi è autrice di 'Lettera a un bambino che è nato', un libro-diario in cui racconta la sua esperienza personale di fecondazione assistita fino alla nascita del figlio.

Leggi di Raffaella: Mi presento, io incinta con la pma

 

 

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