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Ho scelto di portare avanti l'attività di famiglia: produco l'olio del mio papà che non c'è più

di Angela Bisceglia - 05.01.2016 - Scrivici

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Sono cresciuta sentendo parlare di olio, ma soprattutto con il profumo dell’olio appena molito. Perché papà aveva ereditato da suo padre un grande uliveto. Sono cresciuta in quella campagna, insieme a mio fratello. Eravamo le mascotte del frantoio. Poi siamo cresciuti e abbiamo preso percorsi diversi, strade diverse. "E chi si prenderà cura del mio olio dopo che io non ci sarò più?" Era questo il suo pensiero... avevamo anche pensato di vendere tutto. Poi mio padre è venuto a mancare e abbiamo deciso di rimboccarci le maniche...  

Caro papà, ecco il TUO olio extravergine biologico!


Sono cresciuta sentendo parlare di olio, di frantoio, di extravergine, di biologico, ma soprattutto con il profumo dell’olio appena molito. Perché papà aveva ereditato da suo padre un grande uliveto, nelle colline di San Giovanni Rotondo, che coltivava con grande passione e competenza.


Andare in campagna da bambina era per me la cosa più “normale” che ci fosse. Ma soprattutto era la routine di tutte le domeniche di ottobre e novembre. Perché in quel periodo gli operai raccoglievano le olive tutti i giorni e tutti i giorni il frantoio di famiglia era in funzione, quindi non si poteva staccare un solo momento. E noi in questo modo avevamo la possibilità di stare tutti insieme, visto che sopra il frantoio c’era una bella casa con un enorme camino, dove mia nonna e mia zia cucinavano per tutti i figli e nipoti che volevano trascorrere la domenica in famiglia.


Noi bambini eravamo le mascotte del frantoio, seguivamo passo passo le varie fasi di lavorazione, chiedevamo incuriositi a che cosa servisse ogni singolo macchinario: quelle ruote giganti che giravano e ci incutevano un po’ di paura, le presse che spremevano quell’olio così profumato. . . E papà, che era dottore agronomo, ci spiegava con pazienza tutti i dettagli. Ovviamente eravamo anche i primi “assaggiatori ufficiali” dell’olio appena uscito, pronti come eravamo con una bella fetta di pane da far passare sotto al rubinetto.


Crescendo, io e mio fratello abbiamo seguito le nostre strade: diverse università, diverse professioni, diverse città. In campagna ci andavamo sempre di meno, considerate le poche volte all’anno che tornavamo a casa. Anzi, la campagna ci sembrava qualcosa di appartenente al passato, alle vecchie generazioni, che nulla aveva a che fare con noi, “laureati del futuro”.


Papà, con gli “acciacchi” degli anni, incontrava sempre più difficoltà a mandare avanti l’attività da solo, ma fino alla fine non l’ha abbandonata. Spesso si chiedeva: “Che ne sarà della mia campagna dopo che io non ci sarò più?”


D’altronde noi figli più volte avevamo parlato con lui dell’eventualità di vendere l’uliveto, visto che ci occupavamo di tutt’altro. La sola idea lo intristiva molto, la sua “Chiusa” (come si chiamano dalle nostre parti gli appezzamenti di terreno chiusi da muri a secco) era il suo mondo: bel tempo o pioggia, caldo o freddo, non passava giorno che non ci facesse una capatina, specie da quando era andato in pensione dall’attività di insegnante di matematica. Credo conoscesse uno per uno tutti gli alberi.


Due anni fa papà è venuto a mancare. A quel punto a me e mio fratello si è posto il dilemma: che ne facciamo dell’uliveto? Gestire l’attività a distanza ci sembrava impossibile, d’altro canto vendere l’olio all’ingrosso era assai poco remunerativo e i costi di produzione davvero ingenti, specie per il prodotto biologico.
Già negli anni precedenti ci era capitato di far assaggiare l’olio a vari amici e il riscontro era sempre lo stesso: “Ma che squisito! Lo vendi? Dove possiamo comprarlo? Ce ne porti un po’?”


Nel frattempo anche il mio lavoro andava tra alti e bassi: con la crisi in giro, due bambine da accudire da sola e i vari trasferimenti di città dovuti al lavoro di mio marito, tirando la riga a fine mese risultava sempre il segno meno.


Da lì l’idea: ma perché non riprendere in mano l’uliveto che ci ha lasciato papà? Per fortuna la gente sta aprendo gli occhi su quel che mangia e c’è un desiderio crescente di cibo genuino, di qualità, di biologico vero: ricordo che già papà, più di 30 anni fa, parlava delle miscele che tanti produttori “blasonati” facevano con oli di dubbia provenienza che spacciavano per extravergini, a danno dei produttori onesti che non riuscivano a reggere la concorrenza.


Presa la decisione, io e mio fratello ci siamo rimboccati le maniche: siamo tornati nella nostra campagna (i primi tempi non riconoscevamo neanche i confini!), abbiamo fatto eseguire lavori importanti per rimettere “in forma” gli ulivi, ci siamo avvalsi della consulenza di un qualificato agronomo per il controllo della qualità e le procedure burocratiche, abbiamo individuato persone di fiducia alle quali affidare i vari compiti (ma nei giorni di raccolta e molitura andiamo noi di persona a seguire attentamente tutte le fasi di lavorazione!), ci siamo rivolti ad uno studio grafico per la realizzazione dell’etichetta e ad un esperto per la creazione del sito internet.
Restava da stabilire il nome: già, che nome dare al nostro olio? Doveva essere un nome che richiamasse la nostra tradizione, ma soprattutto un nome che rendesse onore a papà, che ci aveva lasciato questo oro verde.


E’ nata così “La Chiusa di Don Antonio”: Antonio ovviamente era il nome di mio padre, il “Don” era un appellativo tipico delle nostre zone e mio padre lo conoscevano tutti come Don Antonio. E la Chiusa era la sua chiusa. Non avremmo potuto chiamarlo in altro modo.
L’investimento iniziale è stato considerevole e gli inizi come sempre un po’ faticosi: le mie figlie mi prendono in giro perché, dicono, non faccio altro che parlare di olio da mattina a sera, e ogni giorno c’è un groviglio burocratico da imparare e risolvere! Ma la fatica è ampiamente ripagata dalle soddisfazioni: tutti quelli che assaggiano l’olio ci fanno i complimenti e ci stanno facendo tanta pubblicità. Abbiamo interi condomini e intere famiglie di clienti in ogni parte d’Italia!


… Il giorno in cui ho visto la prima lattina e la prima bottiglia con l’etichetta mi sono commossa: non so se da Lassù papà ci sta guardando, ma se ci ascolta vorrei dirgli: “Hai visto, papà, la tua campagna non l’abbiamo venduta e il tuo olio è qui, biologico e genuino proprio come lo facevi tu!”



Il sito dell’olio biologico La Chiusa di Don Antonio è www.

oliodonantonio. it

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