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Mi presento: io, incinta con la PMA

Di Raffaella Clementi
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08 Maggio 2013
Spesso succede che, quando si è emotivamente pronti per diventare madri è tardi per il nostro corpo il cui ritmo biologico comincia a seguire una danza propria, indipendentemente da quelli che sono i nostri desideri. E quando iniziamo davvero a cercarlo, questo figlio non arriva. Nel 2008 inizia la nostra ricerca, nel 2010 rimango incinta, nel 2011 nasce mio figlio. Prima di quella data il vuoto, dopo la vita. Vorrei raccontarvi la storia del nostro percorso di procreazione medicalmente assistita.

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di Raffaella Clementi

Guardo mio figlio dormire e rimango incantata. Resto a fissarlo in silenzio delle ore e spesso mi trovo a dover cacciare indietro delle lacrime prepotenti che a fatica, riesco a trattenere. Ha da poco compiuto due anni e ancora mi sento struggere quando mi guarda e mi chiama mamma.

Sì, ancora non ci credo che io sia sua madre. Per sempre e nonostante tutto. Nonostante il viaggio incredibile che suo padre ed io abbiamo intrapreso per cercarlo, lungo il cammino difficile e doloroso della procreazione medicalmente assistita. Come molte donne ho rimandato la decisione di avere un figlio di anno in anno, cercando prima di rendere stabile la mia posizione professionale, il rapporto con il mio compagno, di rendere salde le condizioni di vita e di coppia, credendo, stupidamente, che ci sarebbe stato tempo per fare un bambino. Ho dato per scontato che la vita, che già molto mi aveva tolto, sarebbe stata clemente in tal senso permettendo di far arrivare i figli che dovevano raggiungermi.

Ho fatto male i conti. O meglio li ho fatti senza l’oste! Spesso succede che, quando si è emotivamente pronti per diventare madri è tardi per il nostro corpo il cui ritmo biologico comincia a seguire una danza propria, indipendentemente da quelli che sono i nostri desideri. E’ stato così che a trentotto anni circa, dato che la cicogna tardava ad arrivare, visitandomi, mi è stato spiegato che avevo difficoltà a procreare perché, come molte mie coetanee, la mia fertilità era strettamente correlata all’età riproduttiva. In altri termini, più anni si hanno più diminuisce, in maniera irreversibile, la quantità e la qualità degli ovociti presenti nelle nostre ovaie. E’ difficile raccontare in 2500 battute, quanto è lo spazio a mia disposizione in questo luogo virtuale che accoglie e trattiene le nostre storie, il vuoto e il dolore per l’assenza di un bambino che si cerca ma che non arriva. L’infertilità ti rende vetro, fragile e sottile come la carta. Ti addolora come un lutto, ti fa sentire diversa dalle altre, in colpa per non riuscire a dare la vita. E provi rabbia nei confronti di un ordine naturale che ti tradisce, di una natura che t’inganna, pensandoti capace di procreare, sempre.

Nel 2008 inizia la nostra ricerca, nel 2010 rimango incinta, nel 2011 nasce mio figlio. Prima di quella data il vuoto, dopo la vita. Il prima è un grido, lancinante, che strozza anche il respiro e piega le gambe. E’ sapere di essere sua madre ma non poterlo abbracciare, cercarlo ovunque. Sì, perché mio figlio è displuvio, crinale, lo spartiacque delle mie maree. C’è un prima e un dopo di lui, è asciugarsi gli occhi e ridere di nuovo, abbracciarlo e sapere che non avrebbe potuto essere diverso da com’è. Nel mezzo due anni di tentativi, diversi centri, cure ormonali, monitoraggi, prelievi, sconfitte. Cadere e rialzarsi per cercare di nuovo. Un periodo difficile che ha portato, sì, alla nascita di nostro figlio, ma anche alla conoscenza di un percorso duro, spinoso, che spesso allontana e non cementa l’unione, che destabilizza, mette in crisi, cambia la percezione della vita che scorre intorno.

La pma, come viene chiamata in gergo, è un animale strano. E’ una cosa e il suo contrario, contiene in se anche il suo opposto. E’ un tuffo in un oceano di cui forse non vedrai mai le rive. Un salto nel vuoto, bendati. E’ incertezza. Ma, allo stesso tempo, quando il caso, la fortuna, la vita decide, rappresenta la possibilità rara e preziosa che permette di diventare genitori. Tante cose ho imparato durante questo nostro cammino. Che la maternità è un privilegio. Che la difficoltà ad avere figli è ancora ritenuta un tabù, qualcosa da nascondere di cui è difficile parlare. Che qualcosa è cambiato nello stile di vita delle persone, nella scelta del momento in cui diventare genitori, che a quanto pare non è più quello “giusto” perché l’età biologica non coincide più con quella sociale, eppure si ha ancora tanta voglia di fare famiglia. Una famiglia cambiata però, che nasce dall’amore, dalla responsabilità e dal rispetto prima ancora che da un patto sigillato davanti alla Chiesa o molto prima che dai legami biologici.

Che viviamo in un paese vecchio, fermo, lontano dalla parità di certi diritti. Che la legge che regola la pma è cattiva, iniqua, basata su divieti e contraddizioni. Ma soprattutto ho imparato quanto una pma scommetta sui confini dei sentimenti delle persone coinvolte. Sapevo e immaginavo che l’amore per un figlio non può essere circoscritto, non può essere delimitato. Ma non sapevo quanto si può essere disposti ad avanzare nelle proprie zone grigie, quanto si è disposti a perdere di noi stessi, in termini di sicurezza e possibilità, per realizzare il sogno. La pma è fatta di fasi, di tappe, non sai mai cosa ti aspetta dietro l’angolo. Non sai quante tappe saranno necessarie, quanti prelievi, quanti trasferimenti. Non sai fin dove si è disposti ad arrivare. Oggi so che nessuna donna dovrebbe percorrere tanta strada per arrivare al proprio figlio, nessuna dovrebbe provare il gelo sentito per la delusione di un tentativo fallito. Ed ho anche imparato che, nonostante la scienza e la tecnologia abbiano fatto passi da giganti in questo campo, sebbene la medicina abbia statistiche e numeri riguardo procedure e tecniche, la verità è che solo Dio sa come e quando la vita nasce dentro quella provetta.

Mio figlio è nato dopo anni di tentativi, dentro notti balorde e giorni di amore bello, in un pomeriggio d’inverno e sotto il sole di un’estate rovente. E’ nato tutte le volte che l’ho cercato, nella luce di un laboratorio, forse, ma sempre luce.

Raffaella Clementi è autrice di 'Lettera a un bambino che è nato', un libro-diario in cui racconta la sua esperienza personale di fecondazione assistita fino alla nascita del figlio.
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