Storie di mamme

Ho lasciato il mio ex geloso e violento per amore di mio figlio. Ora sono una donna più forte

Di mammenellarete
violenza

04 Novembre 2016 | Aggiornato il 25 Novembre 2017
Rimasi incinta a 20 anni. Il mio compagno mostrò da subito il suo carattere possessivo e geloso. Dopo otto anni riuscii, con molte difficoltà, a lasciarlo. Attualmente non ci vediamo, ma ci sentiamo pochissimo tramite messaggi per cose che riguardano nostro figlio. Al resto ci pensano i servizi sociali. Io ne sono uscita, ora sto bene, sono tornata al mio peso di sempre. Lavoro, ho delle amicizie e penso di più a me stessa. La forza di reagire me l'ha data mio figlio!

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La mia storia iniziò nel 2004, appena giunsi in Italia. Il mio obiettivo era di trovare un lavoro, rimanere in Italia per un anno, riuscire a mettere qualche soldino da parte e tornare a casa mia. Il distacco dai miei genitori fu doloroso perché non mi ero mai allontanata da loro nei miei 18 anni di vita.

 

Nei primi tempi la loro mancanza era insopportabile a tal punto che ero pronta a ritornare a casa, ma poi un giorno incontrai lui, quello che poi divenne mio marito. Io ero alle prime armi con i ragazzi, non avevo avuto altre esperienze, quindi qualsiasi cosa mi raccontasse, io ci credevo.

 

La prima bugia che mi disse all'inizio fu circa la sua età, diceva che aveva 26 anni e a dire il vero dimostrava davvero quell'età, mentre io ne avevo 18. Scoprii dopo quasi un mese che in realtà ne aveva 30, fu la nipotina a dirmelo. Ci rimasi male, ma lui si giustificò dicendo che aveva paura che io, vedendolo troppo grande, non sarei mai uscita con lui.

 

Ci passai sopra e andammo avanti. Ci fidanzammo e andammo a convivere. Lui è un ragazzo del sud e la mentalità è un po' diversa dal nord o da altri paesi, quindi convivere fin da subito era una cosa normale. Le cose cominciarono ad andare da subito male, mi dimostrava la sua gelosia ,la sua possessività. Con noi abitava anche sua mamma che era malata terminale.

 

Litigavamo sempre più spesso e io continuavo a giustificarlo. La mamma malata, il lavoro che mancava, le spese e i pochi soldi. Io lo giustificavo così. Intanto mi fece lasciare il lavoro (lavoravo in un bar), perché era lui che doveva portare i soldi a casa. Ma lui non lavorava.

 

Passavano i mesi e la sua gelosia cresceva, non potevo uscire di casa da sola neanche a buttare l'immondizia che era dietro l'angolo. Ero innamorata di lui e lui di me, anche se a volte dimostrava altro, io ero convinta di voler passare il resto della mia vita insieme a lui. Così gli chiesi di darmi un figlio.

 

Un figlio che ci avrebbe uniti ancora di più! All'inizio lui non era d'accordo perché la mamma continuava a stare sempre più male, ma alla fine cedette. Ci sposammo, fu una cerimonia molto intima, con pochi amici, ma per me fu il giorno più bello. Poi rimasi incinta! Ricordo che tra noi due io ero la più felice. Lui continuava a pensare ai problemi. Passò poco tempo e sua mamma morì.

 

In pochissimo tempo ci ritrovammo da soli senza più soldi. Lui fu costretto a trovarsi un lavoro. Tornava a casa ed era sempre nervoso, sempre pronto a litigare, a rinfacciare che era tutta colpa mia se le cose non andavano bene. Ancora una volta lo giustificai: era arrabbiato perché aveva perso la mamma.

 

Giunse il giorno del parto, nacque nostro figlio, un bel maschietto, il frutto del nostro amore mi dicevo, "Ora sarà tutto diverso... erano solo mie fantasie!" A casa non mi dava una mano né con il bimbo né con le faccende. 20 anni, con un neonato, con un marito che era come se non ci fosse, ero andata in depressione.

 

Stavo male, appena mio figlio piangeva, io piangevo con lui. Ero arrivata a pesare 40 kg (il mio peso normale è di 55 circa), perciò ero un fantasma. Si vedeva lontano un miglio che non stavo bene. Lui non voleva vedere il mio malessere. Tra alti e bassi passarono gli anni, dalle litigate si passò alle mani, alle umiliazioni, fino a farmi sentire una nullità. Io ero sua moglie e dovevo fare il mio dovere da moglie anche se non mi andava. Io dovevo soddisfare i suoi bisogni, mi diceva.

 

Le litigate erano all'ordine del giorno. Si litigava per tutto. Un esempio: sul tavolo mancava il pepe nero o un bicchiere? Lui cominciava a dirmi che non ero brava a fare nulla, che una persona come me, era meglio se non fosse mai esistita perché tanto non serviva a nulla. Tra di noi si era innescato un meccanismo malato, se non era lui a provocarmi, ero io a provocare lui, dovevamo per forza litigare.

 

Otto anni dopo una brutta litigata addirittura mio figlio mi suggerì di andare dai miei genitori,solo io e lui perché lì saremmo stati tranquilli. In quel momento aprii gli occhi, capii che stavo facendo soffrire mio figlio. Mi feci forza e scappammo di casa. Un giorno di nascosto andai a prenderlo da scuola e corsi in caserma dai carabinieri. Loro oramai ci conoscevano, erano venuti più volte a casa nostra. Chiamarono i servizi sociali e ci portarono via.

 

Mio marito andò via di testa, iniziò a terrorizzare tutti quelli che conoscevo, voleva sapere a tutti i costi dove eravamo. Fummo collocati in un posto e lui ci trovò, poi spostarono e lui riuscì a trovarci ancora. Ci inseguiva ogni volta che ci vedeva. Mio figlio era terrorizzato. Alla fine i servizi ci spostarono in un'altra città. In una struttura protetta, dove per uscire dovevo essere sempre accompagnata.

 

Nel frattempo mio figlio vedeva il padre sempre con gli assistenti sociali. Dopo 4 mesi dissero a lui in quale città eravamo. La loro ragione fu che i costi erano troppo alti per portare il bambino dal padre, così in questo modo era il padre a dover spendere i soldi. Subito dopo lui venne a sapere dove si trovava questa struttura, dove mio figlio andava a scuola e dove io lavoravo. Mi aveva distrutta psicologicamente.

 

Mi ci è voluto un anno intero di sedute con la psicologa per farmi capire che non era colpa mia, che quella che a me sembrava la normalità di fare quello che lui mi chiedeva e che mi proibiva di fare, tipo uscire o avere delle amiche, non era normale. Ora siamo separati legalmente, lui non mi passa nulla per il bambino, si è licenziato per non darmi nulla e io non gli ho fatto neanche la causa per questo. Se non lo fa con il cuore per suo figlio, allora io quei soldi non li voglio.

 

Io ho tre lavori, mi spacco la schiena a pulire le case della gente e arrivo a 900 € al mese, penso a tutto io, scuola, mensa, sport, vestiti, cibo, ecc., ma non mi dispiace, anzi sono orgogliosa di me, sto facendo dei sacrifici per me e per mio figlio e i risultati li sto vedendo pian piano.

 

Sto tirando su un bambino educato, dolce e rispettoso nei miei confronti e nei confronti di chi ha intorno. E tutto questo solo grazie a me! Non ho mai parlato male di suo padre e mai lo farò, lui si è reso conto da solo chi ha sbagliato e chi aveva ragione. Per fortuna i servizi mi hanno dato una casa e la possibilità di starci un anno senza pagare affitto e bollette, e questo per mettere i soldi da parte per il prossimo anno quando dovrò cercare casa.

 

Con il mio ex non ci vediamo, ma ci sentiamo pochissimo tramite messaggi per cose che riguardano nostro figlio, al resto ci pensano i servizi sociali. Io ne sono uscita, ora sto bene, sono tornata al mio peso di sempre (cosa che per me era fondamentale). Lavoro, ho delle amicizie e penso di più a me stessa. La forza di reagire me l'ha data mio figlio!! Se fino a quel momento non ho reagito, è stato solo per paura, paura di rimanere da sola, paura di far crescere mio figlio senza un padre vicino, paura di essere giudicata male, paura del non sapere a cosa andavo incontro.

 

Ora sono diventata una donna più forte, una mamma più matura, più responsabile... L'unica cosa che oggi non riesco a fidarmi più della figura maschile. Ci sono uomini che ci provano con me, ma io faccio molta fatica a vederli con occhi diversi. Non so come spiegarmi, ma trovo sempre qualcosa in loro che mi ricorda lui. Ho voglia di innamorarmi di nuovo, ma ho paura di soffrire ancora. Spero un giorno non molto lontano di trovare un uomo che mi faccia cambiare idea sugli uomini e che mi accetti per quella che sono.

 

di Ana Maria 

 

(storia arrivata come messaggio privato sulla pagina Facebook editata dalla redazione)

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