Microcefalia

Microcefalia. La storia del mio angioletto volato via prima di scoprire la vita

Di mammenellarete
donnapensa

25 Febbraio 2019
Ero felicissima quando rimasi incinta per la prima volta. Ma la mia gioia si trasformò in un incubo quando ci dissero che la bimba aveva qualcosa che non andava. Dopo scoprirono che aveva la "microcefalia". Facemmo tutto il possibile, ma non ci fu nulla da fare: avrebbe avuto una vita d'inferno. Dovetti andare in Slovenia, dove abortii. La mia piccola ora è un angelo in compagnia di tanti altri angeli. E veglia su di noi e sulla sua sorellina, arrivata dopo di lei.

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Vi racconto la storia che mi ha fatto cambiare la vita e pure l'anima. Sono una ragazza sempre sorridente e tenace, che ha dovuto sempre lottare per avere le cose nella vita. Per fortuna ci sono sempre riuscita e questo mi ha sempre reso fiera di me.

 

Conobbi l’amore della mia vita nel 2007 mentre lavoravamo insieme e non mi passava assolutamente per la testa l'idea che all'eta di 19 anni lui sarebbe diventato la mia anima gemella. Comunque da cosa nasce cosa... ed eccoci qua: dopo tanti anni e tante batoste siamo più uniti che mai.

 

Ne abbiamo passate tante, passando dai problemi economici ai suoi problemi di salute. Comunque dopo un periodo di tregua nel periodo natalizio 2013 decidemmo che era arrivato il momento di mettere su famiglia. E così fu.

 

Io rimasi incinta al primo tentativo. Eravamo al settimo cielo. La gravidanza andava per il meglio a parte le nausea e gli altri disturbi normali da incinta. Visite e analisi sempre perfette ed io venivo seguita solo dalla mia ostetriche di fiducia. Fino al momento della morfologica. Da lì la nostra vita cambiò per sempre.

 

Entrammo tutto contenti per il fatto che avremmo scoperto finalmente il sesso del nostro angioletto e non pensavamo che da lì sarebbe partito il nostro calvario. La dottoressa dopo un lunga ecografia ci disse che era una bambina e stava bene, ma che non la convincevano le misure della testa e la posizione della bimba, perciò ci fissò un'altra eco di secondo livello una settimana sopo.

 

Una settimana passò e noi, tranquillizzati dalle sue parole e dal fatto che io sono minuta e che la piccola sicuramente avrebbe preso da me, ci recammo all'appuntamento. Ci fu comunicato il verdetto finale da un dottore che di umanità e delicatezza non capisce nulla. Ci trattò in una maniera a dir poco scorbutica.

 

«Signora le hanno dato un secondo appuntamento perché si vede benissimo che questa bambina ha qualcosa che non va. Ha dei difetti congeniti, l’unica cosa da capire ora è che volete fare voi e cercare di intendere quanto sia grave questo problema». Mi cadde il mondo addosso. Ma come... la mia piccola aveva dei problemi. Mi misi a piangere e risposi che la mia bambina non si toccava e che se Dio me l'aveva donata, allora era sana. Uscimmo da lì affranti e con il cuore a pezzi.

 

Prendemmo diversi appuntamenti per avere altri pareri e per cercare di capire che cosa non andava con la nostra piccola e dopo una settimana arrivammo alla conclusione che la mia bimba aveva la "microcefalia". La ginecologa che poi decidemmo ci dovesse seguire ci consigliò di fare urgentemente i test genetici per capire quanto grave era la situazione e da cosa era causata.

 

Lo stesso pomeriggio ci recammo dal dottore scorbutico che aveva fatto l'amniocentesi, il quale ribadì ancora che il problema c’era, ma che bisognava capire quanto fosse grave. Nel frattempo ci diede appuntamento a un mese dopo esatto, cioè a quando avremmo avuto i risultati dell'amniocentesi. Tornati a casa, feci ricerche su ricerche su Internet e lessi cose che mi spaccarono il cuore.

 

1 bambino su 20.000 poteva nascere con la microcefalia senza un perché. Un terno al lotto praticamente, ma perché a me? Perché proprio a noi? Lessi che a un certo punto la crescita e lo sviluppo del cervello si fermava e questa cosa portava ad avere una testa con misure più piccole. E questo blocco della crescita del cervello avrebbe portato molte altre disabilità alla mia piccola.

 

Passammo giornate infinite e piene d’ansia finché non arrivarono i risultati dell'amniocentesi. Erano perfetti e noi ci sentimmo sollevati, cominciammo di nuovo a sperare in uno sbaglio dei dottori. Arrivò il giorno dell'eco e noi eravamo già al sesto mese di gravidanza. C’era sempre il dottore dal cuore di ghiaccio. Dopo aver visto i risultati della amniocentesi, mi disse di mettermi sul letto e cominciò l’ecografia.

 

«Signora qua si va di male in peggio: la crescita della testa si è quasi fermata». Mi crollò il mondo addosso. Uscì dalla stanza e poi ritornò con dei fogli. «Signori da oggi in poi per qualsiasi cosa e per qualsiasi visita dovete decidere con la genetista». Passammo un'altra settimana da incubo. Arrivammo all'appuntamento affranti e arrabbiati con Dio e con il mondo intero. Perché tutto ciò doveva succedere a noi? La genetista aveva studiato il nostro caso e ci disse che nonostante l’amniocentesi buona, il problema c’era e bisognava capire perché era successo.

 

Ci fece un prelievo di sangue per capire se avevamo qualche mutazione genetica e ci diede il foglio per prenotare una risonanza magnetica fetale, anche se pur essendo d’urgenza e pur vivendo in una grande città non si trovava posto. Inutile dire che noi nel frattempo non vivevamo, eravamo perennemente in ansia. Io mi ero rinchiusa in casa e piangevo per tutto il tempo. Pregavo Dio che fosse solo un brutto sogno e ad ogni movimento della bambina il mio cuore si spaccava di più.

 

Cominciavo ad imaginare una vita con lei e non ci riuscivo, non riuscivo a vedere la mia piccola soffrire ogni giorno della sua vita, che vita non sarebbe stata. Arrivammo a quello che sarebbe stato l’ultimo appuntamento con la genetista per quella gravidanza. Niente da fare: il mondo intero ce l’aveva con noi. Anche le nostre analisi erano perfette, il destino crudele aveva scelto proprio noi, aveva scelto la nostra piccola per quel maledetto difetto congenito.

 

Alla fine della visita giunse il dottor "cuore di ghiaccio" e ci portò dei fogli dove c’erano le informazioni necessarie per fare l’interruzione della gravidanza all'estero. Già, all'estero perché oltre ad avere fatto tutto il possibile per capire il perché del problema, eravamo anche usciti fuori dal tempo consentito in Italia per fare l’aborto. Eravamo arrivati a 29 settimane.

 

Tornammo a casa e ci mettemmo a guardare quei foglI. Eravamo arrivati ad un punto morto. Io mi sentivo a pezzi e abbandonata dalla sanità italiana. E per di più non avevamo nemmeno i soldi per andare in questi stati esteri per fare l’aborto perché si parlava di cifre esorbitanti. Ci mettemmo a vedere su Internet e venimmo a sapere che anche in Slovenia si poteva fare richiesta per fare l’aborto terapeutico se c'erano gravi situazioni. Preparammo le valigie di fretta e si partì quella sera stessa. Giungemmo all'ospedale di Lubiana alle 5 del mattino.

 

Aspettammo in macchina fino alle 8 e poi ci presentammo per avere informazioni. Meno male che un'infermiera parlava l’italiano e ci diede il numero dell'interprete dell'ospedale. La chiamammo e ci diede appuntamento in breve tempo. Ci spiegò come funzionava la cosa e ci accompagnò alla visita. Lì avremmo fatto due ecografie da due ginecologi diversi, i quali avrebbero fatto le visite senza consultarsi l’un l’altro per influenzare il risultato.

 

Entrambi ci diedero la conferma della microcefalia (anche se io speravo con tutto il cuore in un miracolo). Da lì ci portarono dalla genetista che, dopo aver valutato il caso, ci aiutò a fare richiesta alla commissione per avere il consenso per l’aborto terapeutico. Poi l'interprete ci disse di ritornare a casa perché la commissione si riuniva una volta alla settimana e appena ci avrebbero dato l’okay saremmo dovuti ritornare.

 

Inutile dirvi come ci sentivamo. Nel lungo viaggio verso casa non dicemmo mezza parola, si sentivano solo il pianto e le mie urla di dolore ogni volta che la bambina mi dava un colpetto (colpetti che diventavano sempre più rari, come se lei capisse che farli mi straziava il cuore). Dopo una settimana ci chiamarono e ci dissero di ritornare. Non so nemmeno io dove trovai tutta quella forza.

 

L’unica cosa che chiesi ai dottori fu di farmi il cesareo, perché non volevo vedere e sentire più nulla. Ma così non fu. Mi fu indotto il parto e la mia piccola nacque e morì a 30 settimane e con lei anche un pezzo di me. Non ebbi il coraggio di vederla e di prenderla in braccio. Volevo ricordarla come l'avevo sempre immaginata e non in quello stato.

 

La mia piccola ora è un angelo in compagnia di tanti altri angeli. E veglia su di noi e sulla sua sorellina, arrivata dopo di lei.

 

di una mamma

 

(storia arrivata sulla pagina Facebook di Nostrofiglio.it)

 

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