Storie d'amore

Ho deluso i miei genitori. Ma ho mia figlia e l'amore della mia vita

Di mammenellarete
neonato

05 Novembre 2015 | Aggiornato il 31 Agosto 2017
Al liceo conobbi un ragazzo che mi piaceva tantissimo, ma che purtroppo non era interessato a me. Dopo mi fidanzai con un altro e trascorremmo dieci anni insieme. Infine ci lasciammo. Dopo qualche tempo incontrai nuovamente il ragazzo che amavo al liceo e rimasi dopo poco tempo incinta. Delusi le aspettative dei miei genitori, che volevano facessi carriera, ma portai avanti la gravidanza. Dopo un travaglio di 5 ore arrivò quella meraviglia che ora è la nostra bambina. Lei ora è la gioia più grande che la vita mi potesse regalare. 

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Sono una mamma di 28 anni e voglio condividere la favola che precede la nascita della mia bimba. E' una favola fatta di tanta tristezza, quella tristezza che nessuno vede, ma che tu senti. Senti che ti lacera il cuore, la mente, l'anima.

 

Quella tristezza che di giorno in giorno però cambia e diventa la gioia più grande. Non vorrei dilungarmi troppo, ma per iniziare dal principio devo partire dal 2001, anno in cui io frequentavo il primo anno di liceo e lui il quinto.

 

L. era bello alto magro, capelli ricci castani, e gli occhi azzurrissimi. Ho sempre avuto un debole per gli occhi chiari. Io ero paffuttella, timida e anche un po'sfigata. Lui proprio non ne voleva sapere. Io provavo a mandargli qualche sms ma niente, nessuna risposta. Arrivò il suo esame di maturità e per me l'estate. Da li in poi di L. più nessuna traccia.

 

Nonostante fossi un'adolescente, non mi interessavano gli altri ragazzi. Con L. non era andata, amen. Mi fiondai nello studio, concedendomi comunque tutto quello che una ragazza di 14 anni si poteva concedere. Arrivò l'estate del 2003 e quel mio compagno di classe, dagli occhi cosi verdi, mi chiese di uscire con la banale scusa di un libro. Da li iniziò quella che fu la nostra storia, lunga 10 anni.

 

Amai quel ragazzo senza riserve, senza freni, gli avrei donato la vita, lo amavo sopra qualsiasi cosa, che ancora d'oggi non riesco ad esprimere a parole la grandezza di quell'amore. Quell'amore così grande e così forte che mi portava a perdonare le migliaia di volte che invece venivo tradita. Il paese era piccolo, la gente mormorava. Ma io no, io volevo lui e nessuno poteva farmi cambiare idea.

 

Passarono gli anni, anni in cui conobbi il tremendo tunnel della depressione, degli attacchi di panico che sembravano staccarmi il cuore a morsi, le sedute dalla psicologa, e le promesse "scusa, perdonami, non lo faccio più". Volevo una vita con lui, volevo, volevo lui.

 

Nella mia famiglia, le cose non andavano molto bene, anzi per niente, e proprio quando avevo bisogno di un aiuto, un sostegno, un abbraccio e una parola di conforto, arrivò tutto insieme: la separazione dei miei genitori e quell'amore così grande che mi lasciava così, senza un se, senza ma, senza un perché. Da qui il buio.

 

Mi svegliavo al mattino e il mio pensiero era la morte. Volevo morire, solo la morte mi curava da quel dolore così grande. Passano i mesi e il mio pensiero si faceva sempre più forte: io volevo morire. Punto. Decisi di affidarmi ad una psicologa, il mio angelo custode, la persona a cui devo la vita. Mi prese in cura per un anno.

 

Era un freddo martedì, l'ultimo giorno di quel ciclo di sedute che per me erano medicine e lei mi disse: "Ora tocca a te". Il giorno dopo, un mercoledì pomeriggio, ricevetti l'invito da un amico ad un aperitivo: un suo amico ci vedeva sempre insieme su Facebook ed era stato colpito dalla mie foto. Uscimmo. Quell'amico era L., quel ragazzo del quinto liceo, quello riccio e con gli occhi bellissimi.

 

Un colpo, guarda te il destino. Iniziammo a frequentarci. Arrivò l'autunno e io avevo un desiderio: visitare Madrid. Tornai da Madrid e come sempre andai al lavoro, ma la mattina avevo una tremenda nausea che mi faceva visita, in più il ciclo non arrivava. Non diedi peso, mi capita sempre di stare male quando prendo un aereo. Eppure la nausea continuò e il secondo ciclo non arrivò.

 

L'unica cosa era fare il test di gravidanza. Decidemmo di farlo. Lo diedi a L., non avevo il coraggio di guardare. Ma la risposta era una sola. Il test era positivo. Mi crollò il mondo addosso. Stavamo insieme da poco, e io non volevo minimamente pensare alla famiglia. Volevo far carriera e poi non per me l'amore non esisteva, avevo una ferita che bruciava ancora troppo.

 

Non volevo quella gravidanza, non la volevo. Il giorno seguente, contattai il consultorio, volevo informarmi per l'interruzione di gravidanza, il mio unico obiettivo era diventare manager, non mamma. Oltretutto avevo deciso di non parlare con mia mamma, l'avrebbe presa malissimo.

 

Passammo dei giorni terribili, e oltretutto L. aveva appena perso il lavoro. Mi sembrava tutto un incubo. Non ce la facevo più, così lo dissi a mia madre. Da quel momento in poi la tragedia. Mio padre voleva che abortissi a tutti i costi.

 

Si vergognavano di me, e io questo l'ho sempre saputo, e ancora oggi mi fa male. La voce della gravidanza iniziò a circolare, era praticamente lo zimbello del paese. I mesi passarono, le voci mi trafiggevano, sapevo che mia madre piangeva a causa mia; i miei genitori mi volevano manager, non volevano fare i nonni.

 

In due mesi cercammo casa e comprammo tutto l'arredamento. L'arrivo della nostra bambina era previsto per maggio. La gravidanza proseguì perfettamente, ma il mio cuore piangeva, avevo deluso profondamente i miei genitori, mi vergognavo troppo di questo e non riuscivo a perdonarmelo.

 

Maggio giunse e in una piovosa mattinata di primavera, dopo un travaglio di 5 ore, arrivò quella meraviglia che ora è la nostra bambina. La sua nascita mi portò a toccare il cielo con una dito. Lei ora è la gioia più grande che la vita mi potesse regalare. Ringrazierò sempre quel Dio che ha deciso di donarcela. 

 

di anonima

 

(storia arrivata come messaggio privato sulla pagina Facebook editata dalla redazione)

 

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