Papà

"Siediti! Devo dirti una cosa... sono incinta!". La mia esperienza di papà di due meravigliosi bimbi

Di mammenellarete
papamamma

02 Novembre 2016
Un figlio ti cambia la vita, due figli te la rivoltano come un calzino. Non tornerei mai indietro, amo i miei figli e sarei pronto a dare la vita per loro in questo stesso momento, ma sarei ipocrita se non ammettessi che non è tutto oro ciò che luccica: cambiare significa adattarsi, sacrificarsi, spendersi ogni giorno per badare a loro, mettendo da parte quello che interessa a noi. La mia esperienza di papà di due splendidi figli.

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Sono passati sei anni da quel pomeriggio in cui, mia moglie, mi inchiodò davanti alla porta di casa, senza darmi il tempo materiale di sedermi come m'aveva consigliato. L'arrivo del nostro primogenito è stato desiderato a lungo, atteso non senza timori e accolto con indescrivibile gioia, come succede a tanti, tantissimi genitori, per non dire proprio a tutti.

 

La nascita di Mario è stata unica, perché tutta nostra e perché ogni gravidanza e ogni nascita fanno storia a sé. Sono speciali per chi le vive in prima persona. Oltre al primo figlio è arrivata anche Anna, la sorella minore, a due anni di distanza. Quanti ci dissero che avevamo fatto bene a fare due figli a soli due anni di distanza, così avrebbero potuto giocare insieme!

 

Vero, ma è vero anche il contrario, il primogenito era ancora piccolo e aveva bisogno di attenzioni, non avendo ancora una sua, seppur embrionale, autonomia. Ogni scelta, nella vita, ha i suoi pro e i suoi contro. L'importante è stimarli a dovere e muoversi nella direzione che si ritiene essere quella giusta.

 

Un figlio ti cambia la vita, due figli te la rivoltano come un calzino. Non tornerei mai indietro, amo i miei figli e sarei pronto a dare la vita per loro in questo stesso momento, ma sarei ipocrita se non ammettessi che non è tutto oro ciò che luccica: cambiare significa adattarsi, sacrificarsi, spendersi ogni giorno per badare a loro, mettendo da parte quello che interessa a noi.

 

Non esiste, a mio modo di vedere, un genitore part-time che pensa un poco ai figli e un po' a se stesso: si è genitori ventiquattrore su ventiquattro, trecentosessasticinque giorni all'anno. Siamo genitori fortunati: i cuccioli hanno sempre dormito, mangiato, imparato a fare quelle cose che i pediatri ti dicono che i tuoi bambini devono saper fare in determinate fasce d'eta.

 

Quelle stesse cose sulle quali invece le nonne sorvolano, dicendoti che sì, tanto sono ancora piccoli, hanno tutto il tempo. Non abbiamo mai avuto paura che morissero per un'influenza, li abbiamo portati un paio di volte al pronto soccorso per emergenze senza la - e - maiuscola, li abbiamo visti crescere e abbiamo visto casa nostra, nel corso di anni volati come attimi, svuotarsi progressivamente di pannolini, fasciatoi, vasini, culle, lettini, sponde per materassi, ciucci, biberon, piatti e posate in miniatura.

 

Adesso che hanno rispettivamente sei e quattro anni (seppure in cuor mio possa chiudere gli occhi e vederli lì, ancora sul tappeto circordati da cuscini, incapaci di restare seduti senza ciondolare fino ad afflosciarsi) ricordo con divertimento il momento in cui la capacità di esprimersi ha fatto fare loro quel salto che li ha condotti da un mondo - animale - per dirla brutalmente, cioè quel mondo fatto di spintoni, morsi, lacrime e urli, ad un altro mondo, dove la gente comunica, si parla, si prende in giro, si consola grazie alle parole.

 

A tre anni Mario comunicava ancora con suoni gutturali, come la caricatura di uomo primitivo. Alle prime parole sono seguite le prime storpiature, i primi tentennamenti che servivano per calibrare quella lingua impazzita in bocca e quei suoni che non erano più legati solo a grida disperate. Ricordo i loro nonni, cioè i miei genitori, quando registravano la voce di noi piccoli su nastro.

 

Parlavamo, si fa per dire, per ore, e quando mamma s'avvicinava col mangiacassette in modalità - rec - ecco il silenzio più assoluto. Oggi grazie a smartphone e tablet, forse è il caso di dire per colpa di, abbiamo foto e filmati di qualsiasi momento della vita dei nostri figli, dal primo vagito al primo giorno di scuola. Da parte mia, sono sempre stato un fan della parola scritta. Verba volant, scripta manent, m'insegnavano a scuola.

 

La parola scritta sulla carta, la prima firma a lettere sgangherate. Ho deciso di - registrare - seppure in differita, le frasi che dicono i miei figli e i figli dei miei amici. Di prendere appunti insomma. Di conservare ciò che dicono per leggerlo e rileggerlo, perché i bambini mi dimostrano ogni giorno un'ironia inconsapevole e una logica disarmante. Attraverso le loro domande, i loro dubbi, mi sembra di poter vedere il mondo coi loro occhi, di immedesimarmi con le loro perplessità che sono quelle di chi - vede - e interroga la realtà che gli sta attorno per la prima volta.

 

di Lorenzo Baccilieri

 

Sull'autore 

 

Lorenzo Baccilieri. "Sono un giovane babbo (38 primavere!) che assieme ad un altro paio di amici si è messo a raccogliere per gioco le frasi dei nostri bambini, le ha archiviate e col tempo ci ha ricamato sopra qualche riflessione. Abbiamo creato una paginetta su Facebook per allargare ad altri genitori ancora la raccolta di chicche verbali. Il dodici settembre è partita la campagna di raccolta fondi per la pubblicazione del mio libro".

 

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