Prolasso del cordone

"Lei ha troppo liquido amniotico": storia di una gravidanza difficile. Giorgia è salva per miracolo

Di mammenellarete
neonato
La piccola Giorgia

28 Agosto 2015 | Aggiornato il 01 Dicembre 2017
Alla ventesima settimana di gravidanza, il dottore mi disse che avevo troppo liquido amniotico. Lo chiamò poliidramnios. Mi dissero che dovevo stare a riposo assoluto. Giunta alla 37esima settimana, ebbi dolori fortissimi e mi ricoverarono. Il mio parto fu travagliato e difficile: si verificò un prolasso del cordone e i medici dovettero portarmi in sala operatoria. Ma per fortuna e "per miracolo" mia figlia si è salvata. Con il mio racconto vorrei dare una speranza a chi sta vivendo quello che ho vissuto io. 

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Stavamo insieme da poco più di un anno, quando decidemmo di avere un figlio. Eravamo innamoratissimi. 

 

Non avevamo fretta. Così ci provammo e al primo mese di tentativi io rimasi incinta. Era il 26 luglio del 2014. Io feci il test di gravidanza, che era positivo. Non ci potevo credere e ne feci ancora altri due per assicurarmi di essere davvero incinta.

 

Andò tutto bene fino alla ventesima settimana. Mi feci visitare e il ginecologo mi disse che c'era troppo liquido amniotico. Lo chiamò "poliidramnios". Da quel momento in tutte le ecografie o nei pronti soccorsi i medici utilizzavano questo nome.

 

Il dottore mi disse che la cosa non andava bene. Avevo una "tasca" di 120, che nella norma dovrebbe stare a 70 a 80. Non avevo per nulla la pancia, che mi crebbe invece nei mesi seguenti.

 

E crebbe talmente tanto che mi chiedevano come "li avrei chiamati". Tutti, vedendo il pancione, pensavano che fossero due gemellini, quando in realtà il bimbo era uno. Alla 20esima settimana il dottore ci diede la conferma che era una femminuccia.

 

Eravamo contentissimi e decidemmo il nome. Poi il dottore mi spiazzò subito, dicendomi che il "poliidramnios" poteva provocare seri rischi alla bambina o il parto prematuro a qualsiasi settimana. O addirittura la rottura improvvisa delle acque.

 

Quindi dovevo stare a riposo. Temevo che nascesse prima e che avesse poche possibilità di salvarsi, dato che ero solo a 20 settimane. Il mio ginecologo mi fece ricoverare nel suo ospedale, anche per capire da dove derivava questo "polidraminos", che generalmente si riscontra o in gravidanze gemellari, nelle mamme malate di diabete o nei bambini affetti da trisomia.

 

Effettuai la curva glicemica, il tritest e addirittura il dottore mi chiese di fare l'amniocentesi, ma io mi rifiutai perché comunque sarebbe andata avrei tenuto lo stesso la bimba. lntanto, il "poliidramnios" mi diede molti problemi nella respirazione e dolori atroci, sciatica e dolori al pube. Fui ricoverata due volte perché, giunta a 30 settimane, già avevo un utero delle proporzioni di una donna di 40 settimane. Il dottore mi disse che il liquido in eccesso avrebbe fatto crescere più velocemente l'utero.

 

Ero giunta a 30 settimane. Il mio ginecologo decise di farmi fare la terapia con il cortisone. Infatti, il cortisone avrebbe fortificato i polmoni della bimba velocemente. Arrivai a 37 settimane tra ansia e paure. Io e il mio compagno eravamo spaventatissimi.

 

Io navigavo su Internet tutte le notti per capire di cosa fosse il "poliidramnios". Durante la notte ebbi dolori atroci. Andai in ospedale e mi rimandarono indietro, dicendomi che erano dolori dovuti al poliidramnios.

 

Tornai a casa ma i dolori aumentarono e io chiesi di poter essere ricoverata. Avevo dolori atroci e tutti mi dicevano che non erano dolori da parto. Io avevo una grande paura: il prolasso del cordone. Decisi di farmi ricoverare a tutti i costi. Avevo letto che il poliidramnios può provocare il prolasso del cordone, il quale, al momento del parto, precedendo l'uscita della bambina, avrebbe potuto provocare la morte del nascituro a causa dell'insufficiente ossigenazione del cervello e quindi a causa di una paralisi cerebrale.

 

Io avevo paura. Una paura tremenda. Ebbi contrazioni per tutta la notte, ma il mio utero non si dilava di un centimetro. I dolori erano atroci, tanto che nemmeno il gas anestetico li alleviava. Così fu per tutta la notte, fin quando alle undici del mattino un ginecologo mi vide disperata.

 

Decise di farmi un amnioressi, ovvero l'induzione con la flebo di ossitocina. Io pensai allora che finalmente avrei conosciuto mia figlia. Chiamai il mio compagno che era a lavoro dicendogli che doveva correre subito e che a breve sarebbe sicuramente nata nostra figlia.

 

Mi fecero l'induzione. Ad un certo punto mi vennero dolori atroci. Il dottore mi tolse la flebo e mi disse che dovevamo andare in sala parto. Il mio utero si era "aperto" facilmente. Io spaventata mi stesi sul letto. Con me c'erano due ginecologi e varie ostetriche. Quando vidi che erano i ginecologi a "condurre" il parto, capii che qualcosa non andava bene, perché in quella struttura erano le ostetriche generalmente a portare avanti il parto.

 

Il dottore ruppe le acque con un ago enorme e da lì iniziò il dramma. Sentii il dottore gridare: "E' uscito il cordone, la bambina non sta respirando! Chiamate la sala operatoria". Io spaventata chiedevo al dottore: "Come sta la bambina ?" Lui non mi rispondeva.

 

Mi misero in barella e iniziarono a correre. Nei corridoi c'erano un sacco di ginecologi e ostetriche davanti a me. L'ostetrica mi disse che dovevano "espellere il parto" nella maniera più rapida, altrimenti la bambina non ce l'avrebbe fatta.

 

Ad una certo punto vidi un cardiodefibrillatore piccolissimo in mano ad un infermiera e da quel momento io poi fui terrorizzata. Mi misero la maschera per l'ossigeno e mi addormentarono: tutto questo accadde in 3 o 4 minuti dalla rotture dalla acque. Praticamente non stavo capendo niente...

 

Mi svegliai in sala operatoria priva di voce. In quella sala enorme non c'era nessuno. Io andai in panico perché non vidi la bambina subito. Pensai che non ce l'avesse fatta, visto che mi avevano detto che non respirava... Non c'era nessuno in sala, solo un ragazzo di colore, anche lui sotto anestesia per un'operazione.

 

All'improvviso passò un medico. Io lo vidi e per me fu come un angelo perché da lui avrei potuto sapere la verità. Lo chiamai, anche se la voce non mi uscì. Ma lui mi sentì. Io gli chiesi della bambina e lui mi disse che mi avrebbe mandato un'ostetrica. Io avevo paura e pensai che non mi volessero dire che la bimba non ce l'aveva fatta.

 

Eppure l'ostetrica mi disse: "Signora, la bambina sta bene. Non si preoccupi! E' nata per miracolo, ma per fortuna non ha riscontrato problemi. E' bellissima e deve vedere che occhioni aperti che ha! Io ero felicissima, il mio cuore era pieno di gioia". Le chiesi se la potevo vedere, ma lei mi disse che avrei dovuto aspettare le 17.00 (erano le 13.00 circa) e che era nel nido per essere controllata.

 

Giorgia era venuta al mondo alle 11.45. Io, quando mi raccontarono tutto, scoppiai a piangere per la felicità e per la tensione che avevo accumulato precedentemente. Era nata il 19 Marzo, la festa del papà, San Giuseppe. E invece doveva nascere a Pasqua, il 5 Aprile.

 

Mi portarono nella mia stanza. Fuori, nel corridoio, c'erano tutti i miei parenti ad aspettarmi. Il mio compagno mi abbracciò piangendo, dicendomi: "Brava, sei stata forte! Che bel regalo mi hai fatto... per la festa del papà!" E mi fece vedere una foto con la mia piccolina con gli occhioni aperti, piena di vita.

 

Dopo il parto è stato difficile riprendermi completamente. Ho riscontrato vari problemi e ho dovuto subire delle trasfusioni, anche perché sono anemica. Ma ero felice, da quel momento ho capito cosa vuol dire sacrificare il proprio corpo per il proprio figlio.

 

Questa è la storia di Giorgia, nata a 37 settimane con prolasso del cordone. Ma che per miracolo ce l'ha fatta. Con il mio racconto vorrei dare una speranza a chi sta vivendo quello che ho vissuto io. 

 

Giorgia | Facebook

 

di mamma Valeria

 

(storia arrivata alla pagina Facebook di Nostrofiglio.it)

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