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L'apprendimento delle lingue straniere dei bambini secondo Claudia Adamo

di mammenellarete - 27.04.2011 - Scrivici

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Oggi la sensibilità all''insegnamento precoce delle lingue straniere è maggiore rispetto al passato. Molti genitori sono consapevoli che i loro figli dovranno misurarsi in contesti multi lingue ed internazionali, e che una reale padronanza dell'inglese sarà richiesta pressoché a tutti. I corsi di inglese per bambini di tutte le età sono in rapida diffusione e danno una misura del fenomeno. Tuttavia, non pochi si chiedono quando sia realmente il momento di iniziare, per evitare che il corso di inglese sia faticoso o controproducente per il bambino. Claudia Adamo, fondatore di openminds , scuola di inglese specializzata nell'insegnamento ai bambini di cui abbiamo parlato in passato, ci racconta la sua esperienza.

La domanda "quando iniziare" è mal posta. Non è mai troppo presto per iniziare ad esporre un bambino alla lingua straniera. Tutti i bambini, sin dalla nascita, sono pronti a ricevere l'esposizione parallela a due o più lingue, senza che ciò produca danno alcuno, anzi producendo una stimolazione positiva sull'encefalo. Inoltre, l'udito è in assoluto con il tatto il senso più adulto e sviluppato nel neonato, ed è in grado di riconoscere precocemente due lingue diverse.

Tuttavia, la modalità e l'approccio con cui la lingua viene insegnata è la vera questione chiave. Oggi quasi tutti i bambini iniziano il loro percorso di conoscenza dell'inglese durante la scuola materna, quando la prima lingua è ormai "fissata"in modo consapevole. Ciò, spesso, comporta che l'inglese venga insegnato in modo innaturale, utilizzando un metodo che potremmo definire "traduttivo" e mnemonico ("mela si dice apple"), che non è affatto ottimale ed è stato largamente superato da approcci più intuitivi e diretti.

Attendere che il piccolo abbia fissato la lingua madre per introdurre la seconda lingua porta infatti spesso l'insegnante (che normalmente è di madrelingua italiana) a fare costantemente riferimento all'italiano nell'introduzione dei nuovi termini ed in generale nel rapporto con lo studente. Il bambino che ormai parla fluentemente italiano inoltre si ribella all'ingiustificabile sovvertimento delle regole e alla fatica di interagire con l'insegnante in inglese: non è solo una questione di pigrizia, ma anche il timore di perdere la propria identità e gli amici insieme alla lingua di riferimento. Il bambino che si approccia alla nuova lingua potrebbe nutrire infatti sottili timori che non osa confessare a questo riguardo, e che esterna con una certa resistenza alle lezioni. In questi casi più che mai, i genitori e gli insegnanti devono rassicurarlo e mostrarsi felici ed interessati ai suoi progressi in inglese, in modo da superare insieme il primo fisiologico momento di difficoltà.

In questo senso, iniziare precocemente con l'esposizione alla lingua è un vantaggio, perchè l'apprendimento avviene naturalmente e senza mediazioni. In un periodo in cui il bambino, non parlando ancora fluidamente, è massimamente sensibile al body language, introdurre l'inglese è molto naturale e semplice.

Ciò che però mi preme sottolineare è che, in ogni caso e ad ogni età, ciò che realmente conta è l'approccio dell'insegnante. Dobbiamo ricordare che non vi è altra motivazione per un bambino che il piacere e l'affetto, quindi è fondamentale che l'insegnante sia in grado di entrare in relazione empatica con ogni singolo bambino. Il piacere del gioco e la gratificazione di sentirsi riconosciuto ed apprezzato sono i cardini della didattica dell'infanzia, di ogni disciplina, ma forse in modo particolare del linguaggio perchè questa abilità è molto intimamente impastata di emotività (come riscontriamo ogni qual volta, troppo nervosi, non riusciamo a parlare, balbettiamo, ci mancano le parole).

L'apprendimento passa in modo particolare quando siamo rilassati. Il timore di essere giudicati o il disagio infatti comportano la produzione di adrenalina, che ostacola la memoria ed impedisce l'attenzione. Per questo è fondamentale che l'apprendimento sia veicolato da attività piacevoli, in particolare la musica, che ha un potente effetto distensivo, e la manualità, per le sue positive ricadute sulla memorizzazione, ed inoltre che quanto imparato non venga provato insistentemente dall'insegnante, bensì trasmesso esclusivamente come una forma di gioco interattivo e non impegnativo per il bambino.

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