Storie di mamme

Ho perso le mie gemelle e sono stata a un passo dalla morte: la montagna mi ha salvato

Di mammenellarete
montagna
17 Settembre 2019
Durante la mia terza gravidanza, ho avuto molti problemi e al momento del parto ho rischiato di morire, perdendo purtroppo le mie gemelle. Dopo tanto dolore, la montagna mi ha aiutato a sopravvivere: sono diventata un'alpinista. Ora so che nel mio percorso c'è un significato evolutivo preciso e desidero che le persone sappiano che laddove sembra tutto finito, si possono, in realtà, trovare risorse per andare avanti. Anche quando la vita sembra ingrata e ingiusta.
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Questa è la mia storia. La storia di una donna alla quale la vita ha dato molto ma ha tolto anche tanto. Cinque anni fa ho perso Alice e Federica, le mie figlie, nate prematuramente in una calda giornata di ottobre. Abbiamo lottato per giorni. Tredici per l'esattezza.

 

Loro troppo piccole per vivere e io ad un passo dalla morte per arresto cardiaco. Poi il buio e la mia lenta ripresa, con la maschera per la ventilazione indosso giorno e notte. Dal letto della Rianimazione il pensiero era sempre lo stesso: "Se esco viva da qui voglio andare in montagna. Voglio rivedere la neve che dona bellezza ad ogni cosa sopra la quale si posa e respirare senza questo maledetto aggeggio!".

 

Pur avendo assistito personalmente, come infermiera in dialisi, centinaia di persone nella mia condizione, non ero consapevole che di lì a poco sarebbe iniziata la salita più dura, quella del ritorno a casa e della quotidianità.

 

Per fuggire dalla curiosità morbosa di chi fa domande talvolta inopportune ecco la mia prima salita sul Monte Beigua in solitaria (con valori di emoglobina quasi incompatibili con la vita), la mia prima arrampicata, la mia prima salita con gli sci e il mio primo 4000.

 

E lì, fra le vette che toccano il cielo, nello spazio infinito che mi trovo spesso davanti, ho sentito spesso il bisogno di ringraziare Dio, o chi per esso, per avermi concesso la seconda possibilità.

 

Qualcuno sostiene che si è atei finché non si ha paura e colui che afferma ciò non ha tutti i torti. Ma comunque sono qui e spero di poter ispirare i miei affetti ad essere la parte meravigliosa di se stessi ancora a lungo. Alla montagna devo tanto.

 

Mi ha ridato la forza, la fiducia di potercela fare anche quando si perde la capacità di coniugare i verbi al futuro. E poi la storia di Marta, che si intreccia con la mia: una giovane donna che muore mettendo al mondo ciò che di più bello due persone possano desiderare. E con lei se ne va anche il suo piccolino.

 

E così mi metto in contatto con Christian, autore del libro "Andare Avanti", marito di Marta, che ha saputo trasformare il suo dolore in forza, fondando la "Marta4kids" e percorrendo quattromila chilometri di eccezionale solidarietà a piedi per l'Italia, raccogliendo fondi per la ricerca a favore della fibrosi cistica. A tutti racconta che il senso della vita, anche quando appare ingrata e ingiusta, è l'amore per gli altri.

 

Decido che per ricordare Alice e Federica, Marta e il suo piccolino posso dare un aiuto a Christian percorrendo gli stessi metri ma verso il cielo. E così, dopo cinque anni di sofferenza, allenamenti in quota, gioie e una serie di fatiche inenarrabili, alle 7.20 del 26 agosto arrivo sulla vetta del Monte Bianco.

 

Sobrietà di gesti e pensieri, l'aria che via via si fa sottile e un'alba che ricorderò per sempre. Le parole oggi sono superflue, questa salita la dedico a loro.

 

Ho voluto raccontare la mia storia per narrare quello che era successo negli ultimi cinque anni della mia vita. La montagna per me è stata un appuntamento settimanale, nel quale, lasciando temporaneamente il mio dolore, ho trovato una spinta per andare avanti nella quotidianità.

 

Sì, la montagna mi ha dunque aiutato. Per me è stata terapeutica. In montagna ho imparato ad ascoltare il mio corpo, a gestire la fatica, la sete, la fame, il freddo. Ho appreso ad ascoltarmi. Purtroppo, durante l'ultima gravidanza, non mi sono ascoltata, poiché, nonostante avessi avuto molti problemi, la prima volta che sono andata in ospedale poiché non stavo bene mi hanno detto che i miei malesseri erano causati dalla gemellarità e dal fatto che avevo già due figli a casa da gestire.

 

In realtà c'erano già dei valori predittivi di come sarebbe degenerata la situazione. All'epoca avevo un'altro tipo di consapevolezza. Ora so che nel mio percorso c'è un significato evolutivo preciso e desidero che le persone sappiano che laddove sembra tutto finito, si possono, in realtà, trovare risorse per andare avanti. Anche quando la vita sembra ingrata e ingiusta.

 

di Ilaria Pietropaolo

Sull'autore.
Ilaria Pietropaolo fa l'infermiera a Varazze, è mamma di due bambini ed è un'alpinista convinta. Sarà presente il 15 ottobre 2019 come relatrice al "Convegno sulla consapevolezza del lutto perinatale", organizzato dall'associazione "Ciao Lapo" di Genova.

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