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Bando ai tabù: se la mamma lavora il bambino è sereno

di mammenellarete - 03.08.2010 - Scrivici

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Non è solo questione di entrate economiche più floride o di maggiore realizzazione personale: se una mamma lavora a beneficiarne è anche il figlio. La tesi non è sostenuta da una congrega di yuppie stakanoviste o da qualche movimento femminista, bensì da alcuni ricercatori della Columbia University School of Social Work. Lo studio americano - come si legge su laStampa.it - è stato condotto su un campione su 1000 bambini in 10 aree geografiche disomogenee e ha portato alla seguente conclusione: per il benessere di un bambino, anche molto piccolo, non importa se la mamma rimane confinata tra le mura di casa per occuparsene in prima persona o si dedica parallelamente a un'appagante vita professionale.

Niente di più falso, quindi, quanto sostenuto dall'Unicef che nel 2008 consigliava di stare a fianco dei pargoli almeno nei primi 12 mesi di vita per non metterne a rischio lo sviluppo, o dall'Istituto per le Ricerche Sociali ed Economiche dell'Università dell'Essex, che condannava le aspirazioni lavorative delle mamme in quanto causa di apprendimento lento e difficoltoso nei piccoli fino a tre anni.

«Peccato che la domanda alla base di queste indagini fosse sostanzialmente sbagliata», ha dichiarato Jane Waldfogel, professoressa della Columbia University e della London School of Economics, curatrice dello studio. «In passato il punto di partenza è sempre stato: se le altre condizioni rimangono inalterate, quanto risente un bambino di una mamma che va a lavorare? Naturalmente, però, se una mamma lavora o meno le condizioni mutano radicalmente. Diminuiscono le entrate famigliari, è maggiormente a rischio la salute mentale dei genitori e anche il livello di attenzioni mediche si abbassa. Meno soldi portano meno cure. Noi abbiamo messo ogni singolo fattore sulla bilancia». Risultato? «Zero a zero. I vantaggi e gli svantaggi restano in equilibrio. La differenza è data dall'attenzione dei genitori alle esigenze dei bambini, anche se lavorano più di 30 ore la settimana».

Per le mamme strenuamente votate al focolare questo studio potrebbe essere fonte di amari rimpianti, ma per tutte le madri lavoratrici soffocate dai sensi di colpa non potrà essere altro che fonte di gran sollievo.

Emblematico in questo senso lo sfogo di Anne Lou Morgan su Mumandworking: «Credevo che la mia vita fosse finita. Io non c'ero più, c'era solo il mio bambino, era il mio destino. E al lavoro non mi avrebbero aspettato per molto. Ho passato mesi infernali». Poi il marito l'ha tirata per un braccio e le ha detto: «O torni in ufficio o ti prendo a pedate». Lei ha apprezzato. «Sono rinata, ma mi sentivo in colpa. Ora questa ricerca mi apre il cuore».

Secondo i dati dell'istituto nazionale di statistica, per altro, crescere un figlio in Inghilterra costa ai genitori 800 sterline al mese e una famiglia su cinque non è in grado di reggere il peso del nuovo esborso. Rinunciare al lavoro significa condannarsi a non avere i soldi per pagare il mutuo. Per non parlare della qualità di vita made in Italy, siete d'accordo?

Foto di goya

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