Papà single

Le due ore più difficili della mia vita da papà

Di Francesco Facchini
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29 Settembre 2016
"Il viaggio del papà single comincia dalla casa e il viaggio nella casa comincia da una cosa sola: la prima tessera del puzzle è tuo figlio che ci entra. Ecco, è lì che si apre la voragine della paura per te e l’esplorazione spaziale per lui". Il racconto di Sharingdaddy, ossia di Francesco Facchini, papà single blogger.

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Le voglio raccontare, mi vengono i brividi gelidi ancora adesso dalla fifa. Si tratta di due ore passate al patibolo, sotto le vergate del giudizio di me stesso medesimo. Il viaggio del papà single comincia dalla casa e il viaggio nella casa comincia da una cosa sola: la prima tessera del puzzle è tuo figlio che ci entra. Ecco, è lì che si apre la voragine della paura per te e l’esplorazione spaziale per lui.

 

Certo nella varietà dei papà single questo è un momento che può avvenire in molti, molti modi. Ci sono troppe diverse realtà dei papà che portano i bimbi nella loro nuova casa che categorizzarle è impossibile (se sei un papà che vede i suoi figli solo pochi giorni in una struttura assistita ti prego non picchiarmi). Insomma, voglio dire che qualunque sia la finestra di tempo e di spazio nella quale ti trovi costretto a fare questo primo passo la sensazione orribile e meravigliosa è sempre la stessa: alla fine della prima visita c’è l’insindacabile verdetto.

 

Piace o non piace. Se non piace bisogna fare tutto un percorso per farsela e farla piacere. Se piace non dico che il 51% dei problemi sia risolto, ma ci siamo vicini. Per me furono due ore di merda, ma non le dimenticherò mai. Portai Davide a casa nuova un giorno di settembre del 2015, il sole scaldava ancora la pelle e i lavori di mobili e imbiancatura erano appena finiti. La casa odorava di nuovo, ricordo il bianco abbacinante delle pareti. Mi sono fatto accompagnare, lo ammetto: mi cagavo sotto. Davide aveva poco più di tre anni ed era curioso. E’ entrato veloce, si è guardato intorno e ha preso subito possesso dello spazio esplorando “casa nuova”. Quel giorno casa mia era solo “casa nuova”: non ti dico la fatica a usare le parole cercando di non sbagliare.

 

Lo stavo accompagnando verso un viaggio che non aveva scelto lui di fare, ma doveva fare. Il mio amico, Maurizio, mi ha accompagnato senza che io glielo chiedessi ed è apparso dalle parti di casa mia come l’Uomo Invisibile. Cioè io non gli chiesi espressamente di accompagnarmi, ma lui si materializzò dal nulla. Poi venne insieme un altro pezzo del puzzle che io non avevo governato: non ero in forma e lucido per farlo, ma lo racconto senza filtri perché il risultato fu magnifico. Un altro ingrediente determinate del primo giorno di mio figlio nella mia nuova casa fu un gioco… fatto comparire per magia pochi giorni prima dalla nonna, da mia madre. E’ un “meccano”, uno strepitoso gioco di costruzioni degli anni ’70 che era di papà. Ecco un piccolo segreto:

 

Con un bambino di 3-5 anni il primo passo nella nuova casa sia un gioco o legato a un gioco che arriva dal passato, magari dal tuo passato. Davide ha visto il gioco, chiuso da un nastro di raso rosso scuro, e ci si è gettato sopra come un falco. Io ero nell’altra stanza, volutamente lontano per due motivi: perché esplorasse da solo lo spazio e perché mi vergognavo. Ricordo quei minuti con difficoltà, con un certo sgomento per i pensieri che avevo. Ricordo il senso di vergogna che provavo a portarlo lì dopo la separazione, una sconfitta pesante per me.

 

Ribadisco il mantra: non parlo della separazione, parlo di come mi sentivo io. Mao, mio fratello Mao, uno che dice le cose come stanno dal 1976 (aveva tre anni), mi guardava e capiva, stava in silenzio e orecchiava assieme a me dall’altra parte. Piano piano sentivo il rumore dei legni, dei pezzi di quel “meccano” aumentare: più aumentavano, più saliva la calma. Più volevo togliermi da quel banco degli imputati sul quale il mio ego mi aveva messo. Non potevo proprio rovinarmi i primi istanti della mia nuova vita pensando alla vergogna che provavo a essere lì. Dovevo ribaltarli, attaccarmi al meccano e iniziare il mio viaggio.

 

Il viaggio che mi avrebbe per sempre cambiato e che avrebbe rappresentato il senso di una vita intera. Mi sono avvicinato, mi sono steso sul pavimento e ho scoperto subito due cose: tra i due, tra me e Davide, lo sconvolto ero io. Lui? Tranquillo e sorridente. Quando ha trovato il martello, poi, tripudio: ha cominciato a picchiare che sembrava Thor. E rideva, rideva, rideva. Io, invece, piangevo. Davide martellava sul ghiaccio che avevo dentro e il ghiaccio si scioglieva in acqua… dagli occhi. E’ accaduto molte volte e accade ancora, spesso per felicità.

 

Ad ogni modo ci siamo riavuti un paio di ore dopo, io sudato come un pazzo con i capelli dritti a forza di martellate, lui col male alla mandibola dal ridere e con un certo afrore coloniale (per dirla come Paolo Conte) che si diffondeva nell’aria. L’aveva fatta nel pannolino e, per fortuna, ne avevo già comprato un pacco con una previdenza che manco sapevo di avere. Se mi chiedi perché avevo dei pannolini lì, manco lo ricordo. Comunque lo cambiò Maurizio, a me tremavano le mani.

 

La prima volta che mio figlio è arrivato nella mia nuova casa beh, ci ha felicemente cacato dentro. Dai non ridere, è un segno di rilassatezza e di serenità, di mancanza di inibizioni. Alla fine di quelle ore, di quei minuti passati insieme, restò l’intenso e meraviglioso odore di pupù e una frase in grado di tagliare il diamante: “Papà, bella casa nuova e bello il gioco. Ci torniamo a giocare ancora con le costruzioni? Oh yes".

 

di Francesco Facchini 

 

Sull'autore

 

Francesco Facchini

 

Francesco Facchini, papà part time di professione, campo di scrittura su qualsiasi mezzo (dai tovaglioli dei ristoranti al web) e di immagini (spesso della mia fantasia). "Sono convinto di tre cose: mi pagassero un euro a errore che commetto sarei milionario, le migliori risate che faccio sono quelle su di me e l'elefante si può mangiare, ma soltanto a pezzettini. Il mio sito personale è www.francescofacchini.it".

 

 

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