3 - 6 anni

La gelosia nei confronti del fratellino: come affrontarla

Di Lucia Carluccio
gelosia-fratelli
07 Agosto 2014
Avevo una bambina. Legatissime io e lei. L'unica figlia, avuta in giovane età, a ventitré anni appena compiuti, inaspettatamente e con tante incertezze dentro, ma con la devozione di chi forse non aspettava altro. Anna era (ed è) un regalo da gestire con assoluta cura, da ammirare come qualcosa di prezioso e raro, da proteggere come un fiore dai petali fragili e dallo stelo robusto. I primi sorrisi di mia figlia furono la prova che forse non ero così male come madre. Le notti insonni per le prime influenze mi misero alla prova: non riuscivo a dormire tranquillamente senza controllare ogni tanto la temperatura, il respiro
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, il sudore del corpicino. Ci si riscopre madri, ci si rende conto che la vita non sarebbe stata la stessa senza l'opportunità di un'impresa così unica. Anna è cresciuta come avrei voluto appena scoprii di aspettarla. Sguardo pulito e radioso, sorriso accattivante e pieno, corpo slanciato e forte. Io e mia figlia unite più che mai. Anna arrivò ad avere quattro anni e mezzo e tra noi intervenne qualcun altro. Chi?

Nessuno può inserirsi tra una madre e un figlio, nessuno a meno che non si tratti di un altro figlio. Ebbene sì, aspettavo un altro bambino.

Come fare in modo che per Anna quell'arrivo - e l'attesa dell'arrivo - di un fratellino non fosse qualcosa di negativo? Visto che quando scoprii di essere incinta lei aveva quattro anni e mezzo ed era in grado di comprendere i miei discorsi, innanzitutto le spiegai chiaramente la situazione. Quando avviene nella vita quotidiana un nuovo fatto è meglio renderlo chiaro al bambino attraverso una spiegazione serena e pacata. È sbagliato far ritrovare al bambino improvvisamente un nuovo pupo uscito da chissà dove o un pancione esploso tutto d'un tratto. Bisogna poi inventarsi qualche fantasia su come questo nuovo bimbo è arrivato a stare nel pancino/pancione. Ognuno può farlo secondo la propria fantasia, ed è bene che questa fantasia non sia troppo assurda. Io, quando lei me lo chiese, dissi alla mia bimba che Gesù aveva messo nella mia pancia un nuovo fratellino (così come aveva fatto con lei) che pian piano sarebbe cresciuto in me fino al momento della nascita. (Leggi anche l'articolo: mamma, come nascono i bambini?)

Dirle “come ha fatto con te” non fu un caso, dissi questo in modo che la bambina non sentisse l'evento come cosa troppo estranea o strana. Credo che avvertì la cosa vicina a lei visto che lei era nata proprio nello stesso modo.

Quindi per prima cosa comunicare cosa sta per accadere. Poi, cosa ancora più importante, rendere assolutamente partecipe il bambino di tutto ciò che accadrà.
Se il bambino è più piccolo di come era la mia, si può omettere la spiegazione di quello che sta per accadere, ma comunque renderlo partecipe di tutto ciò che verrà senza escluderlo mai.

C'è la fase prima del parto e la fase dopo il parto.

In ognuna di esse bisogna prestare attenzione. Non deve essere però un'attenzione carica di ansia: i bambini, a prescindere dall'età, sono spugne e assorbono i nostri stati d'animo. Deve essere un'attenzione matura, naturale, coinvolgente.

Nella fase prima del parto raccontavo alla mia bambina di come avrebbe dovuto aiutarmi alla nascita del fratellino (avevamo ormai scoperto che sarebbe stato un maschietto). La facevo sentire importante, anzi indispensabile. Le facevo intendere che senza di lei non sarebbe stato semplice.

Quello che voglio far capire è che per non far sentire il bambino escluso e messo da parte (è proprio questo a generare la tanta temuta gelosia) occorre dar valore alla loro presenza nella nuova situazione.

Se loro si sentono importanti non avvertiranno come rivale il fratellino che sta per arrivare, ma lo considereranno un modo per dimostrare la loro utilità, il loro valore appunto. Ovviamente i bambini non elaborano tutti questi pensieri consapevolmente, ma sono sensazioni che sono conseguenti ai loro pensieri, ma che loro sentono come primari. Il disagio, la gelosia non compaiono improvvisamente, ma solo se non vengono coinvolti dalla madre (meglio ancora se interviene la figura del padre) nella dinamica che si crea.

Anna era contenta, mi chiedeva quanto il fratellino stesse crescendo, sorrideva, era eccitata. La facevo venire con me quando acquistavo il corredino, le facevo scegliere i capi che le piacevano di più. Al ritorno da ogni visita le facevo vedere l'immagine dell'ecografia: lei ne era affascinata. Diceva che era un bambino in bianco e nero, senza colori. Io ridevo e le spiegavo che invece avrebbe avuto il rosa della sua pelle e chissà quanti capelli... Le raccontavo che lei di capelli non ne aveva, e che la sua testolina era tonda e con le guanciotte da sbaciucchiare. “Chissà se sarà bello come te, Annina...”.

Ecco, un altro punto importante: se ci devono essere confronti tra i fratellini devono essere confronti positivi e non competitivi del tipo: “tuo fratello è più bravo di te...”. E non può far male solo un giudizio tanto esplicito. Se il bambino è grandicello (bastano anche 4-5 anni) attenzione anche quando ci si confida con le amiche e magari si dice: “Questo bimbo dorme tutta la notte, che bello, è così tranquillo... Non come l'altra che mi ha fatto disperare...”.

Dobbiamo capire che i bambini non sanno capire che i nostri giudizi magari non son fatti con un fine negativo. Loro hanno inconsciamente paura dell'abbandono e dell'esclusione all'arrivo di un potenziale intruso. Il coinvolgerli completamente nel nuovo quadretto familiare li fa sentire protetti, accettati anche se viene “l'altro/a”.

Quando finalmente nacque il fratellino Diego e Anna lo vide per la prima volta, i miei occhi erano soprattutto per lei (quando veniva a trovarmi in ospedale). La riempivo di attenzioni e tenerezze. Le facevo capire che niente era cambiato, ma che anzi sarebbe stato bellissimo vivere insieme quell'avventura.

Quando ritornammo a casa feci attenzione a non trascurarla... Può capitare, certo. Le notti bianche, le poppate, le tante richieste del piccolo... L'importante è rimediare subito. Quando il neonato dormiva, prendevo Anna e la riempivo di coccole. Molte volte, quando gli facevo il bagnetto, le chiedevo di spalmargli il bagnoschiuma o di mettergli la cremina per gli arrossamenti. Di esempi se ne possono fare infiniti, possono essere tante le cose da fare per coinvolgere il proprio piccolo.

A volte basta anche non far niente e rivolgerle uno sguardo, come per dire: “Piccola mia ci sono”... O passarle anche di corsa la mano sulla testa...

Noi grandi a volte siamo superficiali; i piccoli no. Hanno meno esperienza, ma hanno più intuito, hanno i sensi più vigili. Noi siamo i loro stimoli che accolgono senza forti difese.
Anna non ha mai mostrato segnali di disagio reale nei confronti del fratellino. Se ci sarà stato qualche momento di gelosia (un po' è normale) io spero di averla rassicurata.

La madre è la maggiore responsabile di questo passaggio.

Sull’autrice


Lucia Carluccio è studiosa dell’universo infantile e mamma di due bambini. Insegna e vive in provincia di Milano. 


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