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La fecondazione assistita vista da lui

Di Raffaella Clementi
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18 Settembre 2013
Saverio è arrivato alla pma, impreparato, disorientato, ferito, spaventato. Non sapeva che cosa lo aspettava, non sapeva come reagire e supportare la sua compagna e il loro viaggio si è interrotto. Quando il loro primo tentativo è andato male, lei non ha retto alla delusione e lui non ha saputo come reagire.

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Questa è la storia di Saverio, la storia di un giovane uomo che voleva diventare papà grazie a una pma (procreazione medicalmente assistita) che non ha avuto esito positivo.

Saverio e la sua compagna condividevano lo stesso progetto: un figlio. Un figlio che non è arrivato né per via naturale, né per quella artificiale. A volte i sogni di due persone devono combaciare per realizzarsi e se uno sogna più dell’altro o lo fa con un’intensità diversa, il sogno è destinato al fallimento.

Saverio è arrivato alla pma, impreparato, disorientato, ferito, spaventato. Non sapeva che cosa lo aspettava, non sapeva come reagire e supportare la sua compagna e il loro viaggio si è interrotto. Quando il loro primo tentativo è andato male, lei non ha retto alla delusione e lui non ha saputo come reagire.

Forse doveva andare così, forse i lembi dei loro sogni non collimavano più da tempo, ma resta che Saverio mi racconta il lato maschile della pma. Quello che gli uomini non dicono, quello che le donne non raccontano perché troppo concentrate sul loro dolore. E allora il rapporto si affievolisce, facendo spazio alla rabbia e all’incomprensione.

Lei reagisce concentrandosi sul figlio che non arriva, non lasciando spazio ad altro, lui cerca comunque di riempire la quotidianità, indipendentemente dal vuoto.

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Saverio mi racconta la sua solitudine che, è diversa da quella provata da una donna. Una solitudine profonda, silenziosa che sembra quasi non abbia il diritto di manifestarsi. Poiché la pma è un trattamento più invasivo per la donna e meno per l’uomo, si pensa che l’uomo non abbia lo stesso diritto di provare certi sentimenti. Lui deve supportare, deve reggere davanti alle delusioni, deve essere la parte forte dei due.

Dei due, è lui che deve tessere le relazioni con l’attività del mondo, dove tutto in apparenza continua come prima, mentre lei è assorbita completamente dalla propria condizione.

Si viene a creare una scissione tra la vita privata dominata dal problema dell’infertilità e la vita pubblica che sembra scorrere in una strada parallela.

Lui tenta di conservare della propria integrità e quello della coppia, cercando di mantenere uno spazio mentale ed uno fisico, cercando di resistere alle preoccupazioni costanti scandite dai tempi e dai ritmi che un percorso di procreazione medicalmente assistita comporta.

Spetta all’uomo, Saverio dice, cercare di preservare la collaborazione, la comprensione reciproca, il sostegno. Questo è quello che pensa la maggior parte della gente.

Questo significa anche e soprattutto saper riconoscere e accettare le reazioni psicologiche della propria compagna (che possono essere diverse dalle proprie) e aiutarla tenendo conto di ciò di cui ha bisogno, pur avendo dei bisogni nel cuore, inespressi.

Eppure, sentirsi sconfitti, aver paura di gestire un dolore, avere la forza di riprogettare la coppia oltre un figlio che non arriva, colmando il vuoto e amando una compagna, spesso a pezzi, è la parte migliore dell’essere uomo.

Saverio mi racconta che lui e la sua compagna si sono lasciati, che molto probabilmente non diventerà mai padre di un figlio biologico, ma spera di incontrare una donna con dei figli per dargli l’amore che sente di voler donare.

Saverio, un uomo.

Raffaella Clementi, autrice di questo post, ha scritto un libro sul suo percorso di pma "Lettera a un figlio che è nato". Leggi l'intervista di nostrofiglio.it

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