Racconti di mamme

L'amore non finisce, ma si trasforma. Ecco come abbiamo salvato il nostro matrimonio

Di mammenellarete
coppia
01 Agosto 2019
La nascita di nostra figlia, che doveva essere l'evento più bello e positivo della nostra vita, ci aveva cambiato del tutto. Io e mio marito avevamo nuove esigenze personali e ci trascuravamo a vicenda. Non parlavamo più, non ci ascoltavamo, più non ci riconoscevamo, anzi ci allontavamo giorno dopo giorno. Finché, ad un certo punto, accadde qualcosa che mi fece riaccendere la speranza...
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La speranza è davvero l'ultima a morire. La mia storia, anzi la nostra storia, inizia subito dopo la nascita di nostra figlia che ora ha 8 anni. Ho avuto una gravidanza serena e felice, ma il giorno in cui nacque nostra figlia tutte le certezze che avevo avuto nella vita crollarono improvvisamente.

 

All'uscita dall'ospedale mi sentivo fragile, anzi fragilissima, con quel fagotto di cui dovermi prendere cura "da sola per certi versi", perché rifiutai l'aiuto dei miei suoceri un po' troppo invadenti e mia mamma, che vive giù, non venne ad aiutarci sia per impegni vari sia per motivi economici. Ricordo molto bene quel tragitto dall'ospedale a casa: piansi ininterrottamente per 40 minuti.

 

Fu il primo cambiamento in me. Presa da questa figlia da gestire, da questo ruolo di mamma che non sentivo perfettamente mio, dall'allattamento che fu una tragedia, mi chiusi in me stessa e cominciai a trascurare me e mio marito, che allontanai. Lui, che aveva questo ruolo da neopapà... poi all'epoca lavorava solo lui perché io ero stata licenziata. La pressione dei soldi, del mutuo, delle spese, di arrivare a fine mese per garantire il necessario alla famiglia lo cambiarono profondamente.

 

Si chiuse in sè, stava sempre davanti alla Playstation in attesa che la moglie si accorgesse che anche lui soffriva. Quello che doveva essere l'evento più bello e positivo della nostra vita ci aveva cambiato del tutto. Avevamo nuove esigenze personali e ci trascuravamo a vicenda. Non parlavamo più, non ci ascoltavamo, più non ci riconoscevamo, anzi ci allontavamo giorno dopo giorno. Ebbi in quel periodo una brutta depressione post partum che all'inizio non volevo riconoscere, ma che mi segnò fortemente. Avevo pianti, sbalzi di umore e mi chiusi in me stessa.

 

Alzai un muro invalicabile e mi spensi dentro. Accusavo lui e le sue mancanze per la fine della relazione e dei sentimenti. Andammo un periodo in terapia di coppia presso il consultorio di zona, ma non ci giovò molto poiché gli incontri erano sporadici. Eravamo lì solo per pochi momenti e ci sputavamo in faccia tutto il veleno che avevamo dentro. Gli anni passarono e noi vivevamo come estranei dentro casa.

 

Litigavamo per tutto e ci allontanavamo sempre di più. La figlia era l'unica cosa che ci teneva uniti sotto lo stesso tetto ancora. Cominciai a farmi delle domande sui miei sentimenti per lui. Sentivo il vuoto totale. L'anaffettività. Volevo vivere lontano da lui, senza di lui: sembrava l'unica soluzione. Quando rientrai nel mondo del lavoro iniziai a orientare il mio interesse verso altre persone. Qualcuno dopo tanto tempo cominciava a guardarmi come donna e io mi sentivo viva, ma, salvo qualche frequentazione, non ebbi storie.

 

Nel frattempo la nostra storia si stava distruggendo (anche se scoprii poi in seguito che mio marito sperava con tutto il cuore che io tornassi in me). Gli dissi più e più volte che non lo amavo più, che non ne potevo più di lui, che lo odiavo e che volevo la separazione per mettere fine a questa agonia. Ero irremovibile, ferma, decisa. Per lui fu un duro colpo e ancora di più per la sua famiglia che credeva nella nostra unione. Ognuno andò dai rispettivi avvocati per capire come procedere e in modo da ledere il meno possibile alla piccola.

 

Sembravamo quasi arrivati al capolinea finalmente e mancava solo da definire il tutto e firmare. Quando un giorno... un giorno di inizio settembre, mentre lui cominciava a preparare le sue cose per lasciare la casa entro fine mese, accadde qualcosa. Ero in camera da letto ad aiutarlo mentre lui svuotava l'armadio con le lacrime e mi ricordai all'improvviso di un ricordo di infanzia. Avevo 12 anni ed era il giorno in cui mio padre lasciò casa dopo l'ennesimo litigio: lo vidi piangere per la prima volta in vita mia.

 

Rimasi scioccata da quella visione. Nel tempo avevo cancellato questo ricordo, che riaffiorò improvvisamente dopo 20 anni. Quel ricordo riaccese in me qualcosa. Sentii una fitta al cuore e pensai che non potevo fare questo a lui e soprattutto a mia figlia. Ma ormai era quasi tutto definito... Proprio allora decisi di andare da una psicologa perché mi aiutasse a superare questo momento così difficile. Quando le raccontai di questo episodio al terzo incontro, lei mi chiese se ero disposta a fare terapia di coppia perché qualcosa ancora in fondo, dentro di me, c'era. Bastava trovare il modo per tirarla fuori e bisognava farlo insieme a lui, se era d'accordo.

 

Bloccammo tutto l'iter con gli avvocati e iniziammo una terapia che durò quasi due anni. Il primo anno facemmo un incontro a settimana tassativo. Non potevamo saltarne uno. Cominciammo a cuore aperto a parlare di noi, di come eravamo in passato e dell'ora, delle nostre aspettative e mancanze, delle nostre fragilità. Scoprimmo ognuno cose nuove dell'altro. Ci rendemmo conto che entrambi avevamo contribuito a tutto quello che ci era accaduto e venimmo a conoscenza di cose di cui non ci eravamo mai accorti.

 

Il primo anno di terapia fu difficile, uscivamo da lì distrutti emotivamente, ma stavamo mettendo a nudo noi stessi per poterci affidare l'uno all'altro e tornare ad avere fiducia. Nell'ultimo anno gli incontri diventarono due al mese e finimmo per uscire da lì senza urlare e accusarci più delle mancanze... ora, invece, ridevamo, ci prendevamo la mano e ci guardavamo innamorati. C'era ancora un po' del "vecchio noi" che era rimasto e stava facendo capolino il "nuovo noi", perché una coppia cambia, si evolve, soprattutto con un figlio che mette a dura prova gli equilibri della coppia e personali.

 

Sono passati due anni da quando abbiamo finito la terapia. Non c'è giorno che non ringrazi Dio e noi stessi di aver intrapreso questa strada. Ora amo mio marito e siamo in attesa da due mesi del secondo figlio. Siamo felici della nostra vita insieme, malgrado difficoltà e incomprensioni. Noi cresciamo e abbiamo nuove esigenze. Bisogna aprire il cuore, accettare l'altro con le sue fragilità, prendersene cura e rispettare i bisogni, saperlo sollevare nei momenti difficili.

 

Ma soprattutto occorre, in tutto e per tutto, sapersi incontrare a metà strada e camminare mano nella mano a fianco nel lungo percorso del matrimonio, parlare delle difficoltà, di come ci si sente e capire, se ci si sta allontanando, come ritrovarsi con il dialogo, il tempo per la coppia e la forza dell'amore. Provateci fino alla fine e se c'è anche il minimo barlume su cui potersi aggrappare, fatelo. Provateci perché la speranza è davvero l'ultima a morire. L'amore non finisce, è solo mutato e sepolto in fondo al cuore da qualche parte. Un saluto.

 

di Valentina

 

(storia arrivata come messaggio privato sulla email di redazione)

 

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