Le mamme

Perché ci siamo dimenticati che l'infanzia è già magica?

luna

01 Ottobre 2015 | Aggiornato il 12 Gennaio 2018
Qualche giorno fa mi è capitato davanti agli occhi un post che mi ha fatto molto riflettere, in cui si mettono in evidenza - e anche in ridicolo - tutti gli sforzi che noi mamme di oggi facciamo per rendere magica l'infanzia dei nostri figli, facendo lavori manuali complicati, trasformando le loro stanze in camerette con opere d'arte adatte alle copertine delle riviste Ikea, vestendoli sempre con un abbigliamento all'ultima moda, preparando feste di compleanno ridicole e costosi dolcetti. E invece non ci rendiamo conto che l'infanzia è già magica di per sé, anche quando non è perfetta.

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Ho letto il post tutto d’un fiato e più andavo avanti, più mi ci ritrovavo in pieno e mi tornavano in mente tanti flash della mia infanzia, che ho messo a confronto con situazioni che vivo ogni giorno con le mie figlie.

 

Tante volte mi sono chiesta: perché oggi è così diverso da allora? Perché i nostri figli sembrano aver perso la poesia di vivere esperienze che a noi sembravano così straordinarie? Forse stiamo sbagliando in qualcosa? Forse ha davvero ragione l’autrice del post: ci stiamo sforzando di rendere magica l’infanzia dei nostri figli, che non hanno bisogno di una magia costruita a tavolino da noi adulti.

 

Un esempio? I compleanni degli amichetti delle mie figlie. Pare che i genitori non sappiano più che cosa organizzare per farli divertire: li portano al cinema, al bowling, al pattinaggio sul ghiaccio o fanno venire l’animatore con tanto di giochi di magia, “se no che fanno tutto un pomeriggio?” Ma come che fanno? Se la vedono loro! Un giorno mia figlia, in procinto di andare ad una festa di compleanno, mi ha detto: “ Mamma, speriamo che non ci sarà l’animatore, perché noi vogliamo essere lasciati liberi di giocare come ci piace, se no dobbiamo fare quello che ci dice lui”. Capito?

 

Quando ero piccola, il compleanno per me era il pranzo “diverso” preparato da mamma, qualche regalino e le telefonate di auguri di tutti, che mi facevano sentire speciale per quel giorno. Non c’erano mega feste di compleanno, al pomeriggio magari venivano le amichette e stavamo in cameretta a giocare, senza distruggere casa solo perché non sapevamo che cosa fare. E la torta? Era un buonissimo pan di spagna con la crema, senza ostie di Masha e Orso, senza decori acrobatici in pasta di zucchero. L’ho fatta anche io la torta con la pasta di zucchero allo scorso compleanno di mia figlia, ma il mio compito si è fermato alla preparazione del “dentro”, perché non ho fantasia né manualità per fare decorazioni speciali e non ci penso neanche a cimentarmi. Allora si è messa mia figlia con matterello e pasta di zucchero e si è creata la sua torta, con la soddisfazione immensa di aver fatto tutto da sola e i complimenti di tutte le amiche!

 

Vogliamo parlare del “mamma, giochi con me”?

Quando le mie figlie me lo chiedono, mi sento quasi in colpa perché non ho tempo per farlo. Eppure non ricordo di aver mai visto mia madre giocare con me: era sempre presente, ma era sempre affaccendata in qualcosa. Certo, ricordo con tanto piacere le partite a carte o a dama con mio padre, ma per il resto giocavamo insieme io e mio fratello, litigando puntualmente ogni volta: chissà perché, quasi tutte le volte finivamo con carte, pedine, soldi di Monopoli o pezzi di Battaglia navale buttati all’aria. Però il giorno dopo eravamo di nuovo lì a giocare insieme. Mamma non giocava con me, è vero, però ho il ricordo dolcissimo di quando, dopo un terremoto, tutte le sere restava un po’ accanto al mio letto a sferruzzare una coperta perché avevo paura ad addormentarmi. Ogni volta che vedo quella coperta me lo ricordo ancora…

 

Avevamo pochi giochi, ma con quelli inventavamo sempre giochi nuovi. Non ricordo di essermi mai annoiata: se non sapevo che fare, tiravo fuori tutto quel che avevo nei cassetti e ci “rilavoravo” su, oppure mi divertivo ad addobbare la mia cameretta a seconda delle occasioni: a Natale attaccavo qualche festone, pallina o pigna alle maniglie degli armadi o delle finestre, a Carnevale creavo con le stelle filanti delle catene colorate che facevo passare da un punto all’altro della stanza. E questo mi bastava per sentirmi catapultata in un’atmosfera magica, pur senza avere il castello di Barbie.

 

Chissà se ho mai vissuto da bambina esperienze “speciali”, sta di fatto che le cose più belle che ricordo della mia infanzia sono, neanche a farlo apposta, le più semplici: ricordo ad esempio quando andavamo in campagna al mattino presto a raccogliere la frutta e poi facevamo colazione sotto un albero con una bella fetta di pane e fichi o altra frutta appena raccolta. E pazienza se si trovava un “abitante” in qualche frutto: si toglieva la parte abitata e si continuava a mangiare perché, ci diceva papà, quelli erano i frutti più buoni. Che avventurose le arrampicate sugli alberi (e i pantaloni rotti, ma tanto in campagna ci facevano mettere sempre gli stessi, così non c’era il rischio di bucarli di nuovo!), che divertente l’altalena costruita con una semplice corda appesa a due tronchi e un cuscino, anche se dopo un po’ quella corda sotto il sedere faceva un male! E che bello il giro sul carro del trattore che portava i sacchi di olive da molire: altro che giostra!

 

E poi ricordo i giochi per strada. Qualche giorno fa, per la prima volta a 9 anni, mi figlia è scesa in strada a giocare con tre compagni di scuola. Lo ammetto, ero in apprensione, temevo passassero macchine, anche se la nostra è una strada poco trafficata, temevo potessero farsi male. E invece, giuro, non li ho mai sentiti ridere e divertirsi come quel pomeriggio ed anche le vicine di casa mi hanno detto che era bellissimo sentire finalmente schiamazzi di bambini come una volta. Noi da piccoli ai giardinetti vicino casa ci giocavamo tutti i giorni e non avevamo la mamma sempre attaccata addosso. Solo a ora di pranzo si affacciava al balcone e ci faceva segno di salire (e noi puntualmente facevamo finta di non vederla). Sì, è vero, erano altri tempi, c’erano meno macchine, c’era meno brutta gente in giro, però forse stiamo andando nell’eccesso opposto, vedendo orchi dappertutto e facendo crescere i nostri figli in una campana di vetro.

 

E tanto per restare in tema di magia, ricordo la festa del Natale. Ho in mente uno per uno tutti gli addobbi dell’albero e riassaporo ancora l’attesa dei regali. Stavo per ore a contemplare l’albero di Natale, toccavo e ritoccavo il pacco (uno o due, non di più) destinato a me cercando di indovinare che cosa potesse esserci dentro. Adesso ai raduni di famiglia vedo i bambini che scartano nervosamente e frettolosamente i loro pacchi e appena finito di scartarne uno si catapultano su quello successivo, senza neanche aver avuto il tempo di gioire per quello già aperto. E alla fine, tra tutto quel tripudio di bambole e giochini elettronici, noto con un pizzico di sadica soddisfazione che spesso i piccoli sono attratti più da nastrini e carte colorate che dal regalo in sé. Perché i bambini scoprono la meraviglia che si nasconde nelle cose più semplici.

 

E allora mi viene da pensare: forse dovremmo sforzarci di rendere l’infanzia dei nostri figli non più magica, ma semplicemente più… semplice. Evitare di dar loro di tutto di più, non pretendere di sapere sempre quel che a loro può e deve piacere, di pianificare le loro giornate, i loro divertimenti. E farci un po’ da parte. Perché la vera magia sanno trovarla da soli, dentro di sé. E sanno stupirsi senza bisogno dei nostri effetti speciali.

 

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