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Mamma di tre gemelli prematuri nati 18 anni fa e di un altro ragazzo, venuto al mondo dopo un anno

di mammenellarete - 05.05.2020 - Scrivici

donna
Fonte: Shutterstock
Diciotto anni fa, tra varie difficoltà, sono venuti al mondo i miei tre gemelini prematuri, che hanno dovuto restare in terapia intensiva neonatale per alcuni mesi. Dopo un anno è nato il mio quarto figlio. Oggi ho riaperto questa scatola di ricordi e racconto la nostra storia. Ringrazio i miei quattro ragazzi che hanno dato un vero senso alla mia vita e sono stati un esempio di come superare le difficoltà che la vita aveva messo sulla loro strada ancora prima che si potesse chiamare davvero vita. Spero che la nostra esperienza possa essere d'aiuto per chi affronta, totalmente impreparata come ero io 18 anni fa, un'esperienza simile.

Oggi provo a rendere parola importanti ricordi personali... Che spero possano essere una luce di speranza per chi sta vivendo esperienze simili: è una storia di coraggio, il coraggio di chi non molla e che a volte, se c'è una possibilità, può corrispondere ad una reale opportunità. E talvolta può anche regalare una vita. Fin da piccola sentivo un fortissimo istinto materno, ho vivo il ricordo delle notti passate da bambina a dormire sul pavimento anche col ghiaccio fuori per cedere a Cicciobello & Co. il mio posto al caldo sotto al piumone!


Finalmente a 29 anni, dopo laurea e lavoro, il mio più grande desiderio si avvera: ecco lì la sonda del ginecologo sulla mia pancia e la voce… "Ma qui sono due, anzi tre"... Quando ho sentito per la prima volta il suono di tre piccoli cuori la felicità è stata totale, e con essa la consapevolezza che una gravidanza trigemina è complessa. Ero alla 24esima settimana quando una sera uno scroscio d'acqua ha rotto i miei sogni, Milo con un calcio aveva rotto il suo sacco! Mentre raggiungevo l'ospedale pensavo: "No, non ora, è presto, troppo presto". Ecografia d'urgenza e visita. "Signora Milo ha poche probabilità di sopravvivere, sacrificare lui potrebbe significare dare una vera possibilità di vita a Duccio e Giulio".


Intanto Milo però mandava piccoli calci, come a dirmi: "Mamma, io esisto e resisto!". Ed io sentivo di dover tentare tutto per salvare i miei figli, ho capito che ero pronta a lottare fino all'ultimo, che la scelta non si poneva nemmeno. Non potevo scegliere finchè c'era una possibilità, ed io la sentivo. Nel mio modo razionale di affrontare la vita avevo letto tanto sulle gravidanze critiche, benchmark, numeri, possibilità di successo, ospedali… non c'era molto cui aggrapparmi ma non potevo non tentare il tutto per tutto. Altro che ragione, l'istinto prevaleva e parlava forte in maniera non sindacabile: lì non ero al sicuro; non era il posto giusto, me lo sentivo …un sesto senso, forse il coraggio di una madre che protegge la cosa più cara che ha, forse incoscienza, ma ciò che mi spingeva era più forte della ragione.

Dovevo andarmene. "Sei pazza - mi dicevano tutti - qui sei al sicuro, in un grande ospedale". Ma io chiesi di essere portata a Milano. Nessuno però mi voleva far uscire. E così con flebo, un sacco rotto e le contrazioni in corso ho lucidamente pianificato la fuga. Dissi al mio compagno che se non mi avesse aiutata ad uscire la mattina successiva non mi avrebbero trovata. Avevo già pensato a tutto. Aborto selettivo del mio bimbo che avevo visto poche ore prima succhiare il dito, NO, non avrei mai potuto. E poi accadde qualcosa che, anche pensandoci adesso, sembra avere del miracoloso. Quella notte un medico di turno venne a visitarmi, mi disse che condivideva il mio pensiero: "Rischio il licenziamento - furono le sue parole - ma per etica personale e professionale devo dirle che anche secondo me Milo ha una possibilità, una piccola possibilità ma se se la sente deve tentare".


Disse che non poteva dimettermi dato che ero in pericolo di vita, ma mi avrebbe aiutata ad avere il nulla osta a cambiare ospedale. Tra le righe intuii che un problema di disponibilità di incubatrici rendeva più facile sacrificare il bimbo più debole con scarse possibilità di farcela. Una banale matrice costi/benefici sulla vita di mio figlio. Anni dopo ho rintracciato quel medico per ringraziarlo ma questa è un'altra storia. Mi chiese di promettere di non denunciarlo se mi fosse capitato qualcosa nel tragitto. Poteva succedere e lui ne avrebbe pagato le conseguenze.

Strinsi un patto con quell'uomo di quelli dove non serve la penna basta uno sguardo. Mi firmò i fogli. La mattina alle 7, (non si era mai visto lì dentro) arrivò il questore, lite tra medici per non farmi uscire. Fui interrogata, e poi mi fecero firmare una sfilza interminabile di documenti che, fondamentalmente, mi rendevano responsabile di tutto quello che avrei causato a me, a Milo ma anche a Duccio e Giulio. Era giusto per loro due? Pagai di tasca mia la croce verde perché mi trasferisse a Milano. Due volontari mi accompagnarono mentre contrazioni sempre più forti mi spezzavano la schiena.


Mi sembrava di vivere una realtà non mia. Il viaggio aveva peggiorato le mie condizioni e i miei ragazzi rischiavano di nascere addirittura quella stessa notte. Invece passò ancora qualche giorno, che fu fondamentale per i loro polmoni. Poi una mattina, con l'evidenza che il mio corpo passava tutto ai miei figli e non teneva più nulla per me, e valutando la sofferenza di Milo, decisero che non si poteva più aspettare. Non ebbi neanche il tempo di obiettare. Chiesi di stare sveglia e vedere il mio cesareo, non volevo
svegliarmi da un'anestesia generale non sapendo nulla dei miei cuccioli, volevo essere cosciente e lottare insieme a loro. Esserci in ogni istante e affrontare con loro qualsiasi cosa ci aspettasse.

La nascita dei miei tre bambini

Eravamo solamente alla 28esima settimana e 4 giorni. Una gravidanza dura 40 settimane. Le possibilità di sopravvivenza di un bimbo nato in quel periodo 18 anni fa era molto bassa, e in più quando nascono così prematuri le complicazioni possono essere davvero tante. Un taglio enorme, ogni secondo poteva togliere ossigeno ai ragazzi e quindi dovevano arrivare a loro il più rapidamente possibile in ogni angolo della mia pancia.

Il primo a nascere fu Milo, Milo che da un po' era senza acqua, temevo di non sentire la sua voce, invece un flebile miagolio è stata la più bella musica potessi desiderare. Poi Duccio, una vocina flebile un pochino più forte. Poi, all'improvviso i medici si guardarono: "Spingi che scappa...". Giulio non voleva nascere e si infilava sotto alle mie costole per cercare di proteggersi, un pianto deciso e arrabbiato. Erano vivi. Avevano pianto, ma furono subito portati via, sentii solo i passi dei 3 pediatri e 6 infermieri senza neanche avere il tempo di vedere i loro occhietti.

Milo, Duccio e Giulio sono nati una sera di fine Marzo a Milano, 27 gradi fuori. Un'insolita estate a inizio primavera. Tre "quasi bimbi" che pesavano circa come un pacco di zucchero, e che hanno visto la luce in terapia intensiva neonatale (TIN), respiravano e questo era un buon segno, ma ogni piccola difficoltà avrebbe potuto compromettere la loro vita. Il mio gesto per alcuni coraggioso per altri folle, aveva almeno consentito anche a Milo di nascere. Ma questo era solo l'inizio, stava solo allora iniziando la loro coraggiosa battaglia per vivere.

La mattina nonostante il parere contrario dei medici, squarcio ricucito per tre ore, gli organi spostati e il catetere, mi trascinai in TIN. Volevo vederli, volevo sapessero che la loro mamma era lì. Tre minuscoli esserini, quasi trasparenti, dei ragnetti, perfetti con tutto però ben fatto: manine, piedini... e tanti cavi, saturimetri, flebo... Pochi giorni dopo fui rioperata senza annestesia per preservare il latte, e quelle furono le uniche ore che passai lontano dalla TIN. Dalle 6 della mattina a mezzanotte per lunghe settimane è stata la mia, la nostra casa. Quante situazioni difficili, quanto dolore ho visto, il mio e di tutte le persone che ho incontrato davanti a quelle scatole di vetro che si sostituiscono al tuo utero accompagnando le ore con un suono che ancora adesso mi sembra di sentire, il bip bip del saturimetro che controllava 24 ore su 24 i valori di ossigenazione del sangue. Un mantra e poi, appena suonava la sirena, sapevo come procedere con le manovre del caso fino a che accorreva l'infermiera.

I miei tre bambini in terapia intensiva neonatale

Sei in un mondo parallelo, dove tutto il resto perde di importanza, sei un genitore ma non sai se tuo figlio sopravviverà. Se lo porterai a casa con te. Ogni mattina all'alba arrivi in TIN e non sai quello che succederà. Tuo figlio potrebbe avere delle crisi respiratorie, un'infezione, potrebbe morire davanti a te. Un percorso dove ogni giorno che passa speri sia un passetto verso la vita e lontano dalla morte. E intanto io tiravo il latte, perché, fortunatamente, anche se ho partorito a sei mesi e mezzo sono riuscita ad averlo. Per i bimbi prematuri è fondamentale.

Non so a quanti l'ho donato, in quei momenti ti preoccupi di tutti gli esserini che ti circondano. Pensavamo che il più critico fosse Milo ed invece ha da subito dimostrato una reattività fortissima, si muoveva tantissimo, strappava i cavi, stupendo tutti; Giulio, esattamente come oggi, si impegnava già a fare bene tutto; fu Duccio a spaventarci più volte, dato che si dimenticava di essere nato e quindi di respirare.


Passi ore davanti all'incubatrice, apri l'oblò per infilare le mani ed accarezzarli, ma ti rendi comunque conto che non puoi aiutarli. Puoi solo esserci. Vedi gli aghi e i lividi sulla loro pelle, segni che porteranno per tutta la vita. Non potrò mai scordare le trasfusioni di sangue, piccoli esseri con vene minuscole bucati ovunque per trovare il punto giusto. "Signora - mi diceva il medico - ce la fa a stringergli le sue mani intorno, a parlargli, a contenerlo? Se la sente vicina e calma, non avrà paura e sentirà meno male". E lì impari ad avere il a battito a zero, e a controllare ogni tua emozione per amore.

Per tuo figlio, perché lui sta lottando per avere diritto alla vita, è piccolo ma sembra un leone. E mentre avrebbe diritto di attaccarsi al seno e sentire una ninna nanna, lo nutri con un sondino e gli infili aghi ovunque. E se te la senti, i medici e le infermiere te lo insegnano e lo fai proprio tu che sei sua madre, perché di te si fida di più e quindi si contrae meno. Poi una mattina prima delle 6 entro in TIN e la culla di Giulio non c'è più. In quell'attimo il tempo si è fermato. Avevo visto altre culle sparire. Mamme piangere. Sono corsa dentro senza fiato, si erano dimenticati di telefonarmi per lasciarmi riposare qualche ora, Giulio in realtà era in sub tin, il primo passo vero verso l'esterno, finalmente avrei potuto tenere in braccio mio figlio per la prima volta!!! Infilarlo sotto alla camicia e con calma iniziare ad allattarlo. Carezzarlo, annusarlo, baciarlo.

A Maggio ci dimisero. Tre bimbi stavano in una sola carrozzina. Sarebbero dovuti nascere l'8 giugno. Ma erano con me ed erano vivi. Milo, Duccio e Giulio avevano superato i momenti più critici ma non c'è certezza a quell'età sui danni fatti dalla prematurità: cecità, sordità, danni celebrali, non sono tutti valutabili. Mi dissero che Milo aveva sofferto molto e che avrei dovuto prepararmi al peggio, mi dissero che quando gli altri avrebbero camminato lui non l'avrebbe fatto, dovevo essere pronta; "quando gli altri signora inizieranno a leggere lui non lo farà, forse più avanti, lei deve essere pronta". In quel momento sapevo che ero pronta a stare accanto a lui e ai suoi fratelli in ogni modo. Erano il dono più grande. Sentii che se avesse avuto danni neurologici gli avrei dedicato la mia vita. Una voce, la stessa che mi aveva fatta fuggire dal primo ospedale mi diceva: "Sarà dura ma troveremo il modo di aiutarlo anche stavolta".

Due mesi di TIN mi avevano definitivamente cambiata. Da allora dopo tutto ciò che ho visto e vissuto, ho ancora più rispetto della vita e delle cose realmente importanti. E forse leggermente meno tolleranza per le lamentele, per chi si angoscia per una puntura di un vaccino o un raffreddore, o un'ora di sonno persa. La nostra vita inizialmente è stata fatta di piccoli traguardi quotidiani. Ma mi sono sempre sentita tanto tanto fortunata, non potrò mai scordare quelle mamme accanto alla culla vuota. Milo, Duccio e Giulio ci hanno stupito tutti, anche se solo oggi, forse, leggeranno alcuni dettagli di questa storia. Non ho voluto che la prematurità diventasse un alibi o fonte di insicurezza e così, anche se con meno risorse di partenza, hanno affrontato di petto la vita.


Ci hanno messo impegno e coraggio fin dal primo giorno e, anche se restavano sempre piccoli e magri, hanno imparato tutti e tre a camminare; non sto a raccontarvi il coraggio del provare e riprovare prima a tenere su la testa, poi a cercare un equilibrio, quante cadute, per poi rialzarsi e ritentare… hanno imparato presto a parlare e… finalmente hanno colmato il gap con i loro coetanei.A 4 anni sapevano già leggere. A 5 hanno iniziato la prima elementare. Oggi sono alti quasi 1,90 m e tra pochi mesi inizieranno l'università.


L'anno successivo alla loro nascita a completare la mia gioia è arrivato Pietro. E' nato a Settembre, col sole e una scossa di terremoto, 4 Kg di bambino (più dei suoi fratelli messi insieme), in un piccolo ospedale di provincia, altro cesareo; ma, appena uscito, ancora sporco, me l'hanno messo tra le braccia e non l'ho lasciato più, mi ha riconciliato con i primi attimi della vita. Ho riaperto questa scatola di ricordi, che non sono parte del giorno per giorno, anche perché la mente seleziona i pensieri e fa sopravvivere solo quelli positivi, e ringrazio i miei quattro ragazzi che hanno dato un vero senso alla mia vita e sono stati un esempio di come superare le difficoltà che la vita aveva messo sulla loro strada ancora prima che si potesse chiamare davvero vita. Spero che la nostra esperienza possa essere d'aiuto per chi affronta, totalmente impreparata come ero io 18 anni fa, un'esperienza simile.

di Pamela

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