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Allattamento al seno: "ho scelto di portare avanti la mia decisione, nonostante tante difficoltà"

di mammenellarete - 25.11.2014 - Scrivici

Vi racconto la mia storia di allattamento al seno. Non perché sia una storia esemplare, ma solo perché dimostra come sia importante, in un momento di estrema fragilità qual è il post parto, incontrare le persone giuste.

Mia figlia è nata a fine giugno 2012. Dio solo sa quanto sia stata desiderata e attesa. E sa anche quante lacrime, quante lotte e quante delusioni hanno preceduto il suo arrivo. Ma questa è un’altra storia.

Certo è che ho avuto il tempo di trovare tante risposte e di leggere tanto sulla maternità, prima di poter abbracciare il mio sogno. Ho seguito un corso pre parto, anche se ho poi dovuto partorire con taglio cesareo, e mi sono "preparata" per l’allattamento al seno.

Sì, perché pochi ti informano del fatto che una delle cose più naturali della maternità, cioè l’allattamento al seno, non è affatto scontata; sarà per questo che tante mamme, potenzialmente in grado di allattare, perdono il latte in poco tempo?

La mia cucciola è nata 14 giorni prima del termine, con un peso di kg 3,680 per 51 cm. Non l’hanno appoggiata subito sul mio petto, me l’hanno agitata davanti agli occhi chiedendomi se la trovassi bella, ma io non l’ho vista, perché non avevo gli occhiali, so solo di aver percepito subito la sensazione della sua forza, perché ha cominciato a piangere immediatamente.

L’hanno portata via per le visite di routine ed io sono rimasta in osservazione per le canoniche due ore: lontana da tutti, nella camera antistante la sala operatoria, sola e con mille dubbi.

Verso le 16.30 (un paio d’ore dopo la sua nascita) me l’hanno portata in camera: una camera d’ospedale a tre letti, e lì finalmente ho potuto abbracciarla. Avevo un ago in un braccio ed ero ancora stordita dagli eventi e la prima cosa che ho chiesto a mia cognata, che era accanto a me, è stata di aiutarmi ad attaccarla al seno.

Eravamo solo noi tre, io al mio primo parto, mia figlia a due ore dalla sua nascita e mia cognata con poca forza nelle braccia a causa degli esiti di una grave malattia. Nessuno si è affacciato ad offrire assistenza, né aiuti. Eravamo un bel gruppetto d'imbranati.

La cosa che non dimenticherò mai, in questo contesto tragicomico, è la determinazione con la quale mia figlia ha cercato il mio seno e si è attaccata ad esso, ciucciando con vigore. E’ rimasta al seno per oltre un’ora. Ho ancora vivide le emozioni di quel primo contatto.
Nei tre giorni successivi l’ho allattata ogni tre ore, come suggerito dalle ostetriche dell’ospedale, dando disposizioni perché non ricevesse aggiunte.

Siamo state dimesse al termine del terzo giorno e lei aveva avuto un calo di circa 350 g, tutto nella norma. Ricordo che ciò che mi ha colpito della mia bimba in quei primi giorni di vita è stata la sua calma: mangiava e dormiva e, quando alle sei del mattino andavo a prenderla al nido, era l’unica che non piangeva.

Al momento delle dimissioni ho fatto un’unica domanda al pediatra, che mi aveva già rassicurata sullo stato di salute della bambina, dottore, ho chiesto, è normale che non pianga mai? Signora, mi ha risposto, stia tranquilla, ha tutto il tempo di recuperare.

E’ stato proprio così, dopo cinque giorni di quasi assoluto silenzio e di rarissime lagne, la mia piccolina si è trasformata in un’urlatrice provetta. Allora sono iniziati i dubbi: mangia a sufficienza? Il latte sarà nutriente? Ma avendo avuto il cesareo, la montata tarderà ad arrivare?

La serie completa dei luoghi comuni sull’allattamento è stata trasmessa, per me, in un’alternanza di presenze familiari ed affettuose, invadenti consiglieri e professionisti disinformati. (Leggi anche: 10 miti da sfatare sull'allattamento)

In particolare, il pediatra che ha visitato mia figlia mi ha caldamente suggerito di optare per il latte formulato, "per non far morire di fame la bambina".

"Signora" - mi ha detto dopo aver ottenuto il permesso di tastare il seno per riscontrare la presenza di latte - "il seno è vuoto, d’altronde lei ha avuto un cesareo, se mai arriverà la montata, sarà alla data presunta del parto. Nel frattempo cosa mangia la bambina?"

"Vede" - mi ha detto agitando il biberon con acqua ed un misurino di latte in polvere - "così è più facile e può farlo senza fastidi e senza preoccupazioni, sa esattamente quanto mangia la bambina".

Ricordo le sue parole come un pugno nello stomaco, come l’ennesima conferma della mia inadeguatezza nel ruolo di madre, e tutte le mie fragilità ed i miei dubbi sono tornati ad affacciarsi prepotentemente. Potevo assumermi la responsabilità di "far morire mia figlia di fame"?

Sì, la questione era ridotta a questo. La scelta era tra la certezza e la tranquillità di alimentare la mia pulce, contrapposta all'incertezza carica di responsabilità di allattarla al seno, "rischiando" di non darle il giusto e, addirittura, di compromettere la sua salute.

Una donna e una mamma non dovrebbe mai trovarsi a questo bivio; in un contesto giusto e con gli adeguati sostegni dovrebbe avere da subito le corrette informazioni e non dovrebbe cercarsele con fatica e sofferenza.

Al termine della prima visita del pediatra ho pianto per un paio d'ore, complici i dolori del taglio cesareo ancora vivi e lo scombussolamento ormonale del post parto. Al termine di quella visita, mia figlia ha bevuto il suo primo biberon di latte formulato, che le ho somministrato piangendo a fontana. Chi ricorda le lacrime del cagnolino Spank dei cartoni animati? Be’, piangevo così.

Nelle tre ore successive, in cui la mia bimba ha dormito, ho messo a soqquadro l’intera città e tutte le mie conoscenze per arrivare ad una delle mie poche certezze. Il pediatra di mia figlia, tagliando corto su tutto il resto (e forse giustamente nella sua ottica) mi aveva dato un suggerimento superficiale, avendo come unico scopo quello di garantire alla bambina la giusta alimentazione. Ma io non desideravo certo il male della mia bambina.

Ho avuto il parere di ostetriche, di mamme con esperienza e di medici: il latte c’era e, con qualche sforzo in più (rispetto al mescolamento della polvere all'acqua) avrei potuto allattare mia figlia e così è stato, fino a 18 mesi, fino a quando, una mattina, lei ha girato la testa dall'altra parte e mi ha detto che non voleva più il mio latte.

Ma i primi tre mesi di allattamento sono stati davvero difficili. Nella torrida estate che abbiamo dovuto superare, non c’era nessuno che fosse disponibile a dare suggerimenti e valutazioni. Il pediatra in ferie, le strutture pubbliche chiuse, ostetriche ed infermiere in ferie.

Non smetterò mai di essere grata a mia cognata, che mi ha aiutato a trovare delle soluzioni, a mia cugina, che nonostante le sue contemporanee difficoltà (aveva partorito solo un mese prima di me, ma il suo secondo figlio) è venuta tante volte ad aiutarmi e ha sciolto gli ingorghi, che io avevo confuso con qualcosa di più grave, ad Agnese (credo che sia un nome inventato) della Lega del latte, che in pieno agosto mi ha supportato telefonicamente, a mio fratello, che ha lasciato per un mese la sua famiglia per trascorrere un po' di tempo con me e con la nipotina, a mia madre che, anche se settantenne, mi ha coccolata come se la bambina fossi stata io, preparandomi brodi ed infusi, a mio marito, che è stato presente e comprensivo come solo un uomo che ama ed un Padre possono essere, ed in ultimo, ma non per importanza, sarò sempre grata a mia figlia, che mi ha dato la possibilità di essere una donna migliore e che da subito si è rivelata una lottatrice.

Non ho raccontato la mia storia perché mi sento migliore per aver allattato al seno, l’ho raccontata perché spero possa essere di aiuto ad altre mamme che desiderano allattare al seno e che sono fuorviate da informazioni parziali, carenti o distorte. Siate forti, circondatevi degli affetti più cari e credete in voi.

Ogni donna ed ogni mamma ha la sua storia, ma ogni donna ed ogni mamma dovrebbe avere la possibilità di scegliere la sua strada, con motivazioni proprie e personali e per questo insindacabili. Ciò che non dovrebbe accadere è che in una struttura pubblica una neo mamma non riceva il giusto supporto, ciò che non dovrebbe mai più accadere è che un pediatra possa dire ad una mamma cosa sarebbe preferibile fare per il bene di suo figlio, coercendo in qualche modo la sua volontà. Quale mamma (se si eccettuano i tristi e noti fatti di cronaca) vuole il male del proprio figlio?

A distanza di due anni dalla nascita di mia figlia, l’AUSL della mia città ha organizzato i primi corsi di preparazione all’allattamento, con possibilità per le neo mamme di essere raggiunte a casa, dopo le dimissioni dall’Ospedale, da ostetriche professioniste, per essere aiutate ad avviare l’allattamento.

Un passo è stato fatto. Io però, pur sentendomi fortunatissima per com’è andata, non dimentico il vuoto che mi ha circondato per tre mesi, l’assenza di professionalità da parte di chi avrebbe dovuto supportarci ed informarci, la mancanza di "naturalezza" che queste carenze hanno portato nella mia storia di allattamento.

di mamma Gabriella

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