Scuola

La scuola interculturale: quando nel cortile si trova tutto il mondo

Di mammenellarete
scuolamultietnica

23 Novembre 2016 | Aggiornato il 31 Ottobre 2017
Mia figlia frequenta una scuola multietnica a Milano: non imparerà solo la grammatica o a far di conto, bensì a stare in una comunità fatta di persone davvero diverse tra loro, ad oggi un’immagine della realtà più coerente di quella di certe classi dell’altra scuola del quartiere (quella ove fuggono le famiglie italiane impaurite), che, a ragionarci oggi, sembra un ghetto all’incontrario.

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La scuola di mia figlia è una delle scuole più multiculturali d’Italia, frequentata da bambini con famiglie originarie di ben 35 diversi paesi. Tante famiglie italiane, pur vicine, scelgono di mandare i figli in scuole più lontane, impaurite o preoccupate per la diversità dell’ambiente scolastico; io e mio marito abbiamo invece pensato che questa situazione potesse essere un vantaggio per nostra figlia, che – giustamente emozionatissima – ha iniziato questa grande avventura il 12 settembre.

 

Cortile il primo giorno, un impatto davvero singificativo: tanti i colori e facce diverse. In cortile si presenta mezzo mondo e lo spaccato dell’intera società, estremi compresi: dal doppiopetto “wall street” all’ asian gang-style, dal burqa mozabita al tatuaggio tappezzante e poco più. I bambini sono bellissimi, tutti; quelli di seconda cantano il benvenuto ai nuovi, infilati tra le gambe dei genitori visto che l’emozione sembra non avere frontiere culturali, in attesa di essere chiamati per la composizone delle classi.

 

Ognuno dei chiamati riesce ad esprimere la propria personalità: da quello che scatta come un soldatino e corre verso il gruppo che si sta formando vicino alla maestra, a quello che viene praticamente spinto dai genitori e poi tirato dalle maestre, a quello dignitoso che stringe con serietà la mano al preside – che si destreggia alla belle e meglio tra nomi e cognomi che vengono immagino irrimediabilmente storpiati… sullo sfondo i genitori veterani, quelli che ogni anno assistono a questa bellissima cerimonia e che si notano a loro volta commossi e incuriositi da questa massa davvero multiforme.

 

Carlotta è una di quelle serie; quando viene chiamata si stacca da noi con il faccino tirato, gli occhi a padellino, ma pronta a sostenere il suo nuovo ruolo di scolara, mentre io e suo padre, egualmente emozionati, scrutiamo tra le famiglie intorno a noi, con l’ansia di individuare quali sono le famiglie con le quali divideremo questa nuova avventura.

 

Non posso negare che anche noi abbiamo tutte le nostre preoccupazioni; radio giardinetti è da anni che alimenta dubbi e perplessità su questa scuola (ma con tutti quegli stranieri, i miei figli impereranno l’italiano?), ma in questa scuola, la “Dolci”, che poi sarebbe la “Scuola Cadorna” di via Dolci a Milano ci sono tanti genitori coinvolti che fin dall’Open Day di presentazione della scuola, ci “seguono” quasi personalmente prima delle iscrizioni, pronti ad aiutarci ad affrontare dubbi o perplessità relative alla scuola. Lo sanno benissimo che – fuor di retorica - non è necessariamente facile entrare in una realtà così composita e nuova, ove alle difficoltà che purtroppo affliggono la scuola pubblica italiana, si sommano le complessità dovute alla presenza di famiglie con culture e abitudini così diverse tra loro.

 

Ma sono loro, i genitori, quelli ai quali possiamo esprimere liberamente i nostri dubbi e che riescono a spiegarci anche la differenza tra un bambino italofono oppure no, e quanto comunque questo non incida sui risultati invalsi delle quinte, dai quali emergono risultati sopra la media nazionale per quel che riguarda i bambini “nativi”, a dimostrazione di quanto sia stimolante per la crescita tutta la differenza che questi bambini respirano nelle classi.

 

Poi Carlotta esce, seria ma sorridente. Era seduta nel banco con Halima, che mi indica lì vicino, sorridente in braccio alla sua mamma, una bellissima donna eritrea.

 

Con Halima hanno disegnato e colorato una bambolina, che Carlotta mi mostra con orgoglio (e che vedete qua sotto). Nel vedere questa incredibile sintesi di personcina con le gambe e la faccia rosa ma le braccia marroni, dettaglio che evidentemente Carlotta non coglieva neanche da lontano (ce l’avevano detto, i veterani, che i bambini non indicano mai i compagni per il colore della loro pelle o per la loro nazionalità, ma per dettagli per loro molto più significativi, quali il personaggio dello zaino o la merenda molto più interessante…), ho capito fino in fondo il senso di questa avventura: mia figlia non imparerà solo la grammatica o a far di conto, bensì a stare in una comunità fatta di persone davvero diverse tra loro, ad oggi un’immagine della realtà più coerente di quella di certe classi dell’altra scuola del quartiere (quella ove fuggono le famiglie italiane impaurite), che, a ragionarci oggi, mi sembra un ghetto all’incontrario.

 

di una mamma 

 

Disegno realizzato da una bimba della scuola multietnica

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