1 - 3 anni

Baby Sign Language, la mia esperienza con la lingua dei segni

Di mammenellarete
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12 Giugno 2014
di Silvia Bitelli
“Ieri il mio bimbo di 13 mesi mentre lo allattavo segnava "latte"!!! Che tenerezza!!! È la prima volta che ha segnato autonomamente e non come ripetizione al mio segno!”
“Sono emozionata... Pensavo fosse un riflesso o una semplice mossa del braccio incondizionata, ma Lorenzo da circa 3 giorni mi segna “pannolino”...oggi ne ho avuto l'ennesima conferma!!!”
“Come va con i segni?? Molto bene...Si stanno appassionando anche i nonni!!”
Ogni messaggio che ricevo da un genitore entusiasta è un’emozione sempre più forte.. E’ una testimonianza preziosa, che non soltanto consolida le mie personali certezze nell’efficacia della Baby Sign Language,
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ma che racchiude in sé  tutta l’avventura che ha portato a questi primi piccoli grandi risultati e la speranza che questo “strumento” si diffonda sempre di più anche nel nostro Paese!

Sono orgogliosamente una “tata”, una di quelle che si prende a cuore i bimbi come se fossero suoi, e, se mi dovessi “classificare”, direi che sono una “tata osservatrice". Ho “studiato” i neonati per anni, la loro curiosità, la loro intelligenza, la loro voglia di comunicare, spesso miseramente rassegnata di fronte all’incapacità di noi adulti di comprenderla, e ad ogni loro manifestazione di frustrazione la mia domanda è stata sempre la stessa “Ma possibile che non ci sia un modo semplice e immediato di comunicare prima delle parole?”; al di là degli sguardi, dei movimenti e dei vocalizzi che spesso solo le mamme riescono a comprendere, e qualche volta nemmeno loro, intendo.. Poi, dopo un tempo infinito passato su libri di pedagogia di ogni specie, ho scoperto la Baby Sign Language, e mi si è aperto un nuovo, incredibile, meraviglioso mondo!

Purtroppo condividerlo con altre persone - in Italia -  è stata dura, durissima, e ancora adesso è un percorso tutto in salita. (LEGGI ANCHE DAL MAGAZINE: IL LINGUAGGIO DEI SEGNI, I PRO E I CONTRO SECONDO GLI ESPERTI)

Ricerche su ricerche, studi approfonditi, prima dose di sconforto una volta appreso che in Italia non esistono centri di formazione sul metodo e quindi viaggi all’estero per “vedere se funziona davvero”, fare esperienza, raccogliere testimonianze, poi rientro a casa, primi timidi tentativi di “parlarne” a qualcuno, riunioni con alcuni genitori di bimbi piccoli che conoscevo da tempo, (loro) falso entusiasmo e nessun tentativo di applicarla, (mia) seconda dose di sconforto (“Ma allora vuol dire che in Italia a nessuno interessa, non siamo pronti..”).  E poi l’idea, un po’ azzardata, di proporla alle famiglie dei piccolissimi con le quali stavo lavorando da poco tempo (certo, mi sarei sentita più a mio agio a iniziare con i figli di persone che conosco da una vita, ma visto il successo..), e la loro fiducia totale, “Tata, prova pure!”. La mia “vita da tata” da quel momento ha guadagnato davvero tantissimo! Non avrei mai immaginato i brividi e le lacrime di commozione  che si provano nell’avere davanti un “nanetto” di meno di un anno in grado di fare domande e ragionamenti così complessi come quelli in cui da due anni mi confronto!

Per riportarvi un solo esempio, tra i tanti che nel tempo mi sono appuntata, in una giornata primaverile un po’ ventilata dell’anno scorso, durante una passeggiata, una delle mie prime “bimbe segnanti” (14 mesi, segnava da poco più di un mese) si è fermata per puntare insistentemente il dito verso un albero al quale erano appese diverse strisce d’alluminio che luccicavano al sole. Convinta che fosse questo dettaglio ad averla colpita, mi sono messa a descriverle ciò che vedevamo con parole e segni e a spiegarle che era il sole a farle brillare in quel modo; lei mi ascoltava, ripeteva perplessa qualche segno, ma vedevo che non era affatto soddisfatta della mia spiegazione. Continuava a non staccare gli occhi dall’albero cercando di farmi notare qualcosa che io assolutamente non riuscivo a capire; e io continuavo a chiedermi “Ma cosa mi vorrà dire?” mentre la situazione pian piano diventava frustrante per entrambe. All’improvviso mi ha apostrofato con convinzione “Tata!” e poi ha fatto il segno “vento”: voleva semplicemente che io notassi, e le spiegassi, perché le strisce d’alluminio si agitavano al sole. Senza quel segno credo non sarei mai arrivata a capire cosa volesse, e la gioia sul suo volto, una volta compreso che io avevo capito, è stata un’emozione fortissima!

Sono passati ormai due anni e le “famiglie segnanti” stanno iniziando a moltiplicarsi: il mio lavoro diretto con i bambini e le testimonianze dei genitori che hanno partecipato ­ai primi corsi italiani di Baby Sign Language, che dimostrano lo stesso entusiasmo che provo io ogni volta che vedo un “mio” bimbo segnare, mi spingono a procedere, nonostante le mille perplessità che mi trovo ogni giorno ad affrontare, e a pensare di seguire la giusta direzione.. Anche se la strada da percorrere, ne sono consapevole, è ancora lunghissima!

La Baby Sign Language, lingua dei segni per neonati e bambini udenti, è uno strumento che permette di migliorare la comunicazione tra i bimbi molto piccoli, ancora non in grado di parlare, e gli adulti che si prendono cura di loro. Nata da ricerche universitarie americane circa 30 anni fa, ora è praticata con entusiasmo in diversi Paesi del mondo non soltanto da molti genitori e nonni, ma anche negli asili nido, dove insegnanti ed educatori vengono estremamente facilitati nella comprensione dei bisogni dei più piccini. Attraverso i segni, infatti, i bambini possono comunicare le loro necessità primarie –fame, sete, sonno, caldo, freddo, paura – ma anche i loro pensieri e le loro domande, spesso molto più complessi e interessanti di quanto noi adulti possiamo immaginare, già verso i 7-9 mesi - in alcuni casi anche molto prima - quindi con molto anticipo rispetto alla comparsa della prima parola.

Dalle ricerche universitarie condotte negli Stati Uniti emerge come la Baby Sign Language non si limiti a ridurre la frustrazione, i pianti e gli strilli dei piccoli, ma offra loro anche altri numerosi benefici, sia a livello linguistico, sia a livello cognitivo: rafforza il legame tra genitori e bambino, promuovendone lo sviluppo emotivo, consente ai bimbi di condividere il loro mondo, rivelando a noi adulti la loro grande intelligenza e migliora la coordinazione oculo-manuale e le abilità motorie fini, importantissime basi anche per gli apprendimenti della scuola dell’infanzia e primaria.

La Baby Sign Language, inoltre, contrariamente a quanto si possa pensare, aiuta i bambini a imparare a parlare più rapidamente: la comunicazione condotta anche attraverso i gesti porta, infatti, a una comparsa anticipata delle parole, dovuta al fatto che al piccolo vengono proposti contemporaneamente tre input: uno visivo (il movimento delle labbra dell’adulto), uno verbale (la pronuncia della parola) e uno gestuale (il segno). Gli studi americani confermano che i  “bambini segnanti” parlano molto prima rispetto ai piccoli che non utilizzano i segni e che sviluppano precocemente un vocabolario molto più ricco.

La Baby Sign Language è, infine, uno strumento utilissimo per un primo approccio verso l’interesse per lingue e culture differenti: attraverso i segni ed opportune strategie risulta, infatti, estremamente semplice introdurre i bambini ad una o più lingue straniere.

I primi corsi condotti  in Italia confermano anche nel nostro Paese un grande entusiasmo verso la Baby Sign Language: i bambini si divertono, apprendono velocemente a comunicare con i gesti e alcuni di loro hanno già iniziato ad esprimersi verbalmente sia in italiano sia in inglese, mentre “genitori e nonni segnanti” confermano orgogliosamente l’efficacia, l’utilità e la semplicità dell’utilizzo dei segni nella loro routine familiare.

Sull'autrice:

Silvia Bitelli, laureata in Lettere Moderne e laureanda in Scienze della Formazione Primaria, insegnante certificata di Baby Sign Language (Baby Signs® Program) e di Didattica di Italiano per Stranieri (DITALS)

Pagina FB di Silvia: Baby Signs Program Silvia Bitelli Independent Certified Instructor

 

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