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Lettera d'amore alle mamme ... da una mamma

di Miralda Colombo - 14.02.2014 - Scrivici

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Una lettera d’amore, nel giorno in cui si consumano tante parole d’amore. Tenere. Banali. Spensierate. In prestito. Profonde. Originali. Senza tempo. Tra le infinite e possibili, parole per innamorate povere di lettere e fiori, innamorate che si possono permettere con leggerezza più amori, senza temere il logorio degli anni, orgogliose di essere uniche e insostituibili.


Una lettera alla me stessa di oggi da condividere con milioni di altre me stesse, mamme come me. Tutto il contrario di quello che ci si aspetterebbe da righe d’amore, l’esclusività sostituita da condivisione e riconoscimento.

Ecco, nessun ti amo, ma mi amo e vi amo. A tutte le mamme.

A quelle che come me hanno aperto gli occhi e si sono scoperte mamme. La sorpresa di essere qualcuno di nuovo, da quel momento e per sempre, senza compromessi, senza ritorno. A quelle che come me a pensarci, talvolta, si sentono come gli acrobati sulla fune ma senza la loro pratica e allenamento. Eppure camminano. Una sorta di ebbrezza mista a panico. Vi amo perché so come vi sentite e vorrei abbracciarvi per questo.

A quelle che come me si sono ritrovate con la mollettina di Minnie rossa, nera e bianca, abbinata a una giornata fuori casa e tacco e borsa da lavoro per riunione fra adulti. Vi amo, e amo ancor di più quelle che hanno passato combinate così diverse ore. Di me e di loro, ha avuto pietà uno specchio.

A quelle che la borsa di Mary Poppins fa un baffo. Eppure si ostinano ad acquistare borsette che useranno tre volte in un anno. Vi amo, perché l’efficiente organizzazione della borsa termina quando inavvertitamente l’appoggiate a casa a portata di bambino.

Vi amo perché come me schierate accanto a rossetto, fard, penna, crema e primer, occhiali da sole e borsellino vettovaglie varie ed eventuali (che finiranno per sporcare il resto), un mini libro con tante immagini e poco testo, mini pastelli e pure un paio di macchinine o animali della savana in plastica a dimensioni ridotte. Insieme a salviettine, fazzoletti e bavaglia d’ordinanza se avete con voi un bebè.

A quelle che non hanno bisogno di prendere appunti ma sanno quale cucchiaino, tazza e scodella faranno la felicità di chi si siede a tavola.

A quelle che si tuffano in colli e visi che profumano di pane caldo e latte. E contemplano contorni morbidi e abbandonati sul cuscino come fossero la cosa più meravigliosa che avessero mai visto.

A quelle che hanno imparato a camminare per casa evitando a memoria la palla colorata, il cavalluccio di legno su quattro ruote e la torre più alta del mondo, made in Legoland.

A quelle che vorrebbero essere ricordate come “una che avrebbe tanto voluto dormire, ma non poté”. Complice, nei casi più fortunati che non contemplano le incursioni notturne, una sveglia a orologeria, destinata a scattare entro le 7, soprattutto nel weekend.

A quelle che sono in grado di dividersi come fossero trine. Successione abituale: rispondere e soddisfare bisogni impellenti dei propri bambini, parlare al telefono (personalmente rammento episodi che meno male non si trattava di videochiamate) e preparare la cena e/o qualsiasi altra cosa che necessita del nostro impegno manuale.

A quelle che corrono e saltano fra le onde del mare come fossero bambine, costruiscono castelli e a volte piangono senza sapere perché.

A quelle che sono regine ma vorrebbero ogni tanto scappare ed essere ancora principesse.

A quelle che giocano coi colori: in cucina, sul tavolo da disegno e davanti all’armadio. E con i flaconi di smalto, maledicendosi perché non c’è mai abbastanza tempo fra stesura e asciugatura. Con risultati spesso disastrosi.

A quelle che accettano regali improbabili facendone reliquie da conservare. Fiere e orgogliose perché “l’ha fatto il mio bambino”.

A quelle che conoscono a memoria Rokko cavallo brocco e Nella vecchia fattoria e passano con naturalezza da Ninna Nanna Mamma a Love is a losing time, commuovendosi come fossero ragazzine.

A quelle che scrivono la lettera di Babbo Natale e ne affumicano i contorni, dopo aver tirato un morso alla carota per Rudolph e bevuto parte del latte accuratamente preparati e lasciati al freddo e gelo. Solo per leggere l’incanto della magia la mattina dopo.

A quelle che trovano le parole per consolare, tranquillizzare e coinvolgere proprio come faceva la loro mamma. Nonostante le occhiaie, la stanchezza e il grigiore di certe giornate.

A quelle che come me combattono per dire no perché sarebbe meno complicato risolvere un pianto con un sì.

A quelle che spingono l’altalena come cercassero di alzare fino al cielo sogni, piedi e desideri.

A quelle che organizzano feste di non compleanno per la merenda del pomeriggio perché ogni momento può trasformarsi in una festa.

A quelle che impastano ogni settimana, mattarello grande, mattarello piccolo, solo per ritrovare ogni volta quell’esclamazione di semplice felicità e rispettare abitudini che diventano riti.

A quelle che rispondono alle domande più difficili senza dare certezze ma aprendo finestre.

A quelle che conservano il primo sguardo, la prima parola, il primo giorno di scuola e la candelina del primo compleanno. E cercano la scatolina perfetta da lasciare di fianco al letto per la fata del dentino.

A quelle che sfidano la quotidianità ma ne hanno bisogno come di una seconda pelle.

Per affiancare il loro passo a piedi piccoli per i quali ogni conquista non modificherà quello che siamo per loro. A tutte le mamme da una mamma.

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