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Il metodo Easy: come capire il "linguaggio" del neonato

di Miralda Colombo - 07.04.2014 - Scrivici

Ci sono neonati da “manuale” e angelici, quelli di cui solitamente si dice “pare quasi non averlo” (vero ma non del tutto, perché sempre un neonato è). Ci sono neonati “vivaci” e “sensibili”: dormono poco, si svegliano spesso, piangono e si irritano facile facile, ti fanno credere che non passerà mai. Però poi passa. La mia prima figlia è stata una neonata “vivace”, anche troppo. Poco sonno, ninna nanne stonate, balletti e camminamenti per casa. A distanza di qualche anno, alle prese con il mio terzo figlio, mi dico che oggi vedrei le cose un po’ diversamente.

Forse non cambierebbe molto la sua “vivacità” ma probabilmente qualcosa sì. O forse me lo dico, perché il mio bebè attuale è un neonato da “manuale” o magari la sottoscritta è diventata più brava. Chissà.

Appunto da “manuale”. Il termine l’ho coniato da Tracy Hogg, l’ostetrica inglese talmente brava con i neonati da essere soprannominata “la donna che sussurra ai bambini”. (Leggi anche dal magazine: il linguaggio segreto dei neonati)

Conoscete il suo metodo? Si chiama easy di nome e di fatto. Talmente semplice, quasi banale, da stupirti di non averci tu stessa pensato prima. In realtà credo che inconsapevolmente la maggior parte dei genitori facciano tanto di quello che Tracy spiega nel suo libro “Il linguaggio segreto dei neonati” (se non l’avete letto, fatelo, per neogenitori e non è davvero utile). Solo che spesso ci facciamo prendere dall’ansia, dalla stanchezza, siamo talmente invischiati nella realtà dei primi mesi, che al primo figlio può avere a tratti le caratteristiche di un incubo, da essere poco inclini a vedere le cose quasi dall’esterno, con quell’atteggiamento che permette di prendere un respiro e contare almeno fino a cinque.

Pensiamo a nostro figlio. Dopo 9 mesi trascorsi al calduccio, al riparo dai rumori e luci troppo forti, si trova catapultato in un mondo nuovo, a volte piacevole a volte ostile, con sensazioni, volti e odori sconosciuti. Fermatevi e riflettete. Sarebbe difficile anche per noi se improvvisamente fossimo spediti su Marte. Il nostro bambino ha un’unica traccia da seguire: la voce e l’odore della sua mamma.

Bene, in questo caos conoscitivo trascorriamo le prime settimane con il nostro bebè. E tentiamo di orientarci. Noi e lui. Cosa ci salva? L’amore, sì. E poi l’ascolto, l’osservazione e il rispetto del nostro piccolino che fin dal primo momento è un essere unico, una persona e come tale deve essere trattato. Proviamo ad ascoltare il nostro bambino, parliamogli, spieghiamo cosa facciamo per e con lui. E, anche se il piccolo non ha voce, ci stupirà con le sue risposte.

Pensiamo al pianto come a una risorsa. Lo so, non è facile, soprattutto quando dura per ore ed è inconsolabile. Però è il modo di comunicare del nostro bambino. E non è sempre uguale a se stesso. Dipende da quello che ci vuole dire: ho fame, cambiami, voglio che mi coccoli, ho bisogno del tuo abbraccio, sono stanco, aiutami a dormire.

Il metodo easy. Si basa essenzialmente sulla capacità di ascoltare e conoscere il nostro bambino. E di calare questa capacità nella routine quotidiana come un mantra che scandisca le nostre giornate col bebè, il nostro cammino insieme.

Easy sta per eating, activity, sleeping and you. Organizziamo la giornata con il nostro bebè in momenti, proviamoci: pappa (al seno e non), attività (dal cambio pannolino al bagnetto alla semplice interazione da svegli con noi e l’ambiente attorno) e nanna. Come dire la routine ci salva ritagliandoci dei magnifici “you”, tempo per noi, da concederci nell’arco della giornata.

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