Depressione post parto

Mio figlio ha bisogno di me

Di mammenellarete
donna
09 Aprile 2019
Il parto del mio secondo figlio non è stato facile: ho subito violenze morali da parte del personale dell'ospedale al momento della nascita del bimbo. Inoltre, dopo, ho avuto anche un brutta forma di depressione post partum. Adesso, purtroppo, è giunta anche la diagnosi per il mio bimbo: "Ritardo globale dello sviluppo e sospetto spettro autistico". Anche se non mi sento ancora bene con me stessa, so che devo essere forte più che mai. Per mio figlio. Lui ha bisogno di me.


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Avevo già una figlia di 11 anni. Ed ero in attesa di un maschietto. Che felicità! La gravidanza l'esatto opposto della prima, niente nausee, vomito, mi sentivo piena di energie... Fino al giorno del parto: le 24 ore più brutte della mia vita...

 

Ricoverata per i prodromi di travaglio, che non arrivava. Nel frattempo un malessere, una brutta sensazione, le continue richieste di aiuto, di un po' di umanità. Di una breve ecografia per controllare la posizione del bambino. Nulla.

 

Ero come Don Chisciotte. Non mi ascoltava nessuno. Dopo l'intera notte passata in piedi (e nel frattempo una flebo che aveva fatto partire il travaglio), mi mandarono in sala parto. Il bimbo non scendeva. Insulti.

 

Nonostante lo sforzo a ogni contrazione il bimbo si era bloccato. Minacce di usare la ventosa. Vidi la coppetta in mano della "dottoressa". Stremata cercai di fare l'ultimo sforzo per evitarla. In un attimo l'episiotomia, Kristeller... So solo che mio figlio stava perdendo il battito e non mi importava di nulla altro, solo vederlo nascere.

 

Nacque. Non pianse, emise solo un gemito timido. Lo portarono subito via senza farmelo vedere e lo riportarono dopo circa 4 ore (strano?). 10 di Apgar. Io ero "assente", con il pensiero volavo lontano. Non volevo sentire gli auguri.

 

Non volevo le visite. Tornata a casa piangevo di continuo, ma mai davanti ai parenti. Dopo un mese il mio unico abito era il pigiama. Non uscivo più da casa (se non per andare dalla pediatra). "Fortunatamente" a casa non veniva quasi nessuno. Così potevo stare a letto in un'altra stanza, mentre il piccolo si disperava piangendo per ore.

 

Ma io non volevo toccarlo. Lo facevo solo davanti alla famiglia. Non volevo sembrare una cattiva mamma. Il latte cominciava a scarseggiare. Specialmente la sera. Io che avevo allattato la prima figlia e di latte ne avevo da sfamare anche un altro bambino... Mi sentivo inutile. Col biberon in mano piangevo.

 

Mi dicevano: "Non ti preoccupare, cresce lo stesso con latte artificiale". La visita di 40 giorni... Nello studio scoppiai in lacrime. Il ginecologo mi disse che era tutto a posto (non era vero, avevo subìto i danni ostetrici) e mi mandò da una psicologa. Lei disse che era tutta causa dello stress e mi consigliò di parlare con mio marito.

 

Mi sfogai a casa con lui, gli svelai i miei dubbi sul parto e su come mi sentivo sia fisicamente che psicologicamente, ma ovviamente sminuiva tutto. Addirittura mi disse che rompevo i c..i. Capii di essere sola con i miei dubbi e il mio dolore. I pensieri mi tormentavano sempre di più. Stavo davvero pensando di farla finita.

 

Poi mio figlio che piangeva di continuo... Alla fine mi forzai a prenderlo in braccio... E, miracolosamente, smise. In quel momento capii che aveva bisogno di me. Decisi di chiedere aiuto fuori da casa. E per fortuna lo trovai. Nonostante mi risuonassero in testa le parole che mi avevano detto in sala parto, cioè "Se tuo figlio avrà qualche problema, sarà solo colpa tua!", sembrava che tutto andasse bene.

 

Purtroppo verso il primo compleanno capii che c'era qualcosa in mio figlio che non andava. Il tempo di fare qualche accertamento... E la diagnosi arrivò: "Ritardo globale dello sviluppo e sospetto di spettro autistico". Anche se non mi sento ancora bene con me stessa, so che devo essere forte più che mai... Per mio figlio... Lui ha bisogno di me.

 

di Patrycja

 

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