papà

Il bello di essere papà

Di mammenellarete
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21 Gennaio 2014
 
di Paolo Casti *
Quando avevo 20 anni tutti mi chiedevano «Ma quando ti sposi?». A 32 anni, sono finalmente riuscito a coronare il sogno di sposare Claudia, la ragazza con cui ero fidanzato da ormai 14 anni. «Ma quand’è che fate un figlio?». Dopo due anni di felice matrimonio ecco arrivare la ciliegina sulla torta, nel 2007 è nato Elia.
«Ma quando glielo date un fratellino o una sorellina?», ti verrebbe da rispondere in modo sgarbato con la più classica delle risposte «Ma quand’è che imparate a farvi….», ma alla fine opti per la più tipica, ma non meno pungente, «Lo sai perché mio nonno è campato fino a cent’anni?».
È bello essere papà. Ricordo, come fosse ieri, quando accompagnavo Claudia ai corsi preparto, i falsi allarmi e le corse all’ospedale; poi finalmente il giorno tanto atteso arrivò. Lei era già all’ospedale, la portai io la mattina perché le contrazioni si erano fatte regolari, ma la dilatazione non era ancora buona. Per evitarci di andare e venire, la trattennero lì, e io tornai a casa; il tempo di mangiare un panino, accendere la televisione, ed ecco la chiamata «Paolo, corri forse ci siamo!».
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Tempo trenta minuti e sono a Cagliari; falso allarme, la dilatazione non è ancora buona e il ginecologo ha detto di aspettare. Che faccio? Torno a casa? E se richiama? Scendo giù al parcheggio, abbasso lo schienale, e mi assopisco in macchina.

Elia nacque l’indomani, alle 12:18. Chiamai in ufficio per dare la lieta notizia; mi godo i tre giorni di permesso per la nascita di mio figlio, che ovviamente trascorro ad andare e venire dall’ospedale. Sembra ieri. Claudia, lavora, fa l’edicolante; tutti i giorni sveglia alle cinque del mattino, alle sette viene a casa e io parto al lavoro, che dista 50 chilometri. Per fortuna ha una dipendente, e può riservarsi di tornare al lavoro alle nove; il tempo di preparare Elia e accompagnarlo a scuola.

Quando era piccolo, per un periodo sfruttai i permessi per l’allattamento, perché a Claudia essendo lavoratrice autonoma non spettavano, così come il congedo parentale. Abbiamo passato i primi inverni a far la spola tra pediatri, guardie mediche e specialisti, e tutti ci ripetevano «vedrà che come sviluppa gli anticorpi andrà meglio».

Ora sì, va meglio, anche se sono arrivati altri piccoli e grandi problemi; Elia ha “il mal di scuola”, e che sarà mai? Il mio rendimento al lavoro, cala leggermente, il mio pensiero è sempre rivolto a lui che dalla sera prima si rattrista, non è più quel bambino felice e sorridente. Ma il “top” si ha la mattina; sveglia alle sei del mattino «Papi…. Papi…» corro su da lui, «Elia, dormi ancora, è presto», «Papi, io non ci voglio andare a scuola…». Aiuto! E trascorri una buona oretta a fargli discorsi sull’importanza della scuola, che il suo “lavoro è di andarci e che tutti i suoi compagni ci vanno.

Alle sette arriva Claudia, e quasi egoisticamente lascio a lei il compito di sobbarcarsi le sue lagne e scappo al lavoro. «Signor Casti, dovrebbe fare un rientro in più alla settimana»; «Dottoressa, guardi mia moglie lavora anche la sera e dovrei andare a prendere il bambino da scuola, portarlo a calcio…», «E basta con questa storia di mettere sempre la famiglia davanti al lavoro!».

E allora rimani basito, disorientato, allibito, «Ma … ma … come?». Sapevo, per averlo letto da qualche parte che addirittura in certe aziende private quando assumono le donne fanno firmare un qualcosa dove dichiarano di non essere incinta o si impegnano a non rimanerlo… ma allora mi sbagliavo, il problema per i papà lavoratori sono le mamme lavoratrici! Torno a casa più nervoso che mai; vado a prendere Elia da scuola, il tempo di preparargli la merendina e via alla scuola calcio.

Ci ritroviamo a cena con la famiglia riunita, in sottofondo la televisione e io assorto nei miei pensieri mentre Elia racconta alla mamma la sua giornata fatta di compiti, gli scherzi con i compagni e il rigore sbagliato; dal cucinino sento quasi distrattamente Claudia che dice «Ho un ritardo nel ciclo sai?», e io quasi di rimando, senza riflettere «Sei in ritardo? per cosa?».

Ebbene sì, adesso, aspettiamo di vedere se sarà un fratellino o una sorellina per Elia… Che bello essere papà…. a piccole dosi però.

(*Gaia oggi ha tre mesi e la potete vedere con il papà nella foto, la sua prima foto da neonata)

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