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Cosa significa avere un genitore che soffre di malattie mentali?

di mammenellarete - 17.10.2017 - Scrivici

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Che cosa significa vivere con un genitore che soffre di malattie mentali? Beh, per la persona che ne soffre significa allontanarsi da tutto e tutti, per chi le sta affianco significa volersi allontanare.

Sono la seconda di 4 figli, mia madre a 29 anni già aveva tutti noi con tutte le complicazioni del caso che solo oggi che sono madre capisco e quella frase “quando sarai madre capirai” mi rimbomba nelle orecchie.

I ricordi di un'esistenza serena non ne ho, ci sono stati solo sporadici momenti che però messi a confronto con tutto il resto, sembra che non siamo mai esistiti. Il rapporto tra i miei è sempre stato pieno di problemi: urla, di “te ne devi andare”, e a chi volete più bene? A mamma o a papà?

A mia madre è stata dapprima diagnosticata una depressione, dopo di che sindrome bipolare per poi approdare ad una sindrome borderline che a me sinceramente ha sempre dato l’impressione di “non sappiamo cosa sia, non sappiamo come curarla, per cui gli diamo un nome sofisticato!”

Dicevo cosa significa vivere con un genitore che soffre di malattie mentali? Beh, per la persona che ne soffre significa allontanarsi da tutto e tutti, per chi le sta affianco significa volersi allontanare.

Ho il ricordo della paura di agire perché qualsiasi cosa poteva darle fastidio e far scattare una molla che significava perderla per mesi, anche un semplice litigio tra fratelli (che diciamola tutta essendo in 4 erano frequenti!), o mettere una forchetta fuori posto, o avere la stanza in disordine.

Sono cose normali, me ne rendo conto ora, ma durante l’infanzia mi sembrava tutto così nero.

Mi ricordo di mio padre che andava a lavoro e di mia madre che si metteva chiusa nella sua stanza e noi dovevamo provvedere a cucinare (sempre se ci era concesso andare in cucina) o lavarci un panno, ma prima di questa sua chiusura c’erano le botte, quelle che a volte ti facevano così male che non riuscivi a muoverti per giorni, quelle che ti mettevi dietro a un biliardino insieme ai tuo fratelli e rimanevi ore in piedi con lei che stava seduta di fronte con una scopa in mano.

E poi c’erano gli insulti, e forse quelli facevano ancora più male, del tipo: mi avete rovinato la vita ecc…

Da piccola ricordo che questi momenti erano abbastanza rari nel tempo, diciamo circa 4/5 episodi l’anno (ma sono ricordi da bambina); da adolescente invece ricordo che mia madre era capace di stare sul divano anche per 4/5 mesi continui.

In questi mesi due erano le possibilità: o rimaneva sul divano senza nemmeno lavarsi, o usciva prendeva impegni e pensava a se stessa.

Ricordo i tentativi di suicidio e quindi le corse in ospedale, nonché i ricoveri coatti dove dovetti trascinarla in auto unitamente ad un medico per farla ricoverare.

Ricordo delle riunioni familiari dallo psicologo, ricordo di quando si lasciò avvicinare e piano piano la misi nella vasca da bagno per poterla lavare poiché erano mesi che non lo faceva.

Ricordo delle volte che non provavo alcun sentimento per lei, l’indifferenza. Così come ricordo che tutti quanti dicevano: “Vostra madre ha bisogno di voi, dovete starle vicino mi raccomando” ed io avrei voluto rispondere “Perché noi siamo bestie? Che c..o ne sapete voi? Sapete solo parlare intanto qui ci siamo noi!”

In tutto ciò mio padre dov’era? Era al lavoro, ebbene sì, al lavoro.

Per me lui era un eroe e insieme un disgraziato come tutti noi che doveva sottostare a quelle che erano le regole del gioco.

Ad oggi, dico che forse era un debole che si era chiuso dietro alla menzogna “sono piccoli non posso divorziare” o “al momento ho preso le uniche decisioni possibili”.

Fatto sta che un po' di pausa in tutto questo trambusto l’abbiamo avuto quando mia madre prese la decisione di andarsene definitivamente e per sempre. Non abbiamo parlato per anni poi abbiamo ripreso di nuovo i rapporti per poi interromperli nuovamente e così fino a quando non è morta, durante il sonno, per un malore.

So solo che non ha mai conosciuto mia figlia, so solo che voglio aggrapparmi ai ricordi di quando ero piccola e giocavamo sul letto a scambiarci parole dolci, o di quando lei cucinava ed io seduta al tavolo a studiare.

Ad oggi che sono madre, so che non sono stata la figlia migliore del mondo, ma si sa, noi figli siamo egoisti.

Non l’ho capita, non ho capito il suo disagio, non ho capito le sue terapie che la facevano diventare uno zombie.

Forse non dovevo capire, non lo so, ma mi manca ogni giorno, ed è un vuoto che non si colma e che non si riempie in nessun modo. Ma impari solo a conviverci.

di una mamma

(la mamma della storia ha scelto di rimanere anonima)

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