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Consigli per aiutare il bambino a superare la paura del mare

di Lucia Carluccio - 30.07.2014 - Scrivici

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È estate e molti bambini vanno al mare. Sicuramente tante mamme hanno avuto il mio stesso problema: il proprio bimbo terrorizzato dall'acqua. Io ho risolto e vi racconto come è successo. La prima volta che ho portato mio figlio Diego al mare aveva due mesi. Lo immergevo tranquillamente nell'acqua e lui reagiva molto positivamente. Questo anche lo scorso anno, quando aveva un anno. Abbiamo trascorso l'intera estate sulla spiaggia senza problemi. Ma sapete bene che i bambini sono imprevedibili e noi mamme non dobbiamo dare niente per scontato, ma dobbiamo essere pronte a tutto e non trascurare tutte le manifestazioni dei nostri bimbi. Difatti quest'anno, come facciamo abitualmente, nel mese di luglio siamo stati per la prima volta in spiaggia, attrezzati con salvagenti, palette, secchiello, formine e piccolo annaffiatoio. Il mio bambino, molto espansivo e anche alquanto spericolato (è quel tipo di bimbo che non ha paura di nulla), appena ha messo piede (anzi piedino) sulla sabbia, ha iniziato ad agitarsi. Voleva essere preso in braccio da me.

Io l'ho preso e sono andata verso la sdraio. Il nostro ombrellone era proprio vicino al bagnasciuga. Il mio bambino, vedendo quella paradisiaca distesa di sabbia e quel mare cristallino e calmo, anziché sorridere, ha iniziato a piagnucolare e a mostrare segni di disagio.

L'ho messo sul bagnasciuga e un'onda rapida gli ha bagnato i piedini. Ha pianto forse per un'ora, spaventato come se fosse nel paese dei fantasmi, si teneva stretto a me e non voleva che io lo lasciassi. Quella mattina è andata avanti così. Il bambino ha associato il mare al pericolo.

Le volte dopo non iniziava a piangere quando veniva bagnato, ma addirittura appena scorgeva la spiaggia in lontananza. Era scattato il meccanismo della paura: la sola visione della spiaggia gli ricordava quel sentimento di spavento, provato qualche giorno prima. Il pianto è un sintomo, il sintomo, in quel caso, della paura. Avevo capito che costringerlo a bagnarsi non sarebbe servito a nulla.

Ho visto spesso genitori spingere i figli spaventati ad immergersi in acqua: secondo loro i bimbi così sarebbero costretti a reagire, venendo a contatto col motivo della paura! Giudico questo comportamento sbagliato. Se avessi costretto Diego a bagnarsi, ignorando i suoi segnali di spavento, lui avrebbe perso il sentimento di protezione che gli suscitava la mia figura, alla quale si ancorava. Quando la paura prende il sopravvento, si ha bisogno di un “luogo” reale o figurato, nel quale trovare protezione. Se questo non avviene, sopraggiunge il panico. Noi genitori abbiamo il dovere di evitare che questo accada.

I primi giorni ho assecondato la volontà del mio bambino. Lui preferiva rimanere tutto il tempo sulla sdraio. Io lo lasciavo lì. Poi ha iniziato spontaneamente a sfiorare con il piedino la sabbia sopra cui era la sua sdraio. Vedendo che non accadeva nulla di strano, ha iniziato sempre più spesso a toccare coi piedini la sabbia.

Dopo due giorni si divertiva così tanto a toccare la sabbia, che ha spinto con più forza i piedini verso il basso, tanto che è caduto dalla sdraio. Si è trovato improvvisamente a terra. Mi ha guardato titubante, quasi per cercare una risposta o un consenso. Io semplicemente gli ho sorriso. Un sorriso pieno, ampio, ricco di tranquillità e approvazione.

Lui è rimasto lì e ha iniziato a giocare con la sabbia. Fase successiva. Ho comprato una vaschetta, l'ho riempita d'acqua di mare e l'ho portata sotto l'ombrellone. Non l'ho spinto a toccare quell'acqua. L'ho lasciata lì accanto a lui, aspettando che la sua curiosità lo portasse ad indagare.

La curiosità dei bambini è sorprendente. Infatti il giorno successivo, si è avvicinato alla vasca e ci ha guardato. Nell'acqua avevo messo dei giocattolini, tutte le formine e il piccolo innaffiatoio. Ricordo ancora la manina che il bimbo aveva messo nell'acqua: subito l'aveva tolta.

Quando i bambini hanno paura di qualcosa, anche se è passato del tempo, può bastare uno stimolo simile alla paura originaria per scatenare lo spavento medesimo. Per fortuna, toccando l'acqua, il mio bambino non aveva avuto la stessa reazione originaria, ma comunque aveva ritratto subito la mano. A quel punto ho capito che dovevo intervenire io. Mi sono avvicinata e ho messo le mie mani nell'acqua della vaschetta. Poi gli ho accarezzato la manina bagnata, ho preso un giochino bagnato e gliel'ho messo sulle gambine.

Il giochino era un pesciolino, e io fingevo che questo nuotasse vicino a lui facendogli il solletico. Diego si divertiva, finché non ha iniziato a ridere a crepapelle. Preso da quell'entusiasmo, il blocco era venuto un po' meno e aveva messo di nuovo le mani nell'acqua, questa volta senza ritrarle. Probabilmente l'afa della mattina estiva e la frescura dell'acqua lo avevano aiutato. Nei giorni seguenti il bambino ha iniziato a giocare con l'acqua nella vaschetta sotto l'ombrellone, che per lui non rappresentava più un pericolo. Ma comunque il bimbo continuava a non spostarsi da quel luogo di protezione.

Dopo qualche altro giorno è intervenuta sua sorella maggiore. L'ha invitato a spostarsi dall'ombrellone e a seguirla sul bagnasciuga. Lui la prima volta l'ha seguita, ma è arrivato a metà via ed è tornato indietro.

Un giorno come tanti altri ero sulla sdraio a chiacchierare con un'amica. Mi sono girata e non ho visto più Diego sotto l'ombrellone. Mi sono alzata di scatto e molto spaventata. Come si è mai potuto muovere da lì? Ma la mia paura si è trasformata in un istante in gioia: il mio piccolino sul bagnasciuga che giocava spensierato con la sorella, si seguivano, si schizzavano con l'acqua e si buttavano la sabbia. Il mio bambino non ha più paura dell'acqua.

Con i bimbi bisogna avere un'infinita pazienza. I nostri tempi non sono i loro; dobbiamo essere noi a seguire i loro tempi e non loro i nostri. Quando passiamo troppo tempo con loro, non dobbiamo avere mai la sensazione di 'perdere tempo': la nostra pazienza verrà sempre ripagata. Loro ci daranno il doppio di quanto noi abbiamo donato loro.

Se non avessi rispettato i tempi del mio bambino, rispettato e compreso la sua paura, adottato delle strategie, probabilmente lui avrebbe continuato ad avere paura del mare. Nessuna paura dei bambini è banale, anche se obiettivamente lo è. Loro “vedono” a modo loro. Noi dobbiamo diventare brave psicologhe, anche se non lo siamo di professione. Una mamma dovrebbe essere predisposta alla comprensione dei segnali del proprio piccolo. Lui chiede ogni volta che ci guarda, noi possiamo rispondere con lo sguardo anche senza dirgli una parola.

Sull'autrice

Lucia Carluccio è studiosa dell'universo infantile e mamma di due bambini. Insegna e vive in provincia di Milano.

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