Cosa fare se il bambino non vuole andare a scuola

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il 10 Febbraio 2014, di Daniela

"Non voglio andare a scuola". Che cosa può fare un genitore per affrontare questa frase? Il desiderio di non andare a scuola può essere la punta dell’iceberg sotto la quale si nascondono altri problemi.  Scopriamo quali e come comportarsi.

di Daniela Poggi*

Nella carriera educativa di un genitore poche frasi mettono in difficoltà come: “Non voglio andare a scuola”. E’ una dichiarazione apparentemente semplice da affrontare se siamo alla riapertura della scuola a settembre o a inizio gennaio, immaginando che sia il cambio di routine a preoccupare i nostri bambini. Quando le prime rassicurazioni del genitore non ottengono effetto, come si può aiutare i propri figli?

Il desiderio di non andare a scuola può essere la punta dell’iceberg sotto la quale si nascondono altri problemi. Sicuramente la reazione da parte del genitore non può mai essere aggressiva e autoritaria, imponendo al figlio di cambiare atteggiamento. E’ sempre nei momenti di difficoltà che il rapporto tra genitori e figli si forma e si rafforza. La difficoltà ad andare a scuola è un problema commisurato all’età del bambino, di cui ci parla anche se con fatica. Vorremmo che anche da grande continuasse a considerarci suoi confidenti, quindi non dobbiamo sottovalutare questa richiesta di aiuto.

Il malessere che spinge a non voler andare a scuola può essere temporaneo, valido solo per quel giorno. Spesso i bambini lo comunicano quando sono sulla porta di casa pronti ad uscire e la situazione non permette di prendersi il tempo necessario per instaurare una conversazione e capire cosa stia succedendo. In quei momenti potrebbero servire delle frasi capaci di consolare e rimandare la questione al pomeriggio. Qualche esempio potrebbe essere:

- “Anch’io preferirei stare a casa con te oggi, ma devo fare il mio dovere e andare al lavoro. Appena finisco torno a prenderti e facciamo qualcosa di bello insieme.” E’ importante per un bambino sentirsi capito e sicuramente possiamo comprendere la fatica di uscire di casa. Dobbiamo fargli capire che è una sensazione comune, che il proprio dovere è un impegno già preso a cui non ci si sottrae solo per malavoglia.

- “Oggi pomeriggio cercheremo di fare qualcosa di speciale insieme, ti viene qualche idea? Ci pensi mentre sei a scuola?” Rimandare il momento di gioco al pomeriggio equivale a fissare un obiettivo da attendere e sostituisce l’atteggiamento creativo con uno propositivo che cerca di organizzare un bel pomeriggio.

Se il malumore del bambino e la sua difficoltà persistono nei giorni successivi, sarà necessario consultare l’insegnante per confrontare l’atteggiamento del bambino in classe e a casa, la presenza di problematiche nell’apprendimento o la segnalazione di piccoli screzi sorti fra i compagni di cui la maestra può essere stata testimone. Se il risultato del colloquio non lascia emergere osservazioni significative, possiamo attuare una strategia che crei le condizioni migliori per una conversazione tra genitore e figli improntata alla confidenza.

Viene spontaneo cercare fin da subito di parlare con i bambini della loro voglia di non andare a scuola, ma solo il genitore che conosce bene il proprio figlio capirà se rischia di alimentare una momentanea ricerca di attenzioni da parte del bambino, o se è meglio aspettare, osservare il suo comportamento e portare il bambino a dirci da solo cosa prova. (Leggi anche: 3 trucchi per migliorare l'apprendimento)

Non è facile ottenere la risposta alla domanda: “Perché non vuoi andare a scuola?” senza chiederla. John Gottman nel suo libro “Intelligenza emotiva per un figlio” fornisce dei suggerimenti su come aiutare i bambini a esprimere le loro emozioni e a mettere in campo le proprie risorse per cercare una soluzione. In una estrema sintesi le indicazioni di Gottman sono tre:

1- definire l’emozione che prova il bambino (“Sei triste oggi”, “Sei amareggiato”) e dimostrarsi comprensivi con lui raccontando quando capita o è capitato a noi;
2- spronare il bambino a cercare una soluzione (“Cosa intendi fare adesso?”), senza essere dare suggerimenti;
3- chiedere al bambino di prevedere le conseguenze della soluzione che ha ipotizzato (“Si risolverà tutto se tu toglierai il saluto al tuo compagno?”).

Parlando i bambini racconteranno, anche se con difficoltà, quali sono le cause del disagio o almeno quali ricordi o situazioni lo fanno aumentare. Potrebbero essere situazioni semplici da risolvere, come una incomprensione con un compagno, o più difficili come l’antipatia per una materia, la fatica a seguire la routine quotidiana o l’avversione per i compiti.

I genitori possono essere più bravi di quanto credano nel porre rimedio anche a questi problemi:

- l’antipatia per una materia si risolve trovando soluzioni creative, giochi e attività ludiche che permettano di riscoprirla;

- la fatica della routine e dei compiti ha una soluzione prevedendo quando finiranno: insegnate ai bambini a scadenziare gli esercizi e le pagine da studiare in modo da avere un pomeriggio libero a settimana e magari anche tutta la domenica. Attenzione però: quello dovrà essere un pomeriggio davvero a loro disposizione in cui potranno giocare liberamente senza attività extra e senza dover seguire i genitori a fare la spesa o in giro per negozi.

Come insegnava Maria Montessori, i bambini chiedono aiuto, è vero, ma aiuto per imparare a fare da soli, che in questo caso vuol dire a superare i momenti difficili.

*Daniela Poggi è mamma e autrice del blogwww.scuolainsoffitta.com. Ha pubblicato il libro “Mamma, la scuola!” (Armando editore)

SU NOSTROFIGLIO.IT TANTI ARTICOLI SULL’APPRENDIMENTO E SULLE STRATEGIE PER AIUTARE I BAMBINI A SCUOLA

Leggi anche: scuola, alternative al vecchio sussidiario

10 Febbraio 2014
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