Parto

Confessioni di una "mamma in riparazione"

Di mammenellarete
donnaincinta

30 Maggio 2016 | Aggiornato il 05 Luglio 2017
Ero incinta: ad un certo punto iniziarono improvvisamente le contrazioni. I dottori dovettero inserire un pessario, cioè un anello che doveva tenere chiuso il collo dell'utero fino al parto. Giunse il giorno del parto,  vidi la mia "piccola", 3.900 kg di puro amore e il mio mondo si fermò. Non ricordo più nulla. Mi dissero che persi 2 litri di sangue. Ricordo solo che aprii gli occhi per un secondo, vidi l'anestesista con in mano una sacca di sangue e pensai: "Ok, sto per morire, ma non è così male, posso riposarmi".

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Da due settimane sono mamma di una bellissima bambina, l'amore della mia vita, che ha travolto la mia esistenza in modo del tutto inaspettato.

 

La mia gravidanza non fu una passeggiata. Scoprii di essere incinta mentre stavo scrivendo la tesi di laurea; prendevo la pillola da 7 anni e una sera, andando a prendere l'ultima pillola del mese, ne trovai 3 nel blister.

 

Mi ero distratta e ne avevo saltate due, ma quando? Consultai due ginecologi e mi dissero che dopo 7 anni, considerando che prendevo una pillola molto pesante per l'ovaio micropolicistico, le probabilità che fossi incinta saltando due dosi erano veramente scarse, se non nulle.

 

Il ciclo non arrivò e feci un test di gravidanza. Negativo. Mi tranquillizzai quel tanto che bastava, ma al quarto giorno senza ciclo ripetetti il test e di nuovo fu negativo; a quel punto attribuii la causa allo stress e smisi di pensare alla gravidanza.

 

Dopo due settimane ancora il ciclo non arrivò e anche se non avevo sintomi, feci le beta. Ero incinta di 5 settimane. Mi laureai alla fine del terzo mese ed ero raggiante: non ebbi né una nausea, né un malessere.

 

Ero al settimo cielo. Poi, a dicembre, tutto iniziò ad andare storto. Prima partirono le contrazioni e al controllo dal ginecologo il collo dell'utero risultò accorciato. Iniziai a fare su e giù in ospedale, anche la mattina di Natale; il 31 dicembre, al controllo, ci dissero che aspettavamo una femminuccia.

 

Il collo dell'utero reggeva, la bambina cresceva e il peggio sembrava passato, ma il 1 febbraio partirono di nuovo le contrazioni e il collo risultò accorciato del 75%, quindi fui ricoverata. Mi dissero che la bambina sarebbe potuta nascere da un momento all'altro.

 

Una volta fatto il cortisone riuscirono a fermare le contrazioni e mi inserirono un pessario, cioè un anello che doveva tenere chiuso il collo dell'utero fino al parto. Ripresi le mie attività stando a casa, a riposo; a 33 settimane sembrò che il travaglio fosse di nuovo in procinto di partire e mi tolsero il pessario, ma di nuovo riuscirono a bloccare tutto e tornai a casa.

 

Le settimane successive furono una continua preoccupazione, finché, il 16 maggio alle 01.50, si ruppero le acque. Da quel momento al parto passarono appena 6 ore e mezzo, 4 e mezzo di travaglio e due di fase espulsiva; alla fine di un parto meraviglioso, vidi la mia "piccola", 3.900 kg di puro amore e il mio mondo si fermò.

 

Neanche il tempo di abbracciarla che mi andò via la vista e mi girò la testa. La placenta era attaccata all'utero e, uscendo, si era portata dietro tutto l'organo girandolo come quando si toglie un guanto. Da quel momento non ricordo più nulla, solo il mio compagno che cercava di tenermi sveglia prendendomi a schiaffi e la maschera dell'ossigeno che calava sul mio viso.

 

Mi dissero che persi 2 litri di sangue. Ricordo che aprii gli occhi per un secondo, vidi l'anestesista con in mano una sacca di sangue e pensai: "Ok, sto per morire, ma non è così male, posso riposarmi".

 

Mi risvegliai in sala operatoria quando ormai tutto era finito e ho in testa solo una frase: "Datemi mia figlia". Non ricordo bene, ma credo di averlo ripetuto un centinaio di volte: "Sono salva, sono viva. Mi hanno pure salvato l'utero".

 

Feci 4 sacche di sangue per riprendermi e nel frattempo non potevo allattare. La mia bambina prese il latte artificiale e quando finalmente potei attaccarla al seno, lei non riusciva a prenderlo.

 

Tornata a casa tentai ogni giorno più volte al giorno di attaccarla, ma niente. Lei perse peso e il pediatra mi consigliò l'allattamento misto; avevo tanto latte che dovevo tirarmelo e darlo a mia figlia col biberon. Iniziai ad avere sbalzi d'umore e angoscia ogni sera.

 

Passarono due settimane, mia figlia iniziò ad attaccarsi, ma io non avevo più latte. Piansi, urlai, mi sentii incapace, ma alla fine vinse la razionalità: avevo bisogno di aiuto.

 

Adesso sono viva, mia figlia è bellissima, è sana, è il dono più bello che potessi ricevere, ma non mi sento sempre felice e non so perché. Il mio compagno e i miei genitori stanno facendo tutto il possibile per aiutarmi.

 

Io parlo dei miei sentimenti. Piango, ma sempre meno spesso e continuo a tentare l'allattamento materno esclusivo. Non mi arrendo, neanche di fronte a quello che ho passato. Sono viva e lo sono per mia figlia, oltre che per me stessa.

 

Non sottovalutate mai la vostra condizione, dovete chiedere aiuto. Nessuno a parte voi sa come avete vissuto la gravidanza, lasciate che chi vi vuole bene vi aiuti, per voi stesse e per i vostri bambini. Una mamma in riparazione.​

 

di Camilla 

 

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