scuola materna

Inserimento alla scuola dell'infanzia

Di Lisa Sorrentino
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29 Agosto 2013 | Aggiornato il 07 Settembre 2017
La magia dei primi giorni di scuola dell'infanzia della mia bimba. Dai sorrisi ai pianti.
Con lieto fine!

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E finalmente arriva il tanto atteso primo giorno di materna.

 

Tutti i dubbi e le perplessità sul tipo di scuola scelto, sulle sue reazioni, sull'integrazione con gli altri bambini, sulle capacità delle maestre, erano svanite lasciando il posto al terrore del primo giorno.

 

Grembiulino, cestino con la merenda e ci avviamo verso l'edificio fatato: la scuola. Avevamo avuto già il piacere di conoscere le sue maestre in una precedente visita alla scuola dove ci avevano accompagnate anche a vedere la sua classe. Precedentemente già mi ero informata sui possibili modi per addolcire l'inserimento e sulle possibili reazioni della piccola. Ma non conoscevo le mie reazioni quali sarebbero state. Primo giorno da manuale: arriva, si guarda in giro, saluta e scappa a giocare. Sorpresi, io e il suo papà, mesti ce ne andiamo salutandola e accettando il fatto che lei quasi ci ignorasse.

 

Dopo circa due ore, la vado a prendere e lei contentissima della sua esperienza inizia a raccontare la sua mattinata a scuola. Così il secondo e il terzo giorno. Fortunatamente il lavoro di mio marito gli permette di accompagnarla a scuola insieme a me. Dal terzo giorno in poi inizia la "vera" avventura dell'inserimento di Sonia.

 

Già appena svegli, mi dice che non vuole andare a scuola. Prima strategia adottata è stata quella di aspettare che si svegliasse da sola per evitare

che lei associasse l'interruzione del suo riposo al fatto di "dover" andare a scuola. Rispettando la sua routine del risveglio, le concediamo di vedere un poco di tv mentre noi ci prepariamo. Dopo ripetuti pianti riusciamo a metterle il grembiulino.

A piedi arriviamo a scuola, evitando di prenderla in braccio perché in questo modo sia parte attiva del suo arrivo a scuola.

Arrivati davanti alla classe, inizia il pianto a dirotto della piccola che è incessante per molti minuti, nonostante i miei sforzi a tenerla tranquilla e rassicurandola che sarei tornata presto, fino a quando la maestra, forzando la sua volontà, me la strappa letteralmente dalle braccia.

Resto completamente allibita, ma non intervengo, le lascio fare e mi "godo" le urla strazianti della piccola per tutto il tempo che resta a scuola.

(LEGGI ANCHE: SCUOLA MATERNA, IL NOSTRO INSERIMENTO)

Allorchè decido di parlare con la maestra, da sola, spiegandole che queste sue metodologie non mi piacciono e che la piccola non è abituata a ciò. La sua replica fu che sono metodi collaudati da anni di esperienza, che loro fanno così con tutti, e che a lungo termine hanno i risultati desiderati.

Ma non mi andava proprio giù che il mio tesorino si sentisse violentata in quel modo, che avesse l'impressione che io mi volessi sbarazzare di lei, ma volevo che la scuola fosse un momento di gioco da condividere con gli altri bambini.

Approfittando della disponibilità della maestra le chiedo di fare una prova utilizzando le mie tecniche.

La rassicuro sul fatto che non porterò Mai via la piccola con me quando piange, ma deve farmi gestire la cosa a modo mio. Sicuramente le tecniche collaudate danno i risultati voluti, ma non tutti i bambini sono uguali, e avrei tentato tutto prima che potesse vedere la scuola come un luogo avverso.

Nuova settimana, nuove speranze.

Complice il fine settimana, ci rechiamo tranquillamente a scuola, sempre con il papà, in modo da non essere la sola "colpevole" dell'imporre l'esperienza della scuola. Sotto scuola i primi ripensamenti, nel corridoio scoppia il pianto disperato e di nuovo si avvinghia al collo. Che voglia di scappare e non riportarla più in quel luogo, ma non era giusto.

Mi inginocchio e cerco di metterla a terra, la guardo e con un tono rassicurante le ripeto che vado a fare la spesa e torno, una due tre volte, sempre la stessa frase.

Lei ad un certo punto mi guarda e tra un singhiozzo e l'altro mi risponde: "Solo la spesa?" e io faccio cenno di sì con la testa.

"Devo prendere solo il  pane e poi corro da te, d'accordo?" Suo malgrado e piangendo sempre, accetta di andare in classe, la saluto e corro via tra le lacrime.

Per fortuna che ero accompagnata, perché ho rischiato di svenire.

Con questa tecnica, e confrontandomi con le maestre, il pianto del distacco durava sempre meno, così abbiamo iniziato ad allungare i tempi di permanenza a scuola.

La storia della spesa ormai era collaudata al punto che mi scriveva da sola la lista delle cose da prendere. Complici anche le maestre che addirittura per darle l'idea di familiarità della scuola, in classe le hanno permesso di tenere anche la foto del suo gattino.

I lunghi periodi di vacanza, tra febbre e festività hanno minato un poco la tranquillità che con il tempo ha regnato sull'argomento scuola e l'alibi della spesa ha sempre funzionato.

Altra strategia è stata quella di far sì che fosse sempre tra le prime ad uscire e frequentare feste e altre attività extra scolastiche per farla familiarizzare con i compagni anche al di fuori di  quella classe.

E' stato faticoso e in alcuni momenti difficile, e mai un capitolo chiuso, ma lei lo merita, merita una vita serena. Sempre.

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