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La storia di Fred, ex hikikomori

Di Sara Sirtori
hikikomori
6 febbraio 2020
Questa è la storia di Fred, un ex ragazzo hikikomori, che ci spiega il significato di questo termine e ci racconta del percorso che ha fatto per uscire da questa condizione.
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Cosa vuol dire hikikomori

 

Si ritirano dalla vita sociale per lunghi periodi. Preferiscono il silenzio della loro camera a qualsiasi contatto diretto con il mondo esterno. I giapponesi li chiamano hikikomori e Fred era uno di loro. Dopo aver incontrato sua mamma Gabriella, oggi chiediamo a lui cosa significa essere un ragazzo hikikomori.

 

Fred, quando hai capito di essere un ragazzo hikikomori?

 

A dire il vero, ancora non l'ho capito in termini così esatti, però diciamo che uno dei primi momenti in cui mi è sembrato possibile che fossi affetto da qualcosa di un pochino più serio, in mancanza di un termine migliore, è intorno ai 18 anni circa, quando mia madre mi ha mostrato per la prima volta un articolo di Marco Crepaldi, in cui erano scritte le varie definizioni di "hikikomori" e per la prima volta mi sono rispecchiato parecchio in questa descrizione. Quindi, quello credo che sia il primo momento, per certo.

 

Quando hai capito che avevi bisogno di aiuto?

 

Onestamente, non so se mi è chiarissimo che ho bisogno di aiuto, però direi che intorno ai 16 anni circa, quando ho cominciato a manifestare più evidentemente questa situazione, è quando ho cominciato a capire che magari avrei dovuto provare a chiedere aiuto a qualcuno e non ero costretto ad affrontare la situazione da solo, completamente da solo.

 

Com'era il rapporto con tua madre e com'è ora dopo aver superato la fase più difficile della condizione hikikomori?

 

Prima che cominciassi a mostrare i sintomi di questa situazione, direi che la relazione con mia madre era buona, anche se non ho moltissimi ricordi di quel periodo. Quando c'è stato il mio periodo di isolamento più grave, è cominciato a peggiorare. Ora è migliorato, però credo che sia molto dovuta al fatto che trascorriamo molto meno tempo insieme. Quindi non so se sia una cosa migliore o peggiore, però la situazione è migliorata.

 

Qual è stato il ruolo di tua madre e quello di Marco Crepaldi di hikikomori Italia nel tuo percorso di rinascita?

 

Mia madre mi ha aiutato, è sempre stata molto attenta, è sempre stata molto coinvolta e Marco Crepaldi invece è stato in grado di fornirmi uno sfogo e uno sbocco pratico tramite traduzioni di articoli e tramite seminari, comunque attraverso la partecipazione dell'associazione che devo dire mi é stata di enorme aiuto e credo che continuerà a esserlo.

 

Qual è la cosa che più ti fa star bene e quella che detesti di più in questa fase della tua vita?

 

Le cose che detesto sono molte, quindi non credo che ci sia un modo facile di determinare la cosa che più mi dà fastidio in questo periodo. Una cosa che mi tranquillizza è il fatto che da un po' di tempo a questa parte ci siano delle giornate parecchio belle. Non lo so, mi piace uscire e stare un po' fuori a riflettere, meditare. Quella credo che sia una delle cose che in questo periodo mi stia rallegrando un pochino di più.

 

 

Cosa diresti a un ragazzo hikikomori e cosa consiglieresti ai suoi genitori che non sanno come aiutarlo?

 

Non credo ci sia molto che posso dire ad un generico ragazzo kikokomori né ad un generico genitore di ragazzo hikokomori. Da quello che ho visto, le esperienze degli individui sono così tanto diverse che non sento che ci siano cose dette da me che potrebbero avere un effetto così marcato sulle vite degli altri. Mi sento quasi costretto a dire ai ragazzi che, per quanto possa sembrare una condizione impossibile da sostenere, non è neanche lontanamente così brutta quanto sembra. Non dico che è tutta "rose e fiori", per carità. Però, è molto meno drastico di quel che sembra, e anche se non si direbbe, uscirne è più facile di quel che sembra inizialmente.

 

"Hikikomori" è un termine giapponese che significa letteralmente "stare in disparte".
Viene utilizzato  per riferirsi a chi decide di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (anche alcuni anni), rinchiudendosi nella propria camera, senza aver nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno.